Rossonera sfegatata, appassionata delle gesta di Ruud Gullit e George Weah − anche se il primo grande amore è stato Marco Simone. Un papà tanto, decisamente troppo juventino e una sorella che aveva deciso di assecondarlo. Una mamma interista. Era un tantino ingombrante il bagaglio che mi portavo dietro quando, diciannove anni fa, ci siamo trasferiti a Roma.

E invece è stato subito amore. Per una città che mi ha accolto senza tante cerimonie, ma con tanta autenticità. Dopo poco tempo mi sentivo già a casa, una sensazione nuova per me che, all’epoca undicenne, avevo già cambiato diverse volte città per seguire mio padre nei suoi spostamenti di lavoro.
Il calcio ha avuto un ruolo primario in tutto questo; per me, che tante volte mi ero sentita dire “Una bambina che vuole la tuta del Milan? No, dài, prenditi questa felpa ROSA”, era bellissimo vedere con quanta disinvoltura il campionato fosse il tema principale di quasi tutti i discorsi, senza distinzione di sesso o età.

A scuola, in piscina, nei negozi… se ne parlava ovunque, rendendomi praticamente impossibile ignorare il fatto che mi trovassi nella tana della lupa. Ma, forse perché abituata dalla convivenza con mio papà ad avere il nemico in casa, non è mai stato troppo problematico il rapporto con i giallorossi. Quando dicevo di essere del Milan, si ripeteva lo stesso schema: sorpresa iniziale, sguardo dall’alto in basso e poi, sempre puntuale, la frase “Vabbè… Basta che non sei della Lazio… O della Juve!”. Perché, seppur divisi dalla nostra fede, riconosciamo nella Juventus un nemico comune e siamo l’un per l’altro comunque migliori dei nostri cugini che, forse non a caso, sono gemellati tra loro. In fondo, il nemico del mio nemico è mio amico. Ricordo benissimo di aver festeggiato lo scudetto del Milan di Zaccheroni con tanti tifosi giallorossi, sollevati dal fatto che lo avessimo strappato ai laziali.

Ma sono anche altri i fattori che determinano questa strana empatia. L’onore che riconosciamo ad alcuni grandi delle rispettive squadre − basti pensare al saluto ricevuto da Totti nell’ultimo Milan-Roma, in cui non era neanche sceso in campo −, o il prestigio che deriva a noi milanisti dagli storici successi internazionali. Ed è impossibile non pensare ai grandi uomini che hanno condiviso la storia rossonera e giallorossa. Solo per citarne alcuni: Carletto Ancelotti, l’indimenticato e indimenticabile Agostino Di Bartolomei, Nils Liedholm, pendolino Cafu

 

Al di là di questa pacifica convivenza, da milanista a Roma ho spesso trovato la solitudine propria di chi tifa per una squadra che non è quella della città in cui vive.

 

Nel periodo del grande Milan, delle Champions di Manchester e Atene, avevo sempre la sensazione spiacevole di perdermi qualcosa, di non potermi godere a fondo i successi che stavamo vivendo: non mi bastavano le 10 partite a stagione a cui assistevo da San Siro o dall’Olimpico. E quando il Milan non è più stato quello delle Champions, ma quello che faticava sul campo dell’Empoli, il detto “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” ha palesato tutta la sua debolezza. Perché negli ultimi anni neanche la permanenza in un monastero tibetano avrebbe regalato serenità a un tifoso milanista, ma in una città che vive il calcio così visceralmente era impossibile voltarsi dall’altra parte e fingere che i parametri zero e l’esclusione dall’Europa fossero solo un brutto sogno.

 

Ma c’è anche il risvolto positivo della medaglia: quando la tua squadra perde, i romanisti non ti risparmiano gli sfottò, ma almeno capiscono che per te è una questione seria. Che ci stai male. Che la tua è una passione autentica e sincera.

 

E anche se mi perdo tante cose stando lontano da San Siro, sono comunque felice di poterle vivere da qui. Perché chi ama il calcio a Roma è di casa. Ed è bello condividere una passione come questa con amici fraterni, con il mio fidanzato, con parenti acquisiti.
Ma quando c’è Milan-Roma, e segna la Roma, e senti un’intera città esultare, le urla dagli altri palazzi… be’, ci sono sempre quei due brevi ma intensi secondi in cui penso che no, non è affatto bello!

di Irene Artibani

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