Come tutti ricorderanno il supereroe a noi più caro, quel Marco van Basten che compare nel titolo del libro di Edoardo, fu costretto a lasciare il calcio a soli 28 anni a causa della sua martoriata caviglia.

Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, infatti, le fragili articolazioni di Re Marco furono spesso “prese in cura” da difensori arcigni e cattivi che tentavano, invano, di impedirgli di deliziare il mondo con le sue giocate, affrontandolo in epici duelli all’ultimo sangue dai quali, però, il Nostro usciva quasi sempre vincitore.

I nemici giurati di van Basten, nel suo periodo rossonero, furono tre.

Il primo aveva un nome italiano e un cognome sovietico, quasi a sottolinearne la durezza: Pietro Vierchowod da Calcinate (Bg), detto lo Zar o il Russo, campione del mondo in Spagna pur senza mai giocare. Stopper della Sampdoria scudettata nel 1991, fu il difensore che più fece soffrire il Cigno di Utrecht nella sua esperienza rossonera a causa della sua bravura difensiva, cui univa una grande fisicità e rudezza negli interventi.

I duelli tra i due in totale furono nove, otto in Serie A ed uno in Supercoppa Italiana.

Scontri duri e leggendari, con tanto di gomiti alzati, tackle al limite della denuncia penale e abbracci molto poco passionali avvenuti nel corso degli incontri contro la Sampdoria, in quegli anni diretta concorrente del Milan per la conquista dello scudetto. Lo Zar ne perse tre, ne vinse una e ne pareggiò quattro. Da segnalare, dato curioso, che, nonostante i diversi ruoli in campo, Vierchowod riuscì a segnare, in queste partite, lo stesso numero di gol del tre volte Pallone d’oro, ossia uno. Ciò a dimostrazione di quanto fosse difficile, persino per van Basten, trovare la via del gol quando veniva marcato dallo Zar.

Pietro Vierchowod portò, infatti, in vantaggio la Samp il 15 dicembre 1989 in una partita terminata 1-1 grazie al successivo pareggio di Ancelotti. I giornali il giorno dopo ironizzarono molto sul fatto che il Russo, a differenza del campione olandese, non solo fosse riuscito, fino ad allora, a limitare sempre la prolificità del suo avversario ma si fosse addirittura concesso il lusso di rubargli il mestiere di goleador.

Re Marco si prese la sua rivincita il 5 aprile 1992, in una partita senza storia che, oltre a sancire sostanzialmente il passaggio del tricolore dalla maglia blucerchiata a quella rossonera, venne ricordata come quella che spezzò il maleficio che impediva al nostro supereroe di entrare nel tabellino dei marcatori nelle partite contro la Samp.

Sul 2-0 per noi, infatti, Demetrio Albertini, con un destro violentissimo, costrinse Pagliuca al miracolo, con la palla che toccò la traversa prima di ricadere in campo; van Basten, rapace e veloce, lasciò finalmente sul posto Vierchowod e insaccò di testa il più facile dei gol. Fine dell’incubo personale e, grazie al 5-1 finale, scudetto che prese definitivamente la via di Milano.

A dire il vero Re Marco riuscì a segnare anche in Supercoppa Italiana, il 14 giugno 1989, quando trasformò allo scadere il rigore del definitivo 3-1 ma l’assenza del nemico, uscito dal campo al minuto 57, non permette di poter annotare questa marcatura nelle statistiche dei duelli.

Il secondo acerrimo nemico di van Basten era tedesco, aveva dei baffi neri evidentissimi e la faccia da cattivo: Jurgen Kohler aveva tutto per incarnare il nemico perfetto.

Fu duro difensore, abilissimo nelle chiusure e molto forte nello stacco aereo; numerosi i duelli tra i due anche in Nazionale. Campione del mondo con la Germania Ovest a Italia 90, eliminò l’Olanda dei nostri tre tulipani battendola, a San Siro, per 2-1 negli ottavi di finale di quel mondiale, in una partita che divenne famosa per lo sputo di Rjikaard a Völler.

Trattavasi, in realtà, di rivincita perchè due anni prima, ad Amburgo, il nostro caro nemico venne sconfitto in semifinale di Euro ’88 proprio dagli Orange grazie ad una prestazione monstre di Van Basten che, dopo un lungo scontro fatto di botte, spintoni e spallate, dapprima lo costrinse al fallo da rigore, poi trasformato da Koeman, e, a due minuti dal termine, anticipandolo in scivolata, con un destro in diagonale regalò alla sua Nazionale il pass per la finale contro l’URSS, partita che passerà alla storia grazie ad uno dei gol più belli della storia del calcio e che consacrò il Cigno come supereroe indiscusso.

In Italia Kohler vestì la maglia della Juventus dal 1991 al 1995 quindi, a causa del calvario di van Basten, che dal dicembre 1992 in poi sostanzialmente non giocò più, furono solo due le partite che li videro avversari e in cui il Milan, comunque, non uscì mai sconfitto (1 pareggio e 1 vittoria).

Nella prima di queste, il 9 febbraio 1992, ventesima di campionato, il Milan capolista affrontò la Juve del Trap, impegnata in una vana rincorsa ai rossoneri. Al minuto 4, il nemico Jurgen, evidentemente spaventato dalla presenza del nostro supereroe, sbagliò clamorosamente il tempo dello stacco su un traversone di Evani; van Basten, appostato alle sue spalle, stoppò di petto e, con la freddezza del fuoriclasse, superò Tacconi. Alla fine Casiraghi pareggiò il conto con un grandissimo destro al volo che si insaccò alle spalle di Rossi ma l’1-1 finale lasciò invariato il distacco tra le due squadre e lanciò il Milan verso la conquista del titolo.

L’ultimo dei tre nemici giurati del nostro numero 9 non aveva né la classe né il curriculum dei primi due ma, in quanto a cattiveria, li batteva entrambi. Nato in Salento, a San Donato, Pasquale Bruno detto O’Animale, quasi a sottolinearne il carattere mite e poco propenso alla lite (sic!), costruì un’intera carriera sul gioco violento e sulla ferocia dei suoi interventi, senza i quali, a suo stesso dire, non avrebbe mai potuto giocare ad alti livelli: riuscì a vincere comunque una Coppa UEFA e due Coppa Italia, ma divenne famoso, più che altro, per aver collezionato oltre 50 giornate di squalifica.

Spesso schierato come terzino, ma a volte anche stopper, in carriera affrontò Van Basten nove volte, sette in campionato e due in Coppa Italia, e può vantare il record di essere sempre uscito dal campo senza che l’olandese trovasse la via del gol (Re Marco, in realtà, segnò una doppietta in un Milan-Juventus del 1989/90 ma Bruno guardò tutta la partita dalla panchina).

Le stagioni migliori di O’ Animale, però, furono sicuramente quelle vissute in maglia granata, quando, insieme a Policano e Annoni, formava una difesa meritevole del 41-bis, il regime del carcere duro, dando vita a scontri violentissimi e liti frequenti con gli attaccanti avversari, primo tra tutti il fuoriclasse che vestiva la nostra maglia n. 9.

Il 26 febbraio 1992, nei quarti di finale di Coppa Italia il Milan, forte del 2-0 di San Siro, si presentò al Delle Alpi di Torino schierando molte seconde linee ma con van Basten al centro dell’attacco. Al minuto 23, su un cross rasoterra proveniente da sinistra, Bruno, nel tentativo di anticipare Marco, si produsse nel più classico degli autogol e stramazzò a terra per la disperazione. Il nostro supereroe non si fece scappare l’occasione per vendicarsi di tutte le botte e le provocazioni subite in passato e si esibì in un indisponente balletto sulla sua faccia. Proprio Pasquale, che picchiava duro di piede e di gomito, quel giorno fu costretto a subire uno schiaffo morale e psicologico. Il cattivo per antonomasia venne irriso e sbeffeggiato davanti a tutti.

Capello, saggiamente, un minuto dopo sostituì il Cigno di Utrecht con Aldo Serena, proprio per evitare le prevedibilissime e violente reazioni del provocatore, che quel giorno rimase provocato.

Non sappiamo se la carriera di Van Basten sia terminata anzitempo a causa di tutte le botte prese dai suoi nemici o se, purtroppo, la fragilità delle sue caviglie lo avrebbe comunque costretto al ritiro anticipato. Lui, da gran signore, non ha mai accusato nessuno né si è mai lamentato dei trattamenti subiti. Resta l’amarezza per tutto quello che Re Marco avrebbe ancora potuto mostrare al mondo ma abbiamo anche la consapevolezza di aver ammirato qualcosa di irripetibile.

P.S. In questo pezzo dedicato a tre difensori la mente ed il cuore non possono non volare immediatamente a Davide Astori, ragazzo squisito a detta di tutti quelli che lo conoscevano e ottimo difensore centrale cresciuto osservando dalle finestre di Milanello molti dei nostri supereroi, affermatosi professionalmente in altri club e strappato all’affetto dei suoi cari troppo, troppo presto. Mancherà a tutti noi.

di Antonio Gatta

 

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