La rubrica Ritratti di oggi è dedicata a Simone Braglia, terzo portiere del Milan nella stagione 1997/1998 (dietro Rossi e Taibi) e supereroe del Genoa dei miracoli che si è inchinato solo in finale contro l’Ajax, dopo aver eliminato il Liverpool. Mica pizza e fichi.

 

Ciao Simone, prima di tutto: che squadra tifi?

Sinceramente mi sento tifoso del Genoa perché è la squadra dove mi sento di aver lasciato il ricordo più indelebile. Del resto siamo stati la prima squadra a vincere in terra inglese…

A proposito di questo: com’è Anfield? Voglio dire, come si gestisce il momento in cui entri in campo con quella bolgia?

Sono emozioni uniche, l’emozione obiettivamente c’è ma tutto sparisce nel momento in cui appoggi il piede sul prato verde. Già all’andata fu un’emozione unica, al Marassi, con le luci psichedeliche e lo striscione We are Genoa. In quel momento mi sentivo il paladino di una città, di un popolo intero. Ad Anfield Road fu una battaglia ma se c’è una cosa che non dimenticherò mai è il giorno che tornammo a Genova con 6 mila tifosi ad aspettarci. Ma se devo dirti la verità anche la prima volta che entrai a San Sito fu indimenticabile.

Ecco, il Milan. Tu arrivasti a fino carriera, hai giocato giusto qualche amichevole, in compenso sei stato testimone diretto di un cambio epocale: il passaggio di testimone, o meglio di fascia, da Franco Baresi a Paolo Maldini.

Quell’anno coincise anche con il ritorno di Fabio Capello e con un’annata non esattamente eccezionale dal momento che terminammo decimi, senza riuscire a qualificarci per le coppe europee per il secondo anno di fila. Per quello che valevamo sulla carta, in campo non raggiungemmo i risultati sperati. Obiettivamente non fu semplice colmare un’assenza come quella di Franco Baresi, un leader che ancora oggi sprigiona un carisma eccezionale. Quell’anno, nonostante l’immensità di Paolo Maldini, venne a mancare un grosso pezzo di identità di spogliatoio.

Insomma il ritorno di Capello non fu una scelta felice.

Ma sai, col senno di poi è tutto più facile. Diciamo che le minestre riscaldate non sono sempre buone. E poi Capello è un uomo dal carattere forte, quand’è così non è sempre facile l’impatto con lo spogliatoio. Quello che si esponeva sempre di più durante le riunioni con lui era Donadoni, anche lui tornato al Milan proprio quell’anno, che per lunghi tratti della stagione fu la vera anima della spogliatoio.

Eppure il calciomercato del Milan quell’anno non fu così magro: oltre te, arrivarono Leonardo, Massimo Taibi, Ibrahim Ba, Christian Ziege, Winston Bogarde, Andrè Cruz e soprattutto Patrick Kluivert, arrivato come erede di Van Basten e ripartito trai fischi.

A Kluivert come ad altri stranieri è mancata l’umiltà di ambientarsi all’ambiente Milan, quando si arriva in un contesto diverso bisogna stare alle nuove regole. Patrick aveva un potenziale immenso. Ricordo ancora un giorno, durante la preparazione estiva a Milanello, durante i tiri in porta Kluivert mi segnò un gol al volo di tacco di una difficoltà pazzesca. È mancato dal punto di vista mentale, certe volte essere troppo viziati e coccolati può far male…

Allora è vera questa ‘leggenda’ che il Milan è la squadra dei sogni?

La verità è che l’ambiente Milan è l’ideale per qualsiasi calciatore. Per farti capire: quell’anno io stavo in Piazza del Carmine e un girono si ruppe lo stendino per fare asciugare i panni. Ebbene: mia moglie ha chiamato in sede e nel giro di mezz’ora ci hanno consegnato lo stendino nuovo.

Quale dei tuoi compagni ti ha impressionato di più quell’anno?

Weah era un’iradiddio. Al venerdì facevamo le sfide: sulla fascia a crossare si metteva Demetrio Albertini, in mezzo stavano Savicevic e Weah. Volevano il cross tra il disco del rigore e la linea dell’aria di rigore. Weah colpiva solo di testa, Savicevic con quel sinistro che la metteva dove voleva. Aveva una classe divina, bastava anticipare di un secondo il tuffo che lui te la metteva dell’altra parte. Weah invece un giorno colpì di testa dal limite dell’aria e mi colpì così forte sulla coscia che mi rimase il segno del pallone fino a sera!

Senti, da ex portiere del Milan, che idea ti sei fatto della vicenda Donnarumma?

Io penso che nonostante l’innegabile validità tecnica il ragazzo sia ancora immaturo. Nella fattispecie la società si è comportata benissimo, chi l’ha gestito meno. È evidente che Gigio questa situazione l’ha subita, si è visto con l’under 21 e questo significa che non è ancora maturo per determinati traguardi. Un conto è giocare in Italia, un conto giocare in Europa dove cambia tutto. Devi essere preparato ad affrontare determinate partite soprattutto se fai il portiere, il ruolo di maggiore responsabilità all’intero di una squadra.

Che te ne pare della nuova proprietà cinese?

La nuova società si sta muovendo benissimo e non mi riferisco solo al calciomercato. Riportare e valorizzare in società figure come Galli, Baresi e Gattuso è stato fondamentale. Il contesto sportivo di una società come il Milan dev’essere gestito da gente competente come loro, gente in grado di alzare anche il livello di milanismo che non fa mai male. In futuro vedrei bene anche una figura come Maldini, lasciare Paolo fuori equivale a creare un danno al progetto Milan.

 

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