Nonostante fossi rossonero già nove mesi prima della mia nascita, avvenuta 37 anni fa, la scatola rossonera dei ricordi inizia le sue registrazioni nella calda estate del 1988, quando, nelle due settimane di ferie con la mia famiglia, come segnalibro del mio fumetto preferito compare misteriosamente una foto, anzi un ritaglio di giornale, sapientemente collocato da un Papà molto premuroso. Così recitava il trafiletto:

Da sinistra, in piedi: Pagani (mass.), Nuciari, Van Basten, A. Colombo, F. Galli, G. Galli, Maldini, Gullit, Virdis, Limonta, Pagani F. (mass.)

Al centro: Carlini (magazziniere), Mussi, Costacurta, Tassotti, Pincolini (prep. atletico), Sacchi (allenatore), Galbiati (allenatore in seconda), F. Baresi, Ancelotti, Zanoncelli, Frigerio (magazziniere), Cipolletta (autista).

Accosciati: Verga, Porrini, Bianchi, Bortolazzi, Evani, Donadoni, Stroppa, Baldo, Lago, Massaro.

Tutti c’erano. Persino tale Emiliano Verga Rufo, promettente virgulto di un vivaio che, in un’epoca preistorica rispetto alle faraoniche “cantere”, era molto poco di moda; centrale di difesa improbabile e destinato a smarrirsi in alternativi campi di serie inferiore, vista la contestuale presenza dei giganti Baresi, Filippo Galli, Costacurta (proprio lui, quello con il cognome da Chef), oltre ai duttili Tassotti, Rijkaard e Maldini.

All’epoca non c’era il web, non esistevano le banche dati virtuali, e sky era un termine che a scuola ci insegnavano andasse accompagnato da aggettivi quali cloudy, rainy o sunny. La vita di un bambino curioso e affamato di informazioni sugli eroi di una figurina o di un ritaglio di giornale era molto difficile perché si trattava di rubare l’ambitissimo giornale del papà o di aspettare l’uscita dell’album Panini (normalmente verso novembre), per carpire utili spunti e registrare statistiche, palmares e albi d’oro. La tv era di fatto un ingombrante contenitore finalizzato all’intrattenimento e al varietà serale, salvo quello che per quasi un decennio divenne l’appuntamento per eccellenza per chi seguiva il calcio: 90° minuto (domenica pomeriggio, ore 18:15).

 

Le due settimane di villeggiatura trascorsero nel relax per tutti ma non per me, che appuntavo scarni e isolati dati presi dalle pagine finali dei quotidiani e interrogavo di tanto in tanto il papà, imparando a memoria, nel frattempo, la formazione completa di riserve e massaggiatori (Pincolini, un mito per anni…).

 

Papà dunque, insieme allo zio, fu il responsabile di tale virus che trovò terreno fertile in me da quell’estate in poi, con una focalizzazione ben precisa sulle amichevoli estive – visto che all’epoca non c’erano le tournée ma i match in famiglia tipo Milan A vs. Milan B, o il solito con il Monza –, o la prima di Coppa Italia, trasmesse con minuzia dalla rete azionista del Milan.

Ricordo in particolare un Psv Eindhoven (sponsor Philips) – Milan (sponsor Mediolanum), seguito in silenzio religioso, oltre che inusuale per un bambino di 8 anni, stregato com’ero nell’osservare tra gli altri un certo Romario, fresco vincitore della Coppa dei Campioni, annichilito dai due sacerdoti di difesa (ma quest’espressione, non mia, è stata usata da altri per riferirsi al duo Maldini-Nesta). Già, la Coppa: all’epoca le partite che la componevano e separavano dal trionfo finale erano solo una decina e le liste, riserve comprese, comprendevano solo sedici giocatori. Il sedicesimo nome era quello dell’attaccante in grado di risolvere il match nei minuti finali, e non era Poli, ma quasi sempre Daniele Massaro, oppure, in quell’anno, Lupetto Mannari.

Lasciatemi sospirare nel chiedermi che cosa possano saperne di quella Coppa quelli che vincono solo in Italia… Che ne sanno di Belgrado (nella nebbia), che ne sanno di Stojkovic, che ne sanno del Vitocha Sofia o del Werder Brema, o di Donadoni, o di Hugo Sanchez, o di Gullit e Van Basten al Bernabeu e al Camp Nou… Che ne sanno dei cinque gol al Real Madrid o di una finale con ottanta mila milanisti in trionfo…

 

Se penso alla mia infanzia milanista penso a questo, oltre che ai singoli tabellini. E sono un ragazzo, quasi padre, fortunato, perché i lunedì a scuola regalavano quasi sempre soddisfazioni negli sfottò con i compagni e gli amici.

 

Col passare del tempo i media hanno assecondato la sete di informazioni, e le pay tv, insieme all’ormai raggiunta “età da stadio”, hanno fatto il resto nel processo di affermazione totale del mio milanismo. Il risultato del Milan del giorno prima, come ogni rossonero, è stato per anni il termometro dell’umore settimanale.

Le Champions che ho visto alzare al cielo (cinque, dico: C I N Q U E) vengono associate nella memoria a specifici periodi della vita; le finali giocate a compagni di viaggio ben precisi o a episodici commensali; Istanbul è il nome involgarito di Costantinopoli; Barcellona e Atene le culle della civiltà, moderna e antica; Massaro è un Santo che nei calendari viene talvolta omesso; Kiev è il laboratorio della perfezione calcistica; Utrecht un luogo dove abbondano i parchi ma in uno solo si narra della presenza di un cigno maestoso. L’elenco potrebbe andare avanti per righe e righe…

Probabilmente è vero che i sogni di un bambino accompagnano per sempre la voglia di evasione di quando si diventa adulti e in questo senso il Milan per me non è solo una seconda pelle, ma una questione di DNA, di genetica, di ricordi passati e presenti, e più semplicemente un modo per scandire la vita delle persone che lo amano.

di Francesco Borrelli

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