Sono Massimiliano, ho 31 anni, e da poco sono diventato padre di una splendida bambina di nome Sofia. Sono milanista da 31 anni e 9 mesi, causa tifo sfegatato di mio padre. Sì, proprio il mio papà mi ha trasmesso la passione per i colori rossoneri, e lo ha fatto nel modo più semplice:

 

“se vuoi mangiare, devi tifare Milan”

 

Lui allo stadio talvolta ci andava ma, visto che le possibilità economiche non erano a nostro favore, abbiamo dovuto aspettare un po’ prima di poterci andare insieme. Però mi ricordo tutto di quella prima volta che sono entrato a San Siro, ogni minimo particolare.

Era il 1 settembre 1996, mancavano ancora pochi giorni all’inizio della scuola e mi stavo gustando gli ultimi momenti di libertà prima di tornare tra i banchi, che mi andavano stretti. Erano circa le 11:30 quando il telefono di casa squillò; era un’amica di famiglia che… indovinate un po’? Aveva due biglietti omaggio per Milan-Empoli, ritorno degli spareggi di Coppa Italia. L’andata era finita 1-1; a segno era andato Tomas Locatelli, non proprio uno che ha fatto le fortune del Milan…

Insomma, finita la telefonata, nel giro di 2 minuti dovemmo prepararci e uscire. La giornata era calda e quindi via, pantaloncini corti, maglietta di George Weah e partimmo per Milano, direzione San Siro.

 

Durante il viaggio mio padre mi raccontò di tutte le volte che era andato alla Scala del calcio.

 

Arrivati con circa un’ora e mezza di anticipo facemmo tappa obbligatoria al paninaro, un rituale che accompagna tutti i tifosi e che viene tramandato di generazione in generazione. L’emozione era tanta e io ero curiosissimo, non avevo idea di quello che mi aspettava. Avevamo circa due chilometri a piedi da fare, ma si iniziavano a vedere i primi tifosi bazzicare in zona, tutti con sciarpe, magliette, cappelli, bandiere. Io ero fiero della mia maglietta con stampato il numero 9, che a quell’epoca apparteneva al Re Leone. Ovviamente era una maglietta comprata rigorosamente su una bancarella, quindi ti faceva sudare tre volte tanto; io già lo ero per l’emozione, figuratevi con la maglietta 100% acrilico!

Quando ci avvicinammo allo stadio e potei ammirarlo meglio pensai subito che una struttura così grande non l’avevo mai vista, e non avrei mai immaginato potesse contenere così tante persone.

 

Era affascinante, in tutto e per tutto, con i suoi rumori, gli odori, i colori. Tutto mi emozionava, avevo gli occhi che brillavano.

 

Una volta entrati, ci dirigemmo subito verso il secondo anello, dove c’erano i nostri posti. Di fronte a noi la curva iniziava a prendere forma, e io mi stavo gasando. Mai nella mia vita avevo visto qualcosa di così maestoso, mi sembrava tutto immenso. I bandieroni che spuntavano dalla curva mi parevano grandissimi, il campo gigantesco: era tutto “troppo” per me, non sapevo su cosa concentrarmi per poter ammirare San Siro.

Ecco, tutto questo mio stupore mi portò a vedere sì e no dieci minuti di partita, il resto del tempo lo passai a osservare la curva, quello che facevano gli altri tifosi accanto a noi; cercavo di capire cosa stava succedendo attraverso le persone e non i giocatori.

Con la doppietta di Marco Simone ci aggiudicammo il match, io ovviamente persi tutti e due i gol; mio padre accanto a me continuava a dirmi di guardare la partita, ma io, onestamente, ero troppo affascinato dalla bellezza di San Siro e di tutto quello che c’era al suo interno.

Questa è stata la mia prima volta allo stadio, piena di stupore e felicità, con gli occhi scintillanti di un bambino gioioso, come se avesse di fronte a sé Babbo Natale. Da quel giorno, non appena entro a San Siro mi soffermo ad ammirare lo stadio, per stupirmi ancora come se fosse la prima volta; e poi mi guardo attorno, per vedere se le persone attorno a me condividono la mia stessa felicità.

 

Spero che un giorno anche mia figlia (e quelli a venire) possa entrare allo stadio e stupirsi come successe a me rimanendo folgorata da tanta, grande bellezza.

 

di Massimiliano Trezzi

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