Più di due mesi ormai sono trascorsi da quello splendido giorno che resterà per sempre impresso nella mia memoria, direi uno dei più belli della mia vita. Emozioni, colori, cori, grida. Un sogno che stava per diventare realtà. Quella data tanto attesa era arrivata.

15 Aprile 2018, prima volta allo stadio Meazza,

partita che si prospettava ricca di sorprese. Da una parte il Napoli, squadra al secondo posto in campionato, seguita da una tifoseria unica. Dall’altra la padrona di casa, il Milan, da sempre la mia squadra del cuore, un amore trasmesso sin da piccola dal mio papà che da ragazzo aveva visto i Rossoneri sulla vetta del mondo, leader indiscussi del panorama calcistico internazionale. I racconti delle antiche glorie danzavano frenetici nella mia testa. Un vortice di trepidazione, attesa e speranza mi travolgeva. Trepidazione perché quel giorno avrebbe rappresentato per me una sorta di “battesimo”, varcando l’ingresso del Meazza sarei stata proiettata in un nuovo e incredibile mondo. Attesa dal momento che avrei visto per la prima volta i “miei” campioni. Speranza poiché si prospettava una sfida intensa tra due grandi del calcio e il mio desiderio, da tifosa che sono, era ovviamente quello di vedere la mia squadra vincere e travolgere i tanto temuti avversari. L’adrenalina era alle stelle. L’agitazione si faceva sentire, aumentava ogni secondo di più. La fame non era molta, giusto il tempo di mangiare velocemente un panino e in una manciata di attimi ero lì a salire le scale che mi avrebbero portata al luogo in cui sarei rimasta per 90 lunghi minuti. Un tempo che a dirsi sembra infinito ma che in realtà vola via trasportando con sé le infinite emozioni che rendono le notti alla partite magiche e al contempo insonni e che penetrano in ogni tuo pensiero. Secondo anello arancio, fila n°3, posto 27. Da lì avrei seguito e sostenuto i “miei” campioni. Ero vicinissima alla Curva Sud, il vero cuore pulsante dello stadio. Colei che incitava più di chiunque altro il Diavolo con cori altisonanti e ricchi di passione.

Prima di provare tutto ciò avevo sempre pensato che quei tifosi fossero semplicemente, passatemi il termine, “esaltati” alla ricerca di attenzione e che vedevano nelle proprie grida una personale valvola di sfogo. Ma una volta entrata potevo percepire la fiamma intensa che ardeva nei loro cuori.

Tutto era pronto, la partita poteva avere inizio. In realtà, a mio modesto parere, si dimostrò uno scontro alla pari, non ci furono sensazionali occasioni da goal (eccetto l’incredibile parata al 92’ di Donnarumma su Milik), nessuna delle due squadre sembrò prevalere sull’altra. Tanto che parve che quei 90 frenetici minuti si protraessero in serenità, senza esultanze o insulti ma in pieno rispetto. Quest’ultimo che purtroppo molto spesso viene a mancare fu dimostrato da entrambe le tifoserie che di fronte a un incredibile gioco tattico da parte di ognuna delle due squadre non poterono che accompagnare il saluto finale dei giocatori con un lungo e sincero applauso. Così feci anch’io. Non nascondo che fui un po’ dispiaciuta per non aver visto alcun goal.

La mia prima volta al Meazza si era conclusa con quello che sembrava un banale pareggio. 0 a 0, questo fu l’esito.

Non avevo potuto assaporare la gioia di una vittoria ma neanche l’amaro dispiacere di una sconfitta. In seguito però ripensai alle magiche ore che avevano preceduto quell’incontro, all’adrenalina, all’attesa e a tutte le emozioni che avevo provato. Avevo indossato orgogliosa la mia maglietta rossonera che insieme alla sciarpa annodata al polso mi facevano sentire parte di un grande team, il famoso “dodicesimo uomo”. Ero fiera di aver sostenuto, nel mio piccolo, la mia squadra. Ora sono passati tanti giorni da quella domenica di aprile ma il desiderio di rivedere al più presto i “miei” campioni non è per niente svanito. Ogni volta che ripenso a quel pomeriggio mi sento travolta da una felicità immensa che sono certa sarà sempre parte di me. Credo che tutte le “prime volte” in ogni situazione della vita (la prima parola, i primi passi, il primo giorno di scuola, la prima vittoria sportiva, il primo bacio, il primo viaggio senza la famiglia, la prima macchina, il primo successo lavorativo…) rappresentino sempre un cambiamento nel bene o nel male e che siano splendide in quanto connubio di paure e forti gioie.

La mia prima volta è stata proprio così, unica e indimenticabile.

Veronica Albertini, 17 anni, Traversetolo (Parma)

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