Divisa sociale, sguardo concentrato, sul volto il sorriso bonario che lo accompagna da sempre nelle occasioni ufficiali. Il solito Francesco Totti, si potrebbe dire, ma la verità è che dal 28 maggio tutto è cambiato per il Capitano giallorosso, che dopo 25 anni sul campo sta ora muovendo i suoi primi passi da dirigente. E se il suo addio al calcio giocato può senza dubbio definirsi il più struggente e corale di sempre, queste prime apparizioni nella nuova veste non hanno risparmiato emozioni. Per lui, che deve imparare – seppur con un’evidente nostalgia – a vedersi senza la palla tra i piedi,e per i suoi tifosi, che non hanno alcuna intenzione di rinunciare al proprio Capitano.

Ci vorrà probabilmente del tempo perché vengano fuori le sue competenze tecniche, ma è ben chiaro sin da ora quale sarà il suo ruolo principale: continuare a essere sé stesso, il simbolo di una squadra e di un’intera comunità. Con questo non lo si vuole assolutamente sminuire a semplice “figurina”, anzi, gli si vuole riconoscere un ruolo che forse nessun altro, in nessun club, è mai riuscito a rivestire così a lungo: Francesco Totti rappresenta l’identità di una squadra, ciò che resta al di là di giocatori, allenatori – e ultimamente anche presidenti – che vanno e vengono. Per lui, figlio prediletto di Roma e della Roma, non era possibile un futuro lontano dai suoi colori. Non saranno stati facili questi mesi di transizione, per lui come per tutto l’ambiente giallorosso, ma alla fine la scelta, quasi naturale, biologica, è stata quella di restare a casa. Lontano dal campo, ma sempre protagonista. Un valore aggiunto per la squadra e un collante per la tifoseria che, al di là dei risultati, può riconoscersi in lui, nella storia che hanno scritto insieme e in cui potranno sempre ritrovarsi. In un calcio ormai in balìa di procuratori e capricci milionari, Totti è da considerarsi patrimonio universale.

 

Ma da tifosa rossonera, non posso evitare di paragonare il suo percorso a quello del nostro Capitano e chiedermi: perché noi no? Perché le strade di Maldini e del Milan sembrano destinate a scorrere parallelamente, vicine ma senza possibilità di incontrarsi?

 

Sono passati 8 anni dal giorno in cui è uscito per l’ultima volta dal campo di San Siro rivolgendo un applauso sdegnato a coloro che lo avevano contestato. E resta tuttora una ferita aperta in tutti noi che quel giorno avremmo voluto salutarlo come meritava, e che da allora siamo rimasti in qualche modo in attesa di un ultimo giro di campo.

Aver invocato a gran voce il ritorno di Maldini non è bastato. Il grande lavoro compiuto finora da Fassone e Mirabelli non ha convinto il capitano, nonostante il suo no sia arrivato prima della campagna acquisti. Maldini è sempre stato chiaro da questo punto di vista: non era convinto dal progetto, e la nuova proprietà non ha potuto far a meno di rispettare la sua decisione. In fondo,  si diventa bandiera del Milan anche per una qualità che si chiama coerenza e il Capitano ne ha sempre avuta da vendere. Certo,  probabilmente l’eventuale arrivo di Maldini a Casa Milan non avrebbe risolto i problemi tecnici di una squadra che ha un indubbio bisogno di crescere, ma avrebbe potuto restituirci quell’identità di cui, a partire dal suo addio, abbiamo perso tasselli qua e là: con il passaggio di Pirlo alla Juventus, il ritiro degli ultimi senatori, le vicende societarie che hanno portato alla fine dell’era Berlusconi, e tre lunghissimi anni fuori dall’Europa.

Eppure è stato proprio il nostro bisogno di ritrovarci e riconoscerci a farci appassionare ai Supereroi raccontati da Edoardo, gioire per i ritorni di Gattuso e Abbiati, esultare per i goal dei nostri Locatelli e Cutrone e cedere all’amarezza quando quest’estate Gigio Donnarumma sembrava sul punto di volare altrove. E ora che stiamo ripartendo, e che lo sforzo societario ci impone di guardare al futuro, abbiamo più che mai bisogno di riallacciare il nostro presente al nostro passato, e soprattutto di fare pace con quest’ultimo.

Ad oggi, purtroppo, la distanza tra le parti sembra essere incolmabile. E dall’alto delle nostre 7 Champions vinte, dal basso degli ultimi anni così difficili, quello che provo quando penso al rapporto tra Totti e la Roma può riassumersi in un’unica parola: invidia. I milioni messi a disposizione da mr Li – ben vengano, sia chiaro – non possono comprare nulla di ciò che Maldini, simbolo vivente del nostro dna rossonero, potrebbe garantirci: un legame indissolubile con ciò che siamo stati e che vogliamo tornare a essere, una continuità che ci permetterebbe di guardare al futuro con la sicurezza di chi se ne sta sulle spalle di giganti.

 

Quanto ci sarebbe piaciuto vedere Paolo Maldini di nuovo accanto a Franco Baresi e Filippo Galli, accanto a chi, insieme a lui, ha fatto la nostra Storia. Come in quelle magiche finali, come per quasi vent’anni della nostra vita. Però certi amori non sempre fanno giri immensi e poi ritornano…

 

di Irene Artibani

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