Nell’immaginario collettivo dei tifosi rossoneri il cognome Lo Bello è, da sempre, associato a un grande brivido che percorre la schiena, con la mente che vola a ricordi poco piacevoli, grandi litigi e pesanti amarezze.
La cosa particolare è che non si parla di calciatori, club o dirigenti avversari quanto di arbitri, uomini, cioè, deputati a vigilare con imparzialità il corretto svolgimento delle partite.

Concetto Lo Bello da Siracusa diresse il Milan 69 volte nella sua carriera e le statistiche non sembrano, in effetti, così negative per i nostri colori: 30 vittorie, 24 pareggi e 15 sconfitte, con sole 2 espulsioni comminate ai danni dei nostri giocatori. Eppure, nonostante questo, negli anni ’60 e ’70 rappresentò, suo malgrado probabilmente, il simbolo di un mondo, quello delle giacchette nere, supinamente prono nei confronti degli odiati juventini e, conseguentemente, assai ostile nei confronti dei milanisti che in quegli anni li sfidavano.
Fisicamente molto prestante, severo e inflessibile con la sua faccia “da cinema” e due baffetti autoritari, fu anche il primo arbitro in Italia a prendersi le luci della ribalta, a diventare anch’egli personaggio e protagonista, a volte più dei soliti 22 giocatori, di una partita di calcio.
A lui si deve la scelta, diventata poi consuetudine, di entrare in campo camminando e non di corsa, quasi a voler rivendicare, sin dall’inizio, il suo ruolo di giudice al di sopra di ogni sospetto che non fugge, ma anzi cammina a testa alta, dinanzi alle folle ululanti.

 

Del “Tiranno di Siracusa” si narrano numerosi aneddoti, dalla scelta di far giocare Napoli-Juve con 6000 persone a bordo campo (fu precursore degli stadi senza barriere, evidentemente), all’indagine fiscale subita dal Ministro delle Finanze, tifoso spallino, dopo aver concesso 3 rigori al Napoli che sfidava la Spal la domenica precedente.
Divenne famoso anche per essere stato il primo arbitro ad ammettere in TV di aver sbagliato una decisione sul campo. Successe il 20 febbraio 1972, la squadra svantaggiata dall’errore arbitrale poche  ore prima era il Milan e quella avvantaggiata….è inutile persino scriverla.
Al microfono di un giovanissimo Bruno Pizzul, Concetto Lo Bello confessò candidamente che il bianconero Morini fu molto più furbo di lui, avendogli impedito di vedere, e quindi fischiare, il fallo da rigore commesso ai danni del nostro Bigon.

Quella stagione si concluse con una squalifica record per Rivera (ben 4 mesi) che, nel marzo dello stesso anno, dopo un altro clamoroso errore arbitrale ai danni del Milan (questa volta direttore di gara Michelotti), attaccò duramente l’intera classe arbitrale dicendo “Credevo che ci avessero fregato già a Torino contro la Juventus, invece ci presero in giro a metà con l’autocritica di Lo Bello in televisione. Purtroppo per il Milan avere certi arbitri è diventata ormai una tradizione. La logica è che dovevamo perdere il campionato“. La stagione terminò, naturalmente, con lo scudetto alla Juve.

Per noi milanisti epico fu un altro duello rusticano che vide Lo Bello contrapposto a Rivera e Rocco, con cui non correva certo buon sangue.

Il 21 aprile 1973 Lazio-Milan si affrontarono in una partita di vertice che, alla fine, permise ai capitolini di agganciarci al primo posto in classifica, a quattro giornate dal termine del campionato. Dopo appena 30 secondi dall’inizio, Manservisi stese Rivera con un fallaccio sotto gli occhi di Lo Bello. Si narra che quest’ultimo abbia quindi avvicinato il calciatore laziale, avvertendolo: “se proprio hai voglia di picchiare non farlo mai più davanti a me e cerca di non fartene accorgere altrimenti ti sbatto fuori all’istante”. Con la Lazio in vantaggio per 2-0, grazie all’autogol di Schnellinger e la rete di Chinaglia, Rivera, ad inizio ripresa, dimezzò lo svantaggio. Il Milan assediò inutilmente la porta biancoceleste fino al 90′, quando su un cross dal fondo, Bigon prolungò di testa per l’arrivo di Chiarugi che insaccò il gol del pareggio. Incredibilmente, però, il guardalinee segnalò un fuorigioco inesistente del centravanti rossonero, inducendo Don Concetto ad annullare il gol.

Su campo si scatenò il finimondo con Rivera  che, nonostante fosse stato solo ammonito, venne squalificato per 4 turni a causa delle frasi irriguardose rivolte all’arbitro al termine della partita. Nereo Rocco irrise lo stesso Lo Bello battendogli le mani ma l’arbitro si avvicinò alla panchina del Milan camminando lentamente e, dopo aver contraccambiato l’applauso, lo cacciò dal campo.

Anche quella stagione si concluse amaramente per i colori rossoneri con il Milan sconfitto 5-3 nella famosa “Fatal Verona” che permise alla Juve di laurearsi campione d’Italia per la quindicesima volta, costringendoci, ancora, a vedere infranto il sogno del tanto sospirato scudetto della Stella.

Rosario Lo Bello, figlio di Concetto, arbitro internazionale come il padre, ma molto meno dotato di quest’ultimo quanto a carisma e classe, diresse il Milan 30 volte in carriera. Le statistiche parlano di 17 vittorie per i rossoneri (tra cui una importantissima datata 1 maggio 1988, nel famoso Napoli-Milan 2-3, che sancì il sorpasso del Milan di Sacchi e Gullit sul Napoli di Maradona), 5 pareggi, 8 sconfitte e 6 espulsioni comminate ai danni dei nostri tesserati, di cui ben 4 nella stessa partita, quella passata alla storia come la secondaFatal Verona“.

Era il 22 aprile 1990, penultima di campionato, il Milan Campione del Mondo, che aveva appena conquistato a Monaco il diritto di giocare la seconda finale di Coppa Campioni consecutiva, incontrava l’Hellas, in lotta per non retrocedere, giocandosi, come 17 anni prima, lo scudetto al Bentegodi in un sinistro scherzo del destino. Due settimane prima, infatti, si era fatto raggiungere in testa alla classifica dal Napoli vittorioso, a tavolino, a Bergamo dopo la monetina lanciata in testa ad Alemao. Insomma, la tensione era altissima. Il primo tempo si chiuse con i rossoneri, in vantaggio per 1-0 grazie al gol di Simone, ancora capolisti, unitamente al Napoli che stava vincendo a Bologna.

Quando  l’attenzione di tutti era ormai rivolta a capire quale città avrebbe potuto ospitare lo spareggio scudetto, salì in cattedra Rosario Lo Bello che, dapprima non vide due clamorosi rigori ai danni di Massaro e Van Basten, poi espulse Sacchi per proteste e, dopo il pareggio veronese di Sotomayor, cacciò Rijkaard per doppia, generosissima ammonizione. Non contento il direttore di gara cacciò Van Basten reo di aver protestato gettando la maglia a terra, dopo l’ennesimo fallo fischiatogli contro, convalidò il gol del sorpasso di Pellegrini con un gialloblu in netto fuorigioco e, infine, espulse anche Costacurta per proteste. Insomma, una sciagura.

La stagione si concluse con la vittoria del Napoli in campionato e con il Milan che, nonostante stanchezza e frustrazione, riuscì a battere il Benfica in finale conquistando la quarta Coppa Campioni della sua storia.

Nel dicembre scorso l’arbitro di quella partita ha rilasciato un’intervista dichiarandosi vittima di un’isteria collettiva che aveva colpito i milanisti che lo ha costretto a “10 anni di gogna mediatica“. Dichiarazione quanto meno opinabile che, tuttavia, dimostra ancora una volta quanta distanza ci fosse con il padre Concetto, primo (e raro) esempio di arbitro che ammise di aver sbagliato.

di Antonio Gatta

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