“Fatal Verona”.

Ai giovanissimi, non potrebbe suonare come il titolo di una nuova serie su Netflix?

Una stagione di dieci puntate che racconta del Fatal amore fra Romeo e Giulietta, ambientato nel balcone più famoso di Italia.

I meno giovani sanno benissimo invece che “Fatal Verona” è il nostro doppio documentario tragico del passato, roba tosta ai livelli di Istanbul per intenderci.

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Anche perché non c’è un match contro gli scaligeri, nel quale le redazioni sportive non vadano a pescare dal baule dei ricordi un servizio in bianco e nero della disfatta di Rivera e compagni nel lontano 1973 oppure le immagini a colori e colorite della clamorosa disfatta a fine anni 80 che regalò uno scudetto, quanto mai contestato, al Napoli di Maradona. Uno scudetto impresso non tanto su una banconota quanto su una monetina da cento lire, precisamente quella che colpì Alemao a Bergamo.

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Cento lire per due punti a tavolino, non male come affare.

E quindi cosa c’entra Franco Baresi con il Verona? C’entra eccome.

Perché in quell’occasione, proprio in quella partita c’è un attimo nel quale si può cogliere esattamente cosa vuol dire essere una bandiera.

Bella la bandiera,
la più bella che ci sia.
Cara la bandiera,
la più bella che ci sia.

Domenica 22 aprile 1990, penultima giornata di campionato. Il Milan è a pari punti con il Napoli ed è impegnato in trasferta a Verona, mentre i partenopei vanno in gita a Bologna e dalla quale gita torneranno con 2 punti nello zaino.

Dopo aver chiuso il primo tempo in vantaggio con una punizione, non proprio irresistibile, dalla distanza di Marco Simone, nella ripresa succede di tutto.

Ma veramente di tutto. Vedere per credere.

L’arbitro Rosario Lo Bello non fischia due rigori solari, uno a Massaro ed uno a Van Basten. Sacchi in panchina esplode e viene invitato, si fa per dire, a raggiungere gli spogliatoi.

In un elegante impermeabile canna di fucile Arrigo obbedisce all’arbitro e abbandona dunque la panchina, cercando con passo svelto di raggiungere il tunnel, anche perché nel frattempo si è trasformato in un ghiotto bersaglio mobile per le tribune veronesi che non lanciano proprio dei pandori. Sembra Bettino Craxi nel bel mezzo di Tangentopoli, invece è Arrigo Sacchi, il futuro CT della Nazionale Italiana che arriverà seconda ai mondiali del 1994. (andate al minuto 3:04 del video)

 

Se in panchina saltano i nervi, in campo non va meglio. Il Verona pareggia con un colpo di testa di Sotomayor, che sembra il nome di un antibiotico ed invece è puro veleno per i ragazzi, tant’è che dal minuto ottanta al fischio finale Lo Bello ne caccia fuori dal campo altri tre.

vengono espulsi in rapida successione Rijkaard, Van Basten ed infine Costacurta, mentre allo scadere il pallonetto di Pellegrini supera Pazzagli e decreta la sconfitta del Milan e la fine del campionato.

E dunque Baresi?

Van Basten, già visibilmente innervosito per il mancato rigore concesso, subisce l’ennesimo fallo dalla difesa scaligera e si vede fischiato contro un fallo inesistente. È brutta l’immagine del Divino che getta la maglia rossonera a terra sconsolato, un attimo prima di essere espulso dal fischietto siracusano.

Minuto 03:50 del video.

“E no Cigno, questo non si fa. La maglia, la maglia rossonera a terra no, non si butta.”

Non penso proprio che Baresi abbia pronunciato queste parole, ma a rivedere le immagini credo gli sia bastato lo sguardo.

Il Capitano sembra indirizzarsi verso l’arbitro per le proteste di rito, ma ad un certo punto cambia repentinamente direzione e accelera il passo verso Van Basten, tant’è che il fuoriclasse olandese raccoglie frettolosamente la maglia da terra, un attimo prima che Baresi lo raggiunga.

Ecco chi è un leader, ecco cosa fa un Capitano, il Capitano. Franco Baresi regala un fotogramma storico a chi ama il Milan, a chi crede nei valori dello sport. Viene con splendida naturalezza incontro a chi è alla ricerca di un idolo che regali non soltanto prodezze balistiche o calcistiche ma anche e soprattutto qualità morali.

Roba da fantascienza nel calcio odierno, dove i difensori centrali sono culturisti più attenti al ciuffo e alla maglietta arrotolata sui bicipiti che al fuorigioco.

Non conta il fisico per Franco Baresi, che col suo fisico mingherlino ci nuotava nella sua casacca rossonera. E non conta saper calciare un pallone o salvare un gol, fondamentali nei quali Baresi eccelleva.

Conta saper sgridare con gli occhi un Dio del calcio, un compagno e un amico perché la Nostra maglia a terra non si butta.

Franco Baresi: 'Ho iniziato all'Inter, ecco perché me ne sono andato'

Conta avere le palle di andare sul dischetto di una finale mondiale anche se hai 34 anni, anche se ti sei operato al menisco venti giorni prima, anche se hai inseguito Romario per 120 minuti ed i crampi ti stanno mangiando vivo.

E poi quel pianto a dirotto, manco fossi un bambino mentre i brasiliani fanno capriole in mezzo al campo ed alzano la coppa del mondo in un torrido pomeriggio americano.

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Caro Franco Baresi, la gente ti amava e ti ama ancora oggi e quella maglia numero 6 la dovrebbero ritirare se non dal calcio, sicuramente dalla Nazionale e quindi non solo dal Milan.

Personalmente ho avuto la fortuna di averlo visto giocare dal vivo la prima volta che ero bambino, venivo dalla lontana Palermo con mio padre, che aveva avuto la bravura, l’amore paterno e la fortuna di trovare un preziosissimo biglietto di secondo arancio a pochi minuti dall’inizio del derby di pasqua con il gol di Massaro, campionato 1991-92. Ecco ancora oggi mi ricordo quel braccio alzato che chiamava la linea del fuorigioco ed i suoi compagni seguivano a memoria.

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Bella, la bandiera,
la più bella che ci sia.

Quel braccio alzato che valeva più di una, cento, mille parole. Quel braccio che era ed è l’asta di una bandiera. La più bella che ci sia.

 

 

 

 

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