I calzettoni sempre in linea con il ginocchio.
Scarpe tendenzialmente Nike, forse eccetto i primi tempi.
Maglietta a seconda della stagione ma rigorosamente dentro i pantaloncini, come una volta. Già, c’era una volta si dice di solito.
Come quando hai toccato il primo pallone: un pomeriggio dell’85 a Udine, io non c’ero sicuramente (neanche sul divano) ma so di per certo che quelle scarpette ti stavano strette perché non le avevi portate in trasferta.
Poi?
Ah si, poi quella fascetta sottile nera inconfondibile sopra i capelli.
Infine, sul braccio sinistro quella fascia bianca con una C piena di te.
Serviti e riveriti per 25 stagioni.
Amati e abbracciati con 25 trofei.
La storia di Paolo Cesare la conoscete tutti, tutti quanti.
Come tutti quanti conoscete e sapete l’amarezza che ha provato quando una parte della tifoseria ha sputato su quel servizio, su quell’amore, su quell’ultimo abbraccio.
Io c’ero, sul divano.
Avevo quasi 16 anni ma non capivo.
Non capivo perché la notte di Istanbul ho pensato di tutto nella mia testa, ho pianto come tutti credo, ma non ho mai pensato che doveva chiedermi scusa. Non ho mai pensato che lui dopo averci portato sul tetto d’Europa per la seconda volta da capitano, potesse avere delle colpe. E non lo penso neanche ora, bandiera.
Infatti, chiedete a quei tifosi se la notte di Atene hanno fischiato. Chiedetegli a tutti quei tifosi là se quella sera non hanno gioito.
Chiedetegli oggi a quei tifosi là se desiderano dissociarsi, ancora una volta, per aver sentito sulla sua pelle la scottatura di una sconfitta “così strana” solo come da calciatore.
Lui è più tifosi di voi. 
Non basta una sciarpa della curva per esserlo: ci vuole coraggio per essere tifosi.
Lui ce l’aveva, e ce l’ha tutt’ora.
E chissà quanto stava male, sul divano, a vedere quei colori in questi anni.

Più di voi, ne sono certo.

Hai vestito due maglie nella tua vita e hai dato tutto per quei tre colori: il rosso, quando ti infiammavi nelle notti di Champions. Il nero quando la paura provava a farsi spazio dentro al tuo cuore. L’azzurro come i tuoi occhi: di un ghiaccio inconfondibile.
Per me oggi non è un bentornato.
Perché non te ne sei mai andato, non sei mai andato via dal mio cuore certo che un giorno avresti ridetto di sì. Perché oltre quei tre colori, oltre quelle due magliette li potevi, in una vita senza calcio da giocare, vestirne ancora solo una delle due.

E ci hai provato! Sì Paolo, lo sappiamo che ci hai provato. Che hanno provato a fartela rimettere addosso ma avevi bisogno di tempo, avevi bisogno del momento giusto, avevi bisogno di diventare anche te più cosciente di quello a cui saresti andato in contro.

Rimettiti la maglietta Paolo, riallaccia gli scarpini magari più eleganti questa volta e racconta a quei 25 ragazzi che il tetto del mondo, che vincere tutto, nella vita, si può fare.  E non dipende dalla macchina con cui arrivi a Milanello, la donna con cui stai e lo stipendio.
No, dipende solo da una cosa che tu hai incarnato per 50 anni di esistenza e continuerai a farlo, per sempre.
Sacrificio.
Tu Paolo sei talento, classe e eleganza.
Ma il sacrificio ti ha sempre caratterizzato: non hai mai avuto paura di dare tutto per quei colori.
Perché? 

Perché è un amore che non si può spiegare, si può solo vivere. E tu l’hai vissuto, sempre. E “purtroppo” non decidi tu quando smettere di viverlo.

Buon lavoro Capitano, 

Non si ricomincia ma si continua! 

Finché vivrò io sarò un rossonero.
di Simone Orom Samorani

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