Non tutti i nemici del Milan hanno segnato o evitato gol ai nostri supereroi in maglia rossonera. C’è anche chi, pur non avendo mai calcato il terreno di gioco, ha rappresentato nell’immaginario collettivo della tifoseria casciavit il nemico per eccellenza, odiato per la sua immarcescibile fede baùscia e per la sua infinita e sprezzante vena battutistica, che lo rendevano, tuttavia, simpatico e rispettato da tutti.

Giuseppe Prisco, per tutti Peppino, nacque a Milano nel 1921, alpino in giovinezza e, poi, per tutta la vita, partecipò come tenente alla tragica campagna italiana di Russia nel 1941 e fu uno dei soli tre ufficiali che fecero rientro in patria. Dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza divenne uno dei più famosi penalisti italiani, nonché Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Milano per tantissimi anni.

Deve la sua fama di “nemico” agli oltre cinquant’anni passati nell’Inter, di cui divenne socio nel 1946 e vicepresidente dal 1963, vincendo, alla fine, molto meno di quanto vinse Paolo Maldini in “soli” 20 anni di carriera: sei scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, tre Coppe UEFA, due Coppe Italia e una Supercoppa Italiana.

Uomo estremamente intelligente e colto, ebbe due idoli incontrastati: Giuseppe Meazza e Ronaldo. Un giorno disse: “di Ronaldo ho una foto sulla scrivania, accanto a quella di Meazza. Prima c’era in mezzo quella dei miei genitori, ma l’ho tolta, sperando che capissero.”

Negli anni del Fenomeno in nerazzurro sentenziò: “in tanti aspetti, a cominciare dal modo unico in cui sa segnare, Ronaldo mi ricorda Meazza, il quale commise solo un errore: accettare il trasferimento al Milan. Sono sicuro che Ronaldo mai potrebbe essere indotto in una simile tentazione.” Il brasiliano lo smentì, indossando la nostra maglia, quando Prisco aveva già lasciato questo mondo, risparmiandogli, per sua fortuna, l’ennesimo dolore calcistico terreno.

Le battute più velenose e pungenti, Prisco, le riservò naturalmente al Milan.

Famosissima quella sulle nostre due retrocessioni (“Il Milan è finito in serie B due volte. La prima pagando, l’altra gratis“), rimarcava sempre con ironia la differenza tra le due società: “la storia è nota: siamo nati da una costola del Milan. Beh, nella vita chi è bravo riesce ad arrivare in alto, anche se di umili origini“, tant’è vero che secondo lui a Milano esistevano solo due squadre, l’Inter e la primavera dell’Inter.

Essendo interista fu costretto a subire lunghi periodi di dominio rossonero, affrontando gli anni  calcisticamente bui in modo leggero e autoironico (“Il decennio di vittorie milaniste? Stranamente, mi ricordo solo le partite che hanno perso“), sapendo, tuttavia, anche rendere merito agli avversari: “il miglior acquisto dell’Inter? Decisamente l’addio al calcio di Franco Baresi“, disse all’indomani del ritiro del nostro Capitano.

Pochi mesi prima di morire, dopo il derby perso 6-0, a chi gli chiedeva un commento rispose “non ricordo? Abbiamo giocato il derby? Ah, sì, effettivamente perdere 3-0 è dura. Dite che abbiamo perso 6-0? Non credo, io sono uscito sul 3-0…e poi i giornalisti ne inventano sempre tante.

Nelle rare annate in cui i nerazzurri si dimostrarono superiori al Milan, però, si prese le sue rivincite. Tra queste annoveriamo sicuramente quelle delle nostre retrocessioni che, per lui, furono stagioni di puro godimento: “Vedere Milan-Cavese 1-2 del 1982 in televisione, con i cugini in B è una cosa che fa molto bene a chi è malato“. Un’altra domenica gli chiesero un pronostico su Ascoli-Milan. “Mi dispiace ma non mi occupo di calcio minore“, fu la sua pungente risposta.

E non mancava mai di far sentire la sua voce ogni qual volta il Milan inciampava in qualche scivolone, anche fuori dal campo: “se dovessi difendere il Milan per quanto ha combinato a Marsiglia, chiederei una perizia per incapacità di intendere e di volere“, commentò sagacemente dopo la triste parentesi delle luci del Velodrome.

Fu tifoso a tutto tondo, verace, passionale e, fortunatamente aggiungerei, molto poco propenso al politically correct, non nascondendo mai ma, anzi, sottolineando, la sua vera indole di sostenitore che ama la propria squadra ma, soprattutto, “odia” gli avversari: “il vero interista è interista solo al 20 per cento, all’80 per cento è antimilanista“, “sono tifoso dell’Inter e di tutte le squadre che a turno incontrano Milan e Juve“, amava ripetere.

Ed infatti alla domanda postagli prima della finale di Champions League del 1996 “chi tiferà questa sera tra Juventus e Ajax?” rispose candidamente “purtroppo ho una nonna di Amsterdam“.

Anche i bianconeri, infatti, finirono spesso bersagliati dalle sue taglienti freddure: “la Juventus è una malattia che purtroppo la gente si trascina dall’infanzia“, diagnosticò in maniera, peraltro, perfettamente condivisibile.

Prima delle partite con la Juve si augurava che l’arbitro fosse daltonico e dopo il famoso scontro Iuliano-Ronaldo nel 1997/98, con rigore negato all’Inter e scudetto ai bianconeri, dichiarò “il rigore negato contro la Juve non è stato un furto. Si è trattato di ricettazione. Gli juventini a volte confessano i furti ma mai la refurtiva“.

A Peppino Prisco si deve, inoltre, la battuta più bella ed arguta pronunciata contro i gobbi: “se stringo la mano a un milanista poi mi lavo le mani, se stringo la mano a uno juventino poi mi conto le dita“. Se la prima parte della frase può risultarci indigesta, la secondo è a dir poco geniale.

A causa della sua innegabile simpatia, a cui abbinava una straordinaria mimica facciale, era molto ricercato dai giornalisti e, per un periodo, fu ospite quasi fisso della trasmissione Controcampo, nel corso della quale diede vita a spettacolari siparietti con il milanista Abatantuono e lo juventino Mughini. Capace come pochi di saper alleggerire le tensioni domenicali e riportare il calcio nella sua esatta dimensione, una sera, rivolgendosi a Luisa Corna, succintamente (s)vestita, disse: “ah, è lei? Non l’avevo riconosciuta con tutti quei vestiti addosso“.

L’avvocato Prisco morì nel dicembre 2001, a ottant’anni appena compiuti, lasciando un grande vuoto nel mondo del calcio italiano e privando noi milanisti del nemico per antonomasia, l’interista numero uno a cui era bello dedicare i nostri trionfi e le nostre vittorie, consci che, in ogni caso, ci avrebbe saputo strappare un sorriso.

Diego Abatantuono, qualche anno fa, disse con rammarico “i milanisti non hanno un Prisco: è la cosa che invidiavo di più all’Inter.”

Chissà se in punto di morte l’avvocato Prisco abbia effettivamente messo in pratica quello che diceva in vita: “prima di morire mi faccio la tessera del Milan, così sparisce uno di loro“.

Magari, senza saperlo, potremmo avere in Paradiso il più inaspettato dei tifosi

di Antonio Gatta

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