Non credo alle favole ma mi sono sempre addormentato sorridendo.

Sono giorni bui, duri, dove mi ritrovo una posizione addosso di cui non ho mai avuto bisogno. Un pullman parcheggiato davanti ai colori rosso e neri, infangati, mitragliati, sporcati, strappati costantemente da tutti. Per difendere che cosa? Già, che cosa. Oggi, non mi bastano le notti magiche, il clacson in piazza con la bandiera attaccata al collo per non pensare a quello che sta passando sulla mia pelle a una velocità folle. Berlusconi, Li, Fassone, Mirabelli e il fair play finanziario. Van Basten, Weah, Inzaghi, Destro e Andrè Silva. Sacchi, Capello, Ancelotti, Montella e Gattuso. Campioni D’Europa, campioni D’Italia, campioni D’Europa, sesti e fuori dalle coppe.

Non sarà sicuramente un recap di parole a sintetizzare questi colori. E sicuramente, non sarò io, dal mio giudizio colorato di rosso e nero, a dire che ne è stato, che ne è e soprattutto che ne sarà della squadra più bella del mondo. Però tutto questo fa un male atroce. Perché adesso, la sola cosa che vince quando penso al 19 di agosto, al prato verde e a 80mila posti paganti, è la paura. La paura di essere da solo, o meglio, da soli. Si perché oggi, dove ci si sposta per la miglior offerta, chi vorrebbe rimanere in questa storia?

Io rimango, perché il legame è come il legame materno: puoi litigare, urlare, gioire e piangere. Ma torni, sai già che torni. Gli altri? A quei 25 giocatori li, di cui pochi sono cresciuti in quelle quattro mura, chi gli chiede di rimanere? Ho paura del “fuggi fuggi” intitolato così dai quotidiani meno di parte. Ho paura che finisca tutto. Ho paura di dover spiegare a mio nipote di cinque anni tutto questo. Ho paura di rimanere da solo. Ho paura all’età di 24 anni di non poter ri-gioire come quella volta la. Sì perché tanto, si torna sempre a quella volta là: quelle volte là. E non venite a farmi discorsi del tipo “se sei attaccato alla maglia rimani” perché ad oggi in rosa, di gente davvero attaccata alla maglia ce ne è poca e se c’è è grazie al numero 8 in camicia.

Non mi interessa puntare il dito, dire di chi è stata la colpa dal 2014 al 2017. Mi interessa sapere di non essere da solo. E chi deciderà di andarsene è comprensibile, è accettabile, ma fa già male senza sapere se accadrà. Per risalire dall’inferno, bisogna esserci stati amici miei. Nessuno di quei 25 giocatori lì, a cui voglio bene uno a uno come un fratello, sa come è fatto l’inferno e questo, questo mi fa sentire solo. Spero di ricredermi, ma oggi, nella prima domenica di Luglio vince una solitudine immensa. Vi dico arrivederci come voi lo avete fatto con noi, il 20 Maggio 2018.

Io non ho mai creduto alle favole, anche se alla fine mi addormentavo sempre sorridendo.

di Simone Orom Samorani

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