Quegli occhi sgranati. In cerca di una speranza, di un sogno. In quello sguardo, impresso nella storia, probabilmente rivive quel maledetto 26 aprile 1986, quando le tubature del reattore numero 4 di Chernobyl gli cambiarono per sempre la vita. Così, quel bambino di neanche dieci anni fu costretto a fuggire con la sua famiglia da Dvirkivschyna, cittadina ad appena cinquata chilometri dal disastro nucleare più importante di sempre.

In quegli attimi di attesa, prima che l’arbitro fischi, ricorda la corsa via da casa, il trasferimento a Kiev: la paura è alle spalle, adesso c’è una nuova vita da affrontare. E la forza quel ragazzino con il ciuffo biondo la trova in un pallone, ma non solo.

 

Per farsi le ossa, come si suol dire, inizia a dare pugni. No, la sua non è la storia del ragazzino di strada salvato dal calcio. Anzi, probabilmente è stato il suo calcio a far soffiare un “vento di passioni” sull’Ucraina. Quei pugni li dava per sport: aveva iniziato a praticare la boxe arrivando a partecipare alla categoria “junior” del campionato ucraino.

 

Forse anche per questo gli estenuanti allenamenti del colonnello Lobanovsky non gli sembravano così duri, nonostante quei carichi di lavoro da accademia militare ogni tanto lo facevano vomitare per lo sforzo eccessivo. Il fischio dell’arbitro gli ricorda proprio quei giorni di ritiro che lo forgiarono nel corpo e nello spirito.

 

E mentre completa la rincorsa verso quel pallone bianco con le stelle nere della Champions, sa che non può sbagliare: in fondo se si trova lì su quel prato, nel Teatro dei Sogni, lo deve anche a lui, che da un annetto non lo guarda più dalla panchina, ma da un posto privilegiato.

 

In quella rincorsa verso Buffon c’è tutta la sua carriera: la tripletta del Camp Nou, la semifinale di Champions persa con la Dinamo Kyev, i 24 gol al primo anno di Milan e quella magica parabola disegnata a San Siro. Sempre contro la Juve, sempre a Buffon. Stavolta il colpo è secco, deciso. Così come lo saranno il colpo di testa per la vittoria della Supercoppa Europea e quello del diciassettesimo Scudetto.

 

Non serve ricordare altro. Basta questo. Bastano quegli occhi, che ancora oggi per tutti i milanisti sono gli occhi dell’amore.
Auguri Sheva!

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