Ho camminato per le strade
Col sole dei tuoi occhi
Ci vuole un attimo per dirsi addio, spara

Quella passata è stata una settimana particolare per chi tifa Milan, per chi segue questa pagina, per Edoardo che ha inventato un libro su di Lui e per chi ha ancora negli occhi quella serata. Sabato scherzavo con i miei genitori che quel pomeriggio del novembre 1992 me lo ricordavo bene, lo avevo passato dall’odiato dentista. E ricordo meglio ancora quel mercoledì sera quando il Cigno anestetizzò tutti i miei dolori con quattro pennellate.

I social, oltre a rincitrullirci, hanno fra i loro pregi soprattutto quello di rinfrescarci la memoria e raccontare le storie belle. E YouTube è la macchina del tempo che ci ha permesso di rigustarci la serata del 25 novembre 1992. Quella sera in cui Marco Van Basten ci prese per mano in una di quelle tante serate di gloria rossonera, quando vincere in Europa era facile come prendere un caffè al bar. Da quella sera l’addio a Marco Van Basten è stata una lunga agonia, struggente ed immeritata per tutti gli amanti del calcio. Ma per noi rossoneri c’è un attimo dell’addio.

 

E quell’attimo è quella giacca di renna, che per me è diventata uno degli indumenti più odiati al mondo.

 

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Che bella quiete sulle cime
Mi freddi il cuore e l’anima

Il 25 novembre 1992 Marco volò ancora più in alto del solito, sulle cime d’Europa e noi attaccati a lui, Dio del calcio.

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Oggi in Europa siamo abituati ai cicloni Messi e Ronaldo che da anni spazzano via tutto quello che passa loro sotto tiro nelle due giorni di Champions, ai difensori che sembrano birilli di plastica e già a fine primo tempo litigano coi compagni per chiedere la maglia ai due mostri. Ma spesso c’è chi si scorda quello che ha fatto Van Basten nell’arco di appena cinque stagioni tutte sempre tormentate da infortuni, stop e operazioni. E a quel tempo Kohler e Vierchowod, giusto per citarne due, a fine primo tempo magari scrutavano quale delle due caviglie fosse messa meglio per completarne l’azzoppamento nella ripresa.

 

Solo che Marco volava alto e loro non lo prendevano (quasi) mai.

 

Sogno, qualcosa di buono
Che mi illumini il mondo
Buono come te
Che ho bisogno, di qualcosa di vero
Che illumini il cielo
Proprio come te

Tornando al nostro mesto campionato, l’altra sera sarebbe bastato un dito del piede di Van Basten per battere questo Toro scornato. Per fare quello che una punta deve saper fare, il gol. Non chiediamo, ne ci sogniamo di farlo, ad Andrè Silva e a Kalinic di puntare all’olimpo dei fuoriclasse dove risiede il tre volte pallone d’oro olandese. Ma il minimo sindacale sì, lo chiediamo e lo pretendiamo.

 

A noi basterebbe che loro giocassero in maniera umile e professionale così come lo facevano Marco Simone e Daniele Massaro. Due che fuoriclasse non lo erano ma la palla la buttavano, ed anche spesso, dentro.

 

Comments

  1. Comunque se DANIELE non era un fuoriclasse una cosa è certa, non lo perdevamo neppure per un istante nella sua elegante e leggiadra corsa lungo tutto il bordo campo e che lasciava quasi sempre presagire qualcosa di buono:cross al compagno sotto porta e gol, scusate se è poco.

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