La malattia rossonera mi aveva contagiato nel lontano 1984, avevo sei anni. La prima gioia sfrenata me l’aveva data, un paio di anni dopo, Daniele “Provvidenza” Massaro in uno spareggio primaverile contro la Samp per l’accesso alla Coppa UEFA. Erano arrivati, poi, anni gloriosi e irripetibili: il primo scudetto, la prima Coppa dei Campioni, la prima Intercontinentale e una squadra che farà la storia del calcio.

Purtroppo, essendo un ragazzino pugliese, non ero mai riuscito a vedere dal vivo il Milan di Sacchi e le emozioni per quelle prime volte erano sempre state filtrate da uno schermo televisivo.

L’occasione di ammirare i miei idoli da vicino si presenta nella prima stagione di Fabio Capello. Domenica 24 maggio 1992, ultima giornata di un campionato stravinto. Si gioca a pochi Km da casa mia, a Foggia. In un’atmosfera tutt’altro che festosa – il giorno prima l’Italia era stata sconvolta dall’attentato a Falcone e alla sua scorta – mi presento allo stadio in compagnia dei miei genitori. Lo Zaccheria ribolle di entusiasmo per i ragazzi di Zeman capaci, alla prima stagione in A, di salvarsi con grande anticipo e di regalare all’Italia intera un gioco frizzante e spumeggiante, tanto da meritarsi l’epiteto di Zemanlandia.

Quella domenica in molti erano pronti a scommettere sullo sgambetto dei satanelli che avrebbe impedito al Milan di chiudere il campionato da imbattuto. A un arbitro all’esordio, Pierluigi Collina, fa da contraltare l’ultima partita in carriera di Carletto Ancelotti.

I miei genitori, conoscendo la mia “malattia”, mi avvisano di limitare le mie emozioni in caso di gol del Milan poiché non avremmo visto la partita nel settore ospiti. Non immaginavano certo quanto avrei dovuto limitarmi…

Ricordo l’ingresso in campo dei miei idoli: uno ad uno scorrevano dinanzi ai miei occhi sognatori Capitan Baresi, Maldini, i due giganti d’ebano Gullit e Rijkaard, Ancelotti, Donadoni e Sua Maestà Re Marco I, mio idolo indiscusso. Il cuore batte a mille.

Pronti via e il Foggia, come al solito, parte all’arrembaggio. Il tridente zemaniano incute timore anche alla difesa più forte del mondo ma, intorno alla metà del primo tempo, Paolo Maldini, sugli sviluppi di una pennellata di Gullit, svetta di testa e insacca l’1-0. Trattengo l’urlo di gioia ma stringo forte la mano di mio padre, consapevole che è l’unico tifoso del Foggia, in quel momento, capace di comprendermi e perdonarmi. Il Foggia, però, gioca davvero bene e riparte di slancio. Ammiro con stupore un dribbling di Franco Mancini su Van Basten e i continui ribaltamenti di fronte. Verso la fine del primo tempo Signori, prima, e Baiano, poi, ribaltano la situazione. Seppur sconsolato mi rendo conto di aver assistito a 45 minuti di calcio fantastico da parte di tutti e 22 i calciatori in campo, ma non immagino certo che assisterò a qualcosa di ancor più incredibile!

Ancelotti resta negli spogliatoi e chiude la sua gloriosa carriera. Al suo posto “Provvidenza” Massaro. Dopo due minuti Gullit spara un missile terra-aria sotto il sette dell’incolpevole Mancini. Poi sale in cattedra Van Basten che sigla, in diagonale, il gol del 3-2. Seguono un autogol di Matrecano e una doppietta di Simone, complice l’atteggiamento spregiudicatissimo di Zeman che, nel frattempo, ha inserito la quarta punta. Non si smentirà mai, il boemo. Non sto più nella pelle dalla gioia: alla prima dal vivo i miei idoli mi stanno regalando in una delle più belle prestazioni di sempre. La mattanza prosegue con un altro gol di Van Basten e l’8-2 finale siglato da Fuser, con la gente già a bordo campo pronta ad invadere il campo. Collina fischia la fine con qualche minuto di anticipo e, nonostante il risultato, lo stadio è in festa conscio, evidentemente, di aver assistito ad uno spettacolo più unico che raro.

Per anni, a Foggia, si è parlato di quel secondo tempo, alcuni hanno messo in dubbio la professionalità dei calciatori di casa che, a causa di un premio partita chiesto e non ottenuto nel corso dell’intervallo, avrebbero tirato i remi in barca.

Anni dopo ho avuto il piacere di conoscere Beppe Signori e, naturalmente, gli ho chiesto subito di svelarmi cosa fosse successo nello spogliatoio ed in quei secondi 45 minuti.

Mi rispose che non era successo assolutamente niente perché quegli 11 avversari erano semplicemente invincibili.

 

di Antonio Gatta

 

 

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