Rappresentativa, proletaria, partecipativa, deliberativa, diretta, cristiana, indiretta, di prossimità.

Eppure non basta. A volte per descrivere qualcosa non è sufficiente una parola e allora serve altro: un aggettivo, un nome o una suggestione per specificare meglio, per restituirgli i contorni.

Democrazia è probabilmente uno di quei termini.

La si può incontrare ovunque. Nei parlamenti e nelle strade, dentro le pagine delle Costituzioni e nelle scuole adibite a seggi elettorali a primavera, nelle aule universitarie e nelle feste di paese. Chi la vuole, chi la esporta, chi la protegge, chi la evita, chi la conquista. E’ partita da Atene e si è infilata nei rivoli della storia e delle storie degli uomini sotto le vesti più diverse.

Non aveva sbagliato strada se tra il 1982 e il 1985 si era infilata in uno dei luoghi meno democratici del mondo, nello spogliatoio di uno stadio. Già, era finita nel magico mondo del pallone dove, si sa, c’è uno che comanda e tutti gli altri che eseguono.

Fuori, oltre le curve di quello stadio di San Paolo dove giocava lo Sport Club Corinthians Paulista, imperversava il governo militare di Joao Figueireido non proprio incline ai processi democratici.

 

Il 31 Ottobre del 1982, a due settimane dalle elezioni municipali e statali, i giocatori del Corinthians fecero uscire la democrazia da quello spogliatoio e la accompagnarono in campo, sul retro delle loro maglie comparve la scritta: DIA 15 VOTE, il giorno 15 vota.

 

E venne giù lo stadio.

Dentro quelle maglie c’era un gruppo di ragazzi a cui il calcio non bastava più e che si riconoscevano in Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira o – se preferite – semplicemente Socrates. Uno, manco a dirlo, che per descriverlo ci sono voluti diversi soprannomi tra cui il Filosofo, per via del nome, e il Dottore per via della laurea in medicina. Qualche giorno dopo, ad un incontro con studenti e giornalisti, risponderà alle insistenti domande su come fossero prese le decisioni nella sua squadra: “A maggioranza semplice”. Nasce così la Democrazia Corinthiana.

 

L’idea era che il voto di un componente della Selecao come il Dottore potesse essere uguale a quello del portiere o del preparatore atletico.

 

Anche in questo caso, come ogni volta che si parla di democrazia, l’errore più grande che si può fare è quello di costringerla dentro un insieme di regole e di metodi. La Democrazia Conrinthiana stava mettendo in discussione i valori del mondo del calcio visto come un mondo autoritario, convenzionale, chiuso. La Democrazia Conrinthiana voleva portare nel calcio quello che non c’era nella società. I giocatori iniziarono ad avere parte attiva negli assetti societari e nelle scelte di mercato. Per Socrates e compagni, inoltre, i giocatori non dovevano ricevere un salario ma una quota della rendita proveniente dalla biglietteria, come in una cooperativa. Come decisero tutto questo? Votando.

Come votarono anche l’abolizione del ritiro, visto come una violazione dei diritti individuali.

La stessa autorità, che in una squadra di calcio non poteva che corrispondere alla figura dell’allenatore, fu messa in discussione ma il tecnico Mario Travaglini non fece altro che sentirsi uno del gruppo senza farsi schiacciare da quell’assenza di potere. Mentre tutti rimanevano a bocca aperta il Dottore rilanciava proponendo elezioni dirette anche per stabilire le cariche societarie scardinando il tradizionale meccanismo che vedeva i consiglieri eleggere i soci e questi ultimi il presidente. Ma non bastava.

Per la prima volta, in occasione dello scudetto paulista dell’82 vinto con la scritta Democracia stampata sulle magliette, alle riserve del  Corinthians fu riconosciuto il 100 % dei premi vittoria e, a quelli esclusi anche dalla panchina, sarebbe aspettato il 50%.

Successivamente in molti hanno rinnegato tutto, altri hanno sostenuto che fosse solo una geniale trovata pubblicitaria, altri ancora hanno sostenuto che in realtà fosse solo un gruppo in cui regnava il caos, la birra e le sostanze stupefacenti.

 

Di sicuro, però, da quando la democrazia è passata in quegli spogliatoi di San Paolo ci è voluto qualcosa di più per descriverla.

 

Di sicuro mai in come in quel periodo il calcio è stato una cosa “seria” e mai come in quel periodo la democrazia è stata così divertente.

di Pierpaolo Fanesi

 

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