Eccoci qua, stesso rituale ripetuto inesorabilmente ogni anno.

Arrivano le agognate vacanze dopo 11 mesi di cucina, spadellate, clienti pieni di intolleranze, torte nuziali e stagisti da formare. E cosa succede? La valigia… sì perché prima di staccare davvero la spina, bisogna fare anche quella!

Lei, Simona, pone la solita domanda 20 minuti prima di partire: “Hai preparato le tue cose da infilare nei bagagli? Dai che…” E io all’unisono con lei, imitandone pure la voce “non voglio fare le cose di fretta!”. Per cui poi mi sento ovviamente controbattere con: “Sei sempre il solito coglione!”.

Ma tu sai che non è così. O, meglio, sei sempre coglione, ma il tuo contesto è cambiato. Allora prepari le mutande, quelle comode e quelle rosse col numero 10. Poi un paio di camicie di lino e la maglia rossa col numero 10.

Poi calze, salviette, spazzolino, ecc. ecc. Il superfluo insomma! Di fatto le cose importanti le hai già approntate e piegate per bene; quelle due là col numero magico. Le prime prese alla prima gita a Roma; la seconda prima di aver preso sette pere dal Bayern. Le prime rappresentano l’inizio del tuo paradiso; la seconda il profondo dell’inferno.

Ma chi se ne frega! Ogni volta che le guardo parte il film…. I derby vinti, quelli stravinti, quelli persi, lo scudetto del 2001, gli scudetti appena sfiorati, le coppe, gli sputi, “si va a Berlino, Beppe!”, “sei unico” e l’Olimpico in lacrime.

Tutto lì, tra una mutanda e la 10 di Totti. Tutti i bambini trovano sicurezza nella routine e io, coetaneo di Francé, mi sentivo sicuro quando lui era in campo.

Andasse bene o male, lui c’era. Io tifavo LUI. Mia moglie ogni anno mi chiedeva “ma compri ancora la sua maglia?”. E certo!!!

Ogni volta è come tornare bambino e prendere l’unica medicina che ti piace. Oh, poi torna tutto normale, ma in quegli attimi hai un effetto placebo da paura. E ogni volta mi sentivo pure suo amico: stessa età; stessi occhi azzurri; io studiavo alla scuola alberghiera e lui a Trigoria; io iniziavo i primi stage nei ristoranti all’estero e lui debuttava sul palcoscenico di Champions e Uefa; io imparavo a sfornare e guarnire torte o a tirare la sfoglia e lui infilava gol fantastici. Siamo cresciuti insieme, tanto che in uno dei momenti più cupi della mia vita gli ho pure scritto, pur sapendo di non ricevere risposta: avevo bisogno di parlare con qualcuno che conoscevo e che non mi conosceva.

Avevo bisogno di sicurezza e sapevo che sul campo dell’Olimpico con lui, l’ottavo Re, non avrei faticato a trovarla.

Torniamo al presente. L’estate di quest’anno ha un sapore diverso perché ho perso il supereroe per antonomasia. Cavolo, Francé, ora più che mai avrei bisogno di te… lui mi manca tantissimo. Sono costretto a guardarmi indietro e a rivedere le tue gesta, le tue quattro dita a Tudor, la tua fantasia e la tua ironia per tornare a sorridere. Poi guardo la custodia dello smartphone che mi ha regalato mia figlia Alice: ha il numero 10 su sfondo rosso-Roma, ma invece che riportare “Totti”, riporta “Papà”. Un momento di tenerezza e di orgoglio: ora sono io il supereroe e devo esserne all’altezza.

Mi riprendo con gli occhi lucidi nel sentire la Simo chiedermi: “La maglia del Capitano? La prendi su?”.
Domanda inutile.

di Matteo Bersellini

 

 

 

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