di Francesco Caligaris 

Provenienza: borghesia milanese, perlopiù avvocati. Spirito e orgoglio: casciavit, proletario e operaio, come il Milan alle sue origini. I piccoli azionisti rossoneri sono circa 110 e la metà di loro dal 2015 è unita nell’Apa (Associazione piccoli azionisti), per fare fronte comune nell’assemblea dei soci e portare ai piani alti la voce di tutti i tifosi. Il presidente è Edoardo Barone, 29enne, che lo scorso 14 aprile si è messo alle spalle i recenti anni di critiche alla dirigenza Berlusconi e adesso dice: «La nuova gestione cinese? Intelligente»

Come e perché si diventa azionisti del Milan?

Oggi o lo sei o puoi acquistare le quote da altri piccoli azionisti. Però c’è una clausola nello statuto del Milan che impone alla dirigenza di dare il gradimento ai nuovi soci. Io sono il terzo azionista, ne ho 2.500. Ci sono anche mio zio e mio papà. Molte quote arrivano da mio nonno, piccolo azionista da molto prima del periodo Berlusconi. Collaborava con il commercialista del Milan ed era un grande tifoso rossonero.

Siete «la voce dei tifosi ai piani alti». Una voce ascoltata?

Abbiamo capito che lo siamo. Nell’ultima assemblea Marco Fassone (nuovo amministratore delegato del Milan, ndr) ci ha parlato a porte chiuse, ha risposto a tutte le nostre domande in modo trasparente e questo ci ha fatto piacere. Dobbiamo andare in questa direzione. Il nostro obiettivo è estendere il piccolo azionariato a dei soggetti scelti che possano dare effettivamente qualcosa alla squadra, per preservare la milanesità e l’italianità che legano questa squadra a Milano e all’Italia adesso che la proprietà è andata verso i mercati stranieri.

Che ruolo avete avuto nel closing?

Siamo stati meri spettatori, quando è iniziata tutta la storia non ne sapevamo niente, zero assoluto. La vecchia società non ci ha mai dato notizie ufficiali né ufficiose. Abbiamo lo 0,07 per cento delle quote, non avevamo nessun diritto di sedere al tavolo del closing e quindi siamo stati trattati come tutti gli altri tifosi. Capisco che era una situazione difficile, ma la comunicazione non è stata gestita benissimo.

Segno di un brutto rapporto con la precedente società?

La dirigenza Berlusconi aveva un modo di fare calcio diverso. Ci ha fatto vincere l’inverosimile e ci ha abituato molto bene: finché si vince, chi è che si deve lamentare? Fininvest faceva gli investimenti e non ci ha mai fatto tirare fuori un euro per risanare i bilanci. Poi i rapporti si sono fatti più tesi nel momento di massimo bisogno del Milan, gli ultimi anni senza vittorie, quando tutti i tifosi si sono resi conto che c’era qualcosa che non andava. Le nostre domande, studiate la notte prima di andare alle assemblee e fondate dal punto di vista tecnico, giuridico, sportivo e del bilancio, non hanno mai avuto risposta. Lì abbiamo capito che ormai la macchina stava per fermarsi, che serviva un cambiamento.

Ci si può fidare dei cinesi?

Difficile dirlo. Quello che mi è piaciuto quando ho conosciuto di persona il presidente Yonghong Li e soprattutto Han Li (il suo braccio destro, ndr), che parla fluentemente inglese, è che loro vogliono occuparsi esclusivamente del lato commerciale. Vogliono preservare il Milan e sfruttarlo per lanciare il brand. Cioè: vediamo se gira la macchina economica, risaniamo il bilancio e lasciamo lavorare chi di calcio ne sa, ovvero gli italiani Fassone e Massimiliano Mirabelli (il nuovo direttore sportivo, ndr). Se avessero voluto controllare tutti gli aspetti avrei avuto qualche problema. Questa suddivisione mi dà fiducia perché il lato commerciale è quello che sanno seguire meglio. Possono farcela. Se no, come inevitabile conseguenza del prestito di 303 milioni con tasso d’interesse dell’11,5 per cento con cui il fondo statunitense Elliott ha finanziato il closing, tra un anno e mezzo il Milan diventerà americano.

(Intervista realizzata per “MM – Quindicinale della scuola di Giornalismo W. Tobagi”)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *