Il primo giorno di scuola, la prima volta che ti sei ubriacato, la prima volta che hai fatto l’amore, la prima volta che hai guidato la macchina. E la prima volta allo stadio. Non si può razionalizzare una passione, proprio perché si chiama ‘passione’, altrimenti si chiamerebbe ‘ragione’.

Devo perciò appellarmi all’unico individuo che ci ha provato, Nick Hornby, scrittore di quotidianità e sentimenti, due cose che hanno a che fare con la fede nella squadra di calcio.

“Mi innamorai del calcio come delle donne: inesplicabimente, acriticamente, senza pensare allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé”

C’è un giorno in cui mi sono innamorato del Milan, ma allo stesso tempo non c’è un momento preciso. Mi spiego. Per influenza familiare di un padre milanista che dalla Romagna si muoveva sempre verso Milano con l’abbonamento in tasca, un giorno fui vestito di tutto punto: maglia, calzoncini e scarpette. Righe rossonere, alcuno sponsor, men che meno il trionfo di “patch” che si vede oggi. Pantaloncini bianchi, le scarpe nere e non rosa o  ancor peggio arancioni, un colore che fa sembrare avere ai calciatori più delle zampette da papera che dei piedi essere umano.

Braccia incrociate, sorriso fiero, e ai piedi l’attrezzo del mestiere, un pallone. Di quello con i pentagoni neri, di cuoio e senza nome, come usa ai mondiali, dove a ogni sfera divenuta iper tecnologica bisogna dare un nome incomprensibile. Guardo nell’obiettivo, clic. La foto viene ingrandita, il papà abbonato la porta a Milanello, sfidando una giornata di pioggia, e la fa autografare a quel Milan di platino che obbediva agli ordini di Sacchi.

Lo prendo sempre come primo giorno da milanista quel fatto, in realtà la passione è esplosa in un crescendo sempre più irrazionale pur nella sua consapevolezza. Perché non si sceglie di divenire tifosi, si viene scelti. Alcune cose della vita vanno così e ho sempre pensato che il mio destino sarebbe stato quello di divenire ambasciatore di quei colori, il rosso e il nero come le divise dei carabinieri, un motivo di sfottò abbastanza gettonato quando si va in trasferta. E come Colin Firth, alter ego di Hornby nella trasposizione cinematografica del libro, che dice

“il calcio ha significato troppo e continua ancora a significare troppe cose”

anche io ho dedicato a questo maledetto e splendido casino chiamato pallone molto tempo della mia vita, senza comunque perdere di vista il resto. Per quel bambino che posò felice per quella immortale istantanea, erano in serbo altre sorprese: la mattina del 28 aprile 1996, dopo una settimana passata a chiedermi dove saremmo mai andati quella domenica, quel padre, ancora lui, colpì una seconda volta: mi mostrò un paio di biglietti, destinazione San Siro.

Bambino fortunato colui che cresce con un Milan vincente, e così quel giorno entrai alla Mecca per la prima volta, senza sapere, pur sognandolo, che vi avrei passato quasi tutti i weekend dei ventidue anni successivi. E come il piccolo Nick che sbuca dentro Highbury e incontra l’Arsenal innamorandosi all’istante di quel prato così verde, anche il sottoscritto fece la stessa faccia una volta messo piede al primo anello blu e guardato verso il campo.

Tre a uno alla Fiorentina, Rossi che para un rigore, Baggio che segna, Baresi che si fa novanta metri palla al piedi accompagnato da tutto San Siro che maledice i santi quando il numero 6 calcia di poco alto. Scudetto, il quindicesimo, prima di un biennio nero: undicesimo e decimo posto con figuracce assortite, che per un bambino di dodici anni poteva rimettere tutto in discussione, e che invece fu un passaggio quasi naturale, perché anche se a scuola i compagni ti sfottono dopo una sconfitta a Piacenza tu hai già deciso che quella maglietta senza sponsor ti è già entrata nella pelle senza alcuna possibilità di tornare indietro.

È proprio vero che si cambia tutto: casa, macchina, fidanzata ma non la squadra di calcio. Sono passati più di ottomila giorni da quella prima volta, sono stato dappertutto con la sciarpa al collo e tante strade sotto i piedi, e altrettanti ottomila giorni ho ancora davanti. Perché per la “Febbre a 90” non c’è aspirina che tenga.

di Stefano Ravaglia

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