Mio padre per un decennio è stato un emigrante. È partito un giorno da un paesino della Calabria direzione Varese. Ricordo che fu lui a indicarmi la strada rossonera; nel suo studio, infatti, teneva appeso un poster di un Milan anni 70. Più guardavo quelle maglie e più mi innamoravo, anche se in quel periodo le vittorie erano poche.

Quando tornava in estate mi portava in regalo l’abbonamento alle partite del Milan. Io lo invidiavo, non pensando a quanti sacrifici facesse stando lontano da casa. Quello era il suo unico momento di svago, vedere dal vivo il Milan che aveva sempre amato sin da bambino.

Dalla Calabria non è facile ancora oggi andare a San Siro, il viaggio è lungo e le spese sono tante, pochi sono i fortunati.
“Fortuna” volle che alla fine del 1991 venni mandato a fare il militare a Casale Monferrato. Appena lo seppi consultai la cartina per vedere quanto distava Milano.
La mia prima a San Siro fu nel gennaio 1992 contro il Foggia di Zeman, gran bella partita contro una squadra che sapeva giocare a calcio e divertiva. Vincemmo 3-1, tripletta di Marco Van Basten! Il mio sguardo andava dal campo al muro umano della Sud. Soprattutto i tifosi mi colpirono: Fossa dei Leoni, Brigate Rossonere, Commandos Tigre. Erano un tutt’uno, erano impressionanti e d’altronde il Milan erano loro, il Milan siamo noi tifosi, più che i giocatori.

Mio padre é andato via molto giovane, si è perso la finale di Manchester, la rivincita con il Liverpool. Non ha visto Kakà e Shevchenko. Però ogni volta che abbiamo vinto qualcosa il mio sguardo è andato sempre al cielo, con gli occhi lucidi e una stretta al cuore.

Da qualche anno ho trasmesso lo stesso amore a mio figlio di dieci anni. Lui a San Siro l’ho già portato e per me è una grande soddisfazione. É un bambino intelligente e mi accorgo che soffre perché le vittorie non arrivano, ma gli ho spiegato che noi milanisti abbiamo avuto spesso momenti difficili, anche più di questo, ma che poi alla fine risorgiamo sempre!

di Anonimo

 

 

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