Mi sono alzato in piedi e ho applaudito. Ecco cosa ho fatto al primo gol di Shevchenko, quella sera di giugno in cui l’Ucraina affrontava in casa la Svezia nel girone di Euro 2012. Mi sono alzato per applaudire e salutare un grande campione, un Pallone d’Oro, che come Pippo Inzaghi qualche settimana prima, chiudeva la sua avventura calcistica con un gol di pregevole fattura.

Avevo fatto spallucce al gol di Ibra, all’epoca unica star del defraudato Milan del ‘gol di Muntari’. Sheva esce, immaginavo nella mia testa, e Ibra gli chiude la porta alle spalle: “Ciao Zar, il Milan è casa mia”. Sheva esce, fa qualche passo verso l’Eliseo del Calcio. Poi torna indietro. Riapre la porta. Entra, un cross, un lampo, una testa bionda, gol. Sheva.

 

Ci voleva salutare, il buon vecchio Usignolo di Kiev, alla sua maniera. Fa di nuovo per uscire, poi si ferma. Cerca Ibra con lo sguardo. Quello sguardo con cui ha incenerito Buffon, nove anni prima, quel Buffon uccellato una sera con un tiro impossibile. Vieni qui, Ibra.

 

Calcio d’angolo, Sheva si smarca, Ibra lo prende, alto due metri, certo che lo prende. Anzi no. Non lo prende, non lo prenderanno mai. Un tuffo, palla in rete. Ciao Ibra. E zitto. Esulto, come non ho fatto ai gol della nostra nazionale. Grido in balcone, quasi commosso, “SHEVA, SHEVA”, come nove anni prima. Gol, gol di Shevchenko, gol del Milan!

Il Milan, già. Con la mente vado al Milan, un Milan smobilitato, deriso, scalcinato, lontana ombra della squadra invincibile che fu.

Non voglio dannarmi l’anima con questi pensieri: è la sua notte, la notte dello Zar. Nella sua città, nel suo paese, il capitano. Forza Milan, Sheva, forza Milan.

 

Non è brasiliano però
che gol
che fa.
Il Fenomeno lascialo là
qui c’è
Sheva

 

 

 

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