Più volte ti ho citato il 25 maggio 2005, promettendoti di spiegarti cosa accadde. Glisso sempre sull’argomento perché non ne parlo volentieri, nessun milanista ne parla volentieri. Istànbul è stato un incubo. Mai citare questa città di fronte a un milanista. Mai! E’ una città meravigliosa ricca di storia con la famosa moschea Blu? Ci fa piacere per la popolazione autoctona, ma a noi non interessa! Istànbul è una metafora. “come è andato l’esame/il colloquio di chiarimento col titolare/l’appuntamento con quel tipo?”. Risposta:

“uno schifo, tipo Istànbul”. Ecco, noi capiamo la negatività della situazione.

Era la mattina del 25 maggio 2005 alle 2,30 circa quando la mamma si mise al volante per raggiungere altri tifosi milanisti per recarsi all’aeroporto di Forlì. Destinazione Istànbul, finale di Champions 2005 contro il Liverpool. Guardai la luna e mi venne in mente la canzone di Vasco Rossi Dillo alla Luna: “…dillo alla luna, può darsi che porti fortuna”. E mi rivolsi al nostro argenteo satellite chiedendole un aiuto: “ti prego, facci vincere la Champions!”. Ero molto inquieta. Quando arrivammo in aeroporto, c’era troppo entusiasmo, troppe risate, troppa sicurezza di vincere. Agguantammo la finale battendo un fin troppo organizzato PSV; ai quarti eliminammo l’Inter del nonno a tavolino, partita balzata agli onori delle cronache per la pioggia di petardi verso Dida. Insomma, una finale raggiunta con sofferenza. Giunti in Turchia ci infilarono su un pulmino e ci portarono allo Stadio Olimpico Ataturk, un impianto nuovissimo in mezzo al nulla. Stavano costruendo non so cosa lì intorno e sulle collinette di terra c’erano dei poliziotti in tenuta antisommossa che ci tenevano d’occhio. La famosa “area fans” era davvero brutta: qualche baracchino che vendeva panini tiramollosi e acqua in bottigliette minuscole. Siamo andati a sbirciare l’area fans degli inglesi: loro avevano perfino la birra. Giuro, ce l’avevano: dopo la strage del ’85 hanno lasciato loro gli alcoolici e a noi italiani un bel nulla. Basta con i preamboli: passiamo al sodo, passiamo alla partita. (Temo che rinuncerai a tifare per i colori rossoneri dopo questo racconto).

Maldini siglò il primo gol dopo pochissimi secondi. Baci, abbracci e urla! Sheva raddoppiò, ma il suo gol venne annullato per fuorigioco inesistente. Qualcuno osò dire “chissenefrega, noi siamo superiori, li pieghiamo questi qua”. La mia inquietudine continuava. Nelle ultime gare di campionato avevamo pareggiato dopo essere stati in vantaggio. Il raddoppio convalidato arrivò con Crespo che fece pure anche il terzo gol. Intervallo: tifosi in delirio, ma io e altri due ragazzi del mio gruppo continuammo a essere scettici. Ovviamente ci dissero di smetterla perché avevamo giocato il miglior calcio di sempre. I timori si rivelarono tutt’altro che lontani:

in sei minuti il Liverpool si portò sul 3-3. Ammutolimmo. Giuro: fecero tre gol guidati dal loro capitano condottiero, Steven Gerrard.

Sheva sbagliò due gol che mai avrebbe sbagliato e ai rigori ci castigarono. Io e Cristiana, altra presenza femminile del gruppo, ci recammo verso l’uscita con le lacrime agli occhi: sapevamo che non ce l’avremmo fatta. Era logico, era nell’aria. Come Sheva ci fece sollevare la Coppa davanti ai bianconeri due anni prima, così fece svanire l’ultima speranza in Turchia. La coppa andò a un meraviglioso, inaspettato, combattivo Liverpool. Piansi tanto che smarrii le lenti a contatto. Fortunatamente i charter ci aspettavano per riportarci in Italia; usciti dallo stadio finimmo subito in aeroporto e imbarcati per Forlì. Stendiamo cemento a presa rapida sull’atmosfera, sensazioni, imprecazioni. Qualcuno giurò e di non rinnovare l’abbonamento e rimase fedele a questa decisione. Quando l’aereo atterrò arrivò anche la consapevolezza di dover affrontare gli sfottò di chiunque.

23 maggio 2007: dopo un’estate all’insegna di Calciopoli, il Mondiale vinto, la dipartita di Sheva ci trovammo in finale di Coppa di nuovo col Liverpool.

Ma attenzione! Qualche giorno prima della partenza mi si ruppero l’orologio e il motorino degli alzacristalli auto. COME A MAGGIO 2003!

Quando mi recai in aeroporto di notte, non chiesi nulla alla luna. Altro volo in Romagna, questa volta a Rimini. Eravamo in nove, di cui tre reduci da Istànbul. Con me una ragazza di nome Sabrina. Atmosfera meno gagliarda di due anni prima nonostante le gare con Bayern e Manchester, piedi in terra, voglia di rivincita espressa tiepidamente. La rotta era verso il Bosforo, ma ci fermammo ben prima, ad Atene, teatro del successo del ‘94. Niente cecchini, ma sciopero della polizia. Inglesi arrivati a migliaia senza biglietto, addirittura un gruppetto fermò la mamma e Sabrina per sapere se ne avevamo… Ci trovammo in mezzo a loro in pieno centro, ma nessun incidente. Loro cantavano i loro cori e la loro storica You’ll never walk alone. Ascoltarono divertiti il nostro popopopopopo, ricordo di un’estate indimenticabile. Foto di gruppo, brindisi, loro che ci dissero che la volta scorsa vinsero grazie a noi e al nostro ego, noi che stavamo bruciando ancora … Entrammo in un altro Stadio Olimpico. Devi sapere che le gare decisive mi fanno informicolare le gambe e le braccia: questa sensazione mi accompagnò per tutta la partita. Pippo Inzaghi siglò due gol grazie a Pirlo e Kakà, ma i Reds non si arresero e all’89’ segnarono il 2-1. Furono i minuti più lunghi della mia vita. Ne valse la pena perché finalmente vidi Kakà correre verso di me con la Coppa in mano. Gli inglesi ci fecero i complimenti e anche in aeroporto risero e scherzarono con noi. Noi non siamo capaci di reagire così di fronte a nessuna sconfitta.

MORALE: Atene ha cancellato Istànbul? Assolutamente no! Istànbul rimarrà nella storia, è un dato di fatto. Per cancellare il 23 maggio 2005 bisogna arrivare in finale di Champions, andare sotto e rimontare.

Allora sì che si può dire di averla esorcizzata. Ricordati di non sottovalutare mai nessuno, il rispetto viene prima di tutto. Se avessimo rispettato l’avversario 13 anni fa, probabilmente oggi avremmo otto coppe con le orecchie in bacheca.

Altra cosa: Vasco Rossi è interista!

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