Correva l’anno 1984, era il 29 aprile e di lì a poco avrei assistito alla mia prima partita di calcio della massima serie italiana. Avevo compiuto da otto giorni 11 anni e questo era il mio regalo di compleanno.

 

Quella domenica mi svegliai per primo con trepidante attesa e curiosità, come capitava solo nelle occasioni speciali tipo la notte di Santa Lucia, Natale, la Befana o per il compleanno.

 

Dopo aver fatto colazione, essermi lavato e vestito, insieme a mamma e papà mi avviai verso la stazione di Fidenza, dove – insieme ad altri tifosi – salimmo su una delle due corriere messe a disposizione dall’organizzatore, il mitico bar “Cugini”. Scoprii in quell’istante di condividere il viaggio con persone a tinte neroazzurre. Destinazione: lo stadio Giuseppe Meazza, più comunemente conosciuto come San Siro.

Durante il viaggio la tensione si tagliava con il coltello, ma io ero presissimo dalla mia grande curiosità che aumentava sempre di più. Arrivati a destinazione, dopo le varie raccomandazioni sul luogo del ritrovo, scesi dal mezzo e il mio sguardo incontrò in tutta la sua maestosità una costruzione finora vista solo alla tv.

Rimasi un attimo senza parole e poi mi avviai verso i cancelli, che al tempo erano sprovvisti di steward e tornelli. Dopo aver presentato il biglietto come un adulto responsabile, mi recai verso il mio settore. Mi ritrovai in quello che oggi corrisponde al primo anello blu, quello alla base della bolgia rossonera e rimasi a bocca aperta.

Mi girai e rigirai da destra a sinistra col naso all’insù per ammirare uno dei più famigerati templi del calcio. Il mio sguardo incontrò prima il manto erboso, poi le righe che delimitano le zone del campo, le porte con la rete, le panchine, i tabelloni pubblicitari fino a quando mia madre mi destò dai miei pensieri con un conciso “Dai, Luca, ti muovi??”.

Guardavo il campo e gli spalti che si stavano riempiendo con occhi che solo un bambino può avere. Non stavo più nella pelle; ora ero completamento investito da un’ondata di trepidazione, mitigata solamente quando osservavo gli inservienti che si alternavano sul campo per svolgere i loro compiti. Poi finalmente le squadre in campo per il riscaldamento e da lì a poco l’ingresso dei 22 giocatori con le mitiche maglie a strisce verticali, con arbitro e guardalinee per le foto di rito, scambio di gagliardetto e la scelta di campo o palla.

 

Assistetti con occhi sognanti sia al primo che al secondo tempo, sospeso tra un turbinio di emozioni diverse: ansia generica, la gioia del vantaggio, la paura del pareggio, il sollievo al triplice fischio dell’arbitro.

 

Ormai senza più un briciolo di energia, ma con immensa felicità, guardai il tabellone che sanciva:

INTER                              JUVENTUS

1                                             2

ALTOBELLI 45’            RIG.       CABRINI  24’

PLATINI   37’

 

Epilogo

Cedevate che fossi milanista, vero? 🙂

Ero già bianconero da un paio d’anni, non perché fosse la squadra del momento o perché la nazionale italiana vincitrice del Mundial ‘82 fosse infarcita di “gobbi”, ma molto più semplicemente perché mio padre era tifoso cagliaritano del mitico “rombo di tuono“, alias Gigi Riva e antijuventino dichiarato. L’ironica legge de contrappasso mi fece diventare tifoso della Vecchia Signora. Alla prima partita dal vivo, un gol del grande Michel Platini è da sogno!

Il 29-04-1984 cementò la mia fede bianconera, ad oggi inalterata.

Gianluca Ballaccomo

 

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