Chi, come noi, ha letto con piacere “Papà, Van Basten e altri Supereroi” continua a reputare il calcio un bellissimo gioco, fatto di poesia e fantasia, di personaggi che fanno sognare ed innamorare grandi e piccini, in cui le sconfitte, seppur amare, fanno parte del gioco. Vorremmo tutti che gli aspetti negativi del calcio si fermassero al campo e, quindi, ci diventa difficile associare al gioco più bello del mondo elementi teoricamente estranei come denaro, speculazione, bilanci, fatturati ed altre amenità che, purtroppo, oggi stanno prepotentemente prendendo il sopravvento sul pallone che rotola.

Per spiegare ai sognatori di tutte le età quello che è successo in questi giorni proviamo ad affidarci alla fantasia, augurandoci che questa breve favola triste possa trovare, un giorno non troppo lontano, il classico lieto fine che ne cambia l’epilogo.

C’era una volta un signore ricco e potente, a cui i soldi piacevano molto. Biscione, così si chiamava, viveva in una nazione, Giocolandia, in cui i giocattoli erano talmente importanti da essere venerati quasi come una religione. In questo paese ogni domenica si organizzavano, infatti, delle vere e proprie sfide tra balocchi, che tenevano incollati milioni di bambini sia dinanzi alla radio sia davanti alla tv sia nei teatri in cui essi si esibivano. Possedere un giocattolo bello e vincente era il sogno di Biscione. Una volta, sugli scaffali sgangherati di un negozio di antichità, vide Diavoletto, un giocattolo caduto in disgrazia dopo anni di trionfi e successi. Biscione lo acquistò per pochi spiccioli convinto che, aggiustandolo per bene, sarebbe potuto tornare a vincere i trofei che lo avevano reso famoso in passato.

Ed infatti, riparandolo con gli arnesi più costosi ed accessoriandolo con i marchingegni migliori e pezzi pregiatissimi, Diavoletto tornò a trionfare nelle competizioni a cui partecipava, sia a Giocolandia che in tutto il resto del mondo, in particolare nei tornei organizzati da Madama Uefa, diventando il giocattolo più bello ed importante della Terra, seguito da milioni di bambini che strabuzzavano gli occhi davanti alle sue magie.

Biscione, anche grazie a Diavoletto, accrebbe molto la sua potenza, la sua ricchezza e la sua notorietà, tanto da diventare il Re di Giocolandia.

Con il passare del tempo il Re, ormai anziano, per paura di perdere la sua ricchezza, decise che era giunto il momento di affidare le chiavi della cassaforte del suo castello alla figlia PierBisciona. Anche lei era stata educata al culto del denaro e, pertanto, mai e poi mai ne avrebbe sperperato, men che meno in ninnoli.

Appena prese possesso delle chiavi si accorse di quante spese venivano sostenute per Diavoletto e consigliò, quindi, al papà di vendere il suo giocattolo più famoso, nonostante il forziere fosse, come sempre, stracolmo.

Biscione, naturalmente, fu d’accordo e fissò il prezzo: 1 miliardo di soldi, così da diventare ancora più ricco.

Ai bambini che amavano Diavoletto disse una piccola bugia, ossia che non poteva più sostenere le spese per farlo competere con altri giocattoli. Tuttavia promise loro che mai e poi mai avrebbe venduto Diavoletto a chi non poteva permetterselo, trattandosi di una “questione di cuore” e non di mera pecunia. Insomma il classico buon padre di famiglia.

PierBisciona, in quegli anni, tenne sempre ben custodita la chiave della cassaforte, aprendola solo su richiesta di Biscione che, coadiuvato dal paggetto di corte, iniziò ad acquistare accessori sempre più scadenti per Diavoletto e cambiò i pezzi pregiati, ma ormai logori, con altri di bassissimo lignaggio.

Il povero Diavoletto, piano piano, non riuscì più a competere con gli altri giocattoli nè di Giocolandia nè del resto del Mondo.

Intanto, da Paesi lontani, si avvicinarono compratori stranieri molto importanti interessati all’acquisto di Diavoletto, i quali, però, offrirono cifre diverse da quelle che Biscione richiedeva.

Un giorno il vecchio Re conobbe Fosphoro, un signore che veniva dal Paese del Riso, il quale non era nè ricco nè potente ma anche lui amava molto i soldi.

Fosphoro si disse pronto ad acquistare Diavoletto per una cifra molto vicina al miliardo di soldi che Biscione chiedeva.

PierBisciona e suo papà non si fecero scappare l’occasione e accettarono l’offerta, con buona pace delle promesse fatte dal buon padre di famiglia che, anche allora, disse un’altra piccola bugia ai bimbi che amavano Diavoletto, dichiarando che Fosphoro non solo era ricchissimo, ma era anche serio e affidabile.

Fosphoro, in realtà, non era affatto così ricco e, infatti, iniziò a pagare Diavoletto un pò per volta, spesso facendo arrivare i soldi dall’oscuro Paese di Nonsisadoveland. La somma comunque non era sufficiente per completare l’acquisto del giocattolo. A quel punto il nuovo proprietario fu costretto a farsi prestare il denaro da Shark, un tipo, lui sì, tanto ricco quanto spietato che, naturalmente, amava molto i soldi.

Fosphoro, per farsi ben volere dagli amanti di Diavoletto, acquistò subito accessori importanti e pezzi costosi per provare a far tornare il balocco tra i protagonisti di Giocolandia.

Purtroppo Diavoletto, non più aduso a certi palcoscenici, non ottenne i risultati previsti e faticò molto nelle sfide con gli altri giocattoli.

Viste le difficoltà con cui Fosphoro provava a sostenere le spese per Diavoletto, la gente iniziò a chiedersi se davvero fosse così ricco da potersi permettere un giocattolo tanto importante. Tra le persone più curiose c’era Madama Uefa, a cui gli amici di Fosphoro si erano rivolti per chiedere di potersi iscrivere ai suoi tornei. A lei Fosphoro non era mai piaciuto, a maggior ragione se accompagnato dal perfido Shark.

Madama Uefa, che si diceva giusta e premurosa, pretendeva che ai suoi tornei partecipassero solo giocattoli costosi, costruiti in maniera eccellente e con proprietari che potessero garantire la lucentezza del gioco.

La signora, quindi, disse per ben due volte no a Fosphoro, invitandolo, di fatto, a vendere il suo giocattolo a qualcuno che potesse, in primis, sbarazzarsi di Shark e, poi, garantire a Diavoletto di poter partecipare serenamente ai tornei.

Questa richiesta, a dire il vero, Madama Uefa non avrebbe potuta farla perchè le regole per iscriversi ai suoi tornei erano diverse e non poteva affatto permettersi di pretendere la cessione del giocattolo tuttavia, dall’alto della sua potenza, fissò un appuntamento finale per decidere sull’iscrizione.

Fosphoro nel frattempo ricevette offerte importanti per vendere Diavoletto ma, essendo molto amante dei soldi, anche lui, come Biscione prima, voleva guadagnarci molti denari e quindi rifiutò.

Madama Uefa, a questo punto, decise di squalificare Diavoletto per un anno da tutti i suoi tornei, nonostante altre volte, con altri giocattoli, come ad esempio Eiffel, Colosseo e Natomale, fosse stata molto meno severa e cattiva, probabilmente perchè si trattava di giocattoli di proprietari molto ricchi e potenti. Evidentemente anche a Madama Uefa piacevano molto i soldi.

Diavoletto, quindi, pur non avendo colpe, e nonostante si fosse guadagnato la possibilità di parteciparvi, non potè competere nel torneo e i bambini che lo amavano, ancor meno colpevoli, furono costretti a guardare, ancora una volta, gli altri giocattoli sfidarsi sotto gli occhi severi di Madama Uefa.

Alla fine di questa triste storia sappiamo solo che Biscione non era poi così buono, Fosphoro non era poi così affidabile e Madama Uefa non era poi così giusta.

La morale di questa favola è: non bisogna mai fidarsi di chi ama troppo i soldi.

 

 

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