Il 1992 è stato l’anno della consapevolezza. Nella mia classe, quindici bambini, otto maschietti e sette femminucce, erano tutti interisti. Come i loro padri, d’altronde, a rinforzare la nomea di roccaforte nerazzurra del mio piccolo paesino anomalo in una terra disgustosamente bianconera come la Sicilia. Io e Michele no, noi tifavamo Milan, i nostri papà erano diversi…

E io invidiavo tantissimo il suo: produceva, e produce ancora, scarpe da calcio. Adesso non ricordo quale fu l’esatta ragione, ma Michele si assentò qualche giorno per seguire il padre a Milano, e al ritorno aveva l’autografo di tutti e la foto insieme a Massaro.

 

Quanto avrei voluto anche io un papà che mi portava a vedere il Milan a Milano, io che non ero mai uscito dall’isola…

 

Ma il mio papà era milanista, e lo ero anche io, milanista fatto e finito. Io andavo a scuola vincente, il mio Milan non perdeva mai, MAI. Cinque gol al Pescara, sette alla Fiorentina, cinque alla Lazio, cinque al Napoli, di cui quattro di Van Basten. Van Basten era un dio: papà aveva comprato il televisore nuovo (lo stesso che ha visto il primo gol di Cutrone in serie A qualche giorno fa) a novembre, e fu Van Basten a inaugurarlo con quella rovesciata meravigliosa al Goteborg.

Arrivai alla finale invincibile come il mio Milan, fantozzianamente vestito di rossonero da testa a piedi, con sciarpa e bandierone con su lo scudetto numero 12. Non ricordo quella partita. Ricordo dov’ero, ricordo lo stacco di testa di Basile Boli, i pianti, il terrore di andare a scuola. Li sentivo già, piccoli piangina in erba, canticchiare “Boli Boli, Boli Boli”. E lo fecero, canticchiarono.

 

Piansi come solo un bambino di otto anni deluso sa piangere, impotente di fronte all’ingiustizia del mondo: non ci sono supereroi, non ci sono invincibili, abbiamo perso.

 

Papà sorrideva mesto, lui che mi raccontava di quando il Milan prestò Victor Benitez al Messina nel 1964, e lui quindicenne si arrampicava di nascosto nella curva dello Stadio “Celeste” per vederlo giocare. Mamma faceva l’ironica, mi prendeva in giro, sono trentatré anni che mi prende in giro quando il Milan perde.

“Papà”, gli chiesi, “e ora come facciamo?”. Una domanda sciocca, ancor più se pronunciata da un bimbo molto sveglio quale io ero.
“L’anno prossimo vincete”, gridò la mamma con un ghigno dalla stanza accanto.
“L’anno prossimo vinciamo”, disse papà, ma era serio: “Te lo prometto”.
“Papà, me lo prometti? E come fai?”

Mi mise a dormire, rimuginai, soffrii a scuola per quei pochi giorni prima delle vacanze, amari come neanche dopo Istanbul. Andò via Gullit, andò via Rijkaard, Van Basten era sotto i ferri. Dimenticai la promessa di papà

 

Poi venne Savicevic. Un gol bellissimo. Mi piace pensare che Dejan lo sapesse, quando ha tirato da posizione impossibile, che sul suo piede c’erano le promesse di tanti papà.

 

Piansi di nuovo, un anno dopo, dicendo solo “Papà, papà! Gol! Papà! Gol!”.
Te l’avevo promesso“, mi rispose. E non aggiunse altro.

 

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