Correva l’anno 2009 e stavo affrontando l’eldorado di tutti gli studenti universitari, quel fantastico luogo di non ritorno chiamato Erasmus. Un videogioco che ti tiene lontano dalla realtà ma a breve scadenza, con durata che oscilla fra i sei ed i nove mesi, più o meno un campionato di serie A.

Ora non so quale scherzo del destino mi abbia catapultato dalla Facoltà di Economia di Parma a quella dell’università del Pireo di Atene, ma fra le tante cose cui pensavo sopra all’aereo che mi portava da Malpensa ad Atene c’era stato spazio per due lampi rossoneri a rendere ancora più bello e speciale quel volo.

Per prima cosa ho pensato al pallonetto di Savicevic e la voce di Bruno Pizzul che raccontava esterrefatto l’arcobaleno del Genio “..e pooooi Savicevic segna un gol incredibile!”.

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Forse una delle cose più belle che ho visto in un campo di calcio, tant’è che Savicevic è stato l’idolo della mia infanzia, che aveva visto per troppo poco tempo il calcio di Marco Van Basten.

E poi ovviamente ho pensato che l’ultima meraviglia, la Settima, l’avevamo alzata ancora lì a pochi metri dal Partenone grazie a Pippo Inzaghi che prima segna senza capirlo e poi nel finale cancella quell’incubo senza fine chiamato Istanbul, che in realtà una fine ce l’ha ed è finito proprio lì, ad Atene.

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Ma perché questo flashback ateniese con Paolo Maldini?

Perché il mio amore per il pallone mi ha portato a giocare a calcio anche lì ad Atene. Ho trovato un fantastico gruppo di ragazzi greci che hanno messo in porta un erasmus italiano anche se non parlassi una parola di greco. Per la cronaca solo dopo qualche settimana ho iniziato a capire che “terma” significava portiere.

Ma soprattutto finita la partita mi portavano in taverna a bere Ouzo come se fossi uno di loro e si parlava, rigorosamente in inglese per coinvolgermi, solo di calcio. Come era bravo quel Messi ma Kakà…Kakà era il più forte. Poi ancora chiacchiere e ouzo a litri fra Maldini e Terry e fra Pirlo e Gerrard. Ronaldinho aveva iniziato la fase calante e non stuzzicava più le fantasie calcistiche.

Fra questi mostri sacri, c’era stato spazio addirittura qualche sera per scherzare su Cirillo e Sorrentino, ultimi italiani a transitare nel campionato ellenico.

Qualcuno di loro aveva già intuito quanto fosse letale Cristiano Ronaldo, ed erano quelli che tifavano per lo United, tant’è che fra le prime partite viste col mio nuovo gruppo di amici ecco uno splendido Manchester-Inter 2-0, con gol per l’appunto di Cristiano Ronaldo che ancora non era né CR7 né un hashtag vivente. A fine maggio vedrò sempre con loro la finale di Roma 2009 fra Barcellona e Manchester United, dove ho pure la fortuna di scommettere su Eto’o come primo marcatore del match dopo pochissimi minuti.

Dei miei nuovi compagni di merenda, in particolare con due avevo stretto molto: Chris e Stelios.

Il primo era fidanzato con una mia amica palermitana che viveva lì ad Atene ed è stato il mio passepartout calcistico. Mentre il legame con il secondo era giustificato da un semplice motivo: era innamorato del Milan. Ma non un innamoramento così, roba alla Celentano, innamorato pazzo.

Quindi dopo essermi gustato da solo un terribile Chievo-Milan (grande Clarence!) in un internet point di Salonicco mentre i miei amici, giustamente in gita, giravano la città, e dopo aver urlato come un pazzo per Siena-Milan (1-5) a casa in uno sito internet con allegati una ventina di virus, ecco che arriviamo al 24 maggio 2009.

Stelios mi chiama e mi dice senza possibilità di scelta: “Today you come with me. Milan-Roma. Last match of Paolo in San Siro.

Non ricordo di aver avuto un attimo di titubanza, anzi ero felicissimo.

Mi ero rotto di vedere le partite del Milan in streaming, ed ero certo che andando con Stelios sarei finito davanti ad un bel televisore con delle Mythos fredde. E poi l’ultima partita di Maldini a San Siro non me la sarei persa per nulla al mondo.

Ok Stelios, vengo con te. Ma dove mi avrebbe portato il mio amico greco?

Tutto potevo immaginare, tranne che ritrovarmi subito dopo pranzo al Milan Club di Atene. Niente autobus o metro, ero in macchina con il mio amico come se fossi in Italia.

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Supero la porta ed entro in punta di piedi, ad un certo punto Stelios mi dà una spinta vigorosa e mi lancia in quella sala piena di colori e soprattutto di fratelli rossoneri. Credetemi erano davvero tanti.

Fra poster di Maldini e Baresi e molte foto incorniciate delle Coppe del 1994 e del 2007, vinte sapete già dove, non c’è stato un attimo in cui mi sono sentito a disagio fra brindisi, pacche e strette di mano.

Mi sento quasi una mascotte: vengo omaggiato di una spilla, di un gagliardetto e di un cappellino del Milan Club di Atene. Il cappellino è rosso con disegnata su un cerchio nero l’Acropoli.

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Uno di loro mi dice che oggi c’è il pienone, nonostante fine maggio e ad Atene c’è un maledetto caldo che di solito li avrebbe portati al mare, perché “Today…is PAOLO-DAY”.

Non lo chiamano mai Maldini, lo chiamano Paolo. Così come Inzaghi si chiama solo Pippo.

Ad un certo punto sento due voci familiari. Dopo aver ascoltato per mesi telecronache in inglese, in portoghese ed in arabo, ecco che arriva la coppia del “facciamo le valigie andiamo a Berlino”.

Toh chi si risente: Caressa ed il cugino Bergomi. Mi fanno più simpatia del solito anche perché scopro la cosa più divertente di quella domenica. Senza capire una parola di italiano, mi raccontano che tutti quei Tifosi, con la T maiuscola, vedono ogni domenica la partita con l’audio in italiano. Fantastico.

Oggi hanno me come inviato alla traduzione e mi chiedono incuriositi cosa stanno dicendo i telecronisti. Mi chiedono soprattutto se stanno parlando di Maldini, se c’è una festa a fine partita, e se Bergomi è di parte e tifa contro il Milan.

Cerco di soddisfare tutte le loro curiosità e racconto loro che la Società ha fatto una bella iniziativa, regalando a tutti gli spettatori una sciarpa con scritto PAOLO MALDINI ed il logo accanto “3 SOLO PER TE”.

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Purtroppo spiegare un gioco di parole italiano a dei greci, usando come caronte la lingua inglese non è proprio una passeggiata e così quella sciarpa perde un po’ della sua magia che rimane intrappolata nei meandri delle traduzioni.

Nel frattempo del risultato non è che ce ne freghi molto, ne esce fuori uno scoppiettante 2-3 per la Roma ma la scena più bella è quando si incrociano i due capitani.

Totti e Maldini, si abbracciano come se fossero due fratelli, un abbraccio spontaneo e bello che scatena l’applauso in sala. Applaudo anch’io un po’ divertito ed un po’ stupito. Non capisco se fanno folklore o se sono veramente così coinvolti.

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I miei dubbi vengono fugati di lì a poco, fanno sul serio.

Al fischio finale, nessuno beve o ride più, qualcuno prende il telecomando ed alza il volume per seguire il giro di campo di Paolo.

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In quel preciso istante purtroppo sto veramente realizzando che davvero quella Bandiera ci sta lasciando, che quel prato non avrà più la fortuna di essere calpestato da due fra i piedi più nobili della storia del calcio e che la Scala del Calcio perde uno dei suoi più grandi maestri.

Di lì a poco succede quello che succede e che sappiamo tutti.

In quel salottino ateniese tutti mi guardano sbigottiti. Mi interrogano con gli occhi di fuori e non c’è bisogno di alcuna traduzione.

Ma che cosa sta succedendo? Si sentono dei fischi?

E che c’entra la bandiera di Baresi proprio oggi? Franco è uno dell’Olimpo, una delle massime divinità, ma dai oggi non c’entra nulla.

Le telecamere di Sky inquadrano Maldini che è veramente nervoso ed incazzato, sorride amaro ed agita le mani, gli scappa pure un brutto gesto.

Indica allo stadio quello che è il suo tribunale, la curva sud che nel frattempo ha srotolato anche degli striscioni polemici.

Qualcuno cerca di farlo restare a centrocampo, ma lui, giustamente, si rifiuta. Paolo Maldini non è ma soprattutto non si sente un peluche da esporre.

Paolo è ferito e vuole lasciare il campo e ne ha pienamente ragione. Perché gli hanno rovinato la festa a casa sua, a San Siro, e perché al di là di tutti gli screzi avuti con una frangia del tifo, una leggenda così familiare, una leggenda lunga 902 partite con la maglia rossonera cucita sulla pelle non si meritava quel saluto.

Anche in Grecia siamo storditi, se San Siro piange, il Milan Club Atene non ride.

Ma ecco che ad un certo punto prima in tre, poi in quattro e poi tutti ci alziamo in piedi e parte forte il suo coro.

“PAOLO ALE’, PAOLO MALDINI!!!! PAOLO ALE’, PAOLO MALDINI”

Mi chiedo se in qualche altro Milan Club sparso nel mondo c’è una scena del genere.

Siamo ad Atene, abbastanza lontani da Milano, eppure c’è una sala piena di persone in piedi che applaude senza sosta.

Incredibili le emozioni che può portare il calcio ed uno dei suoi migliori ambasciatori.

Fine luglio, ultima sera di Erasmus e del mio ritorno in Italia. Ricevo in regalo da quei ragazzi due magliette. Una è bianca e mi prende chiaramente per il culo: è una divisa del Real Madrid con il numero 8 e con sopra scritto “Kakà”. Sia Berlusconi che Riccardino vanno a fare bancomat a Madrid, ed a me l’unica cosa che rimane sono i saluti dei miei amici sopra quella maglietta.

L’altra è nera, davanti c’è scritto “MILAN CLUB ATENE” e dietro c’è scritto “ALBERTOPOULOS”. Sono affezionatissimo a quella maglietta, che riposa nel mio comodino e ogni tanto la indosso pure come pigiama. Mi piace pensare che questa maglietta è figlia del 24 maggio 2009 e che in fondo ce l’ho anche grazie a Paolo Maldini.

Oggi Paolo compie mezzo secolo e chissà se al Milan Club di Atene qualcuno lo festeggerà, o se magari qualcuno all’Acropoli avrà già montato da qualche parte il numero 3.

Anche perché in fondo Paolo Maldini ad Atene è di casa, ed il Partenone lo conosce molto, ma molto bene.

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Tanti auguri Capitano.

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