Giada, oggi ti racconto una storia speciale e agrodolce, una favola spezzata che ha come protagonista un pirata. Non un pirata finto, di quelli che si vedono al cinema o in tv tipo Jack Sparrow e Vicky il Vichingo; non un marinaio maligno da Isola del Tesoro, ma un pirata vero, passionale e romagnolo. Marco Pantani.

Lo chiamavano il Pirata per quella testa rasata nascosta dalla bandana, ma in realtà il soprannome lo meritava perché rapiva tutti gli italiani e li costringeva a stare incollati alla tv o a ridosso delle strade a sostenere le sue scalate in bicicletta.

Era un ciclista. Riuscì a far appassionare milioni di connazionali al ciclismo; io stessa fregavo la bicicletta al nonno e pedalavo in salita per km perché Lui mi aveva attaccato la voglia di bici.

Era un ragazzo semplice, Marco. Di Cesenatico, cresciuto a piadine e aria salmastra, più magro di Pippo Inzaghi, tifoso del Milan. Tu mi chiederai: “Perché “era”?”. Perché un giorno qualcuno ha deciso di bucargli definitivamente le gomme della bicicletta e da quel giorno non è più riuscito a scalare le montagne sulle due ruote. Purtroppo, come diceva Goethe, “dove la luce è più intensa, l’ombra è più nera”. Nel 1999 stava per ripetere i successi dell’anno precedente, quando vinse Giro e Tour. Il suo Milan aveva appena vinto lo scudetto guidato da un suo concittadino, quando giornalisti e giudici di gara dichiararono “ematocrito alto”. Figuriamoci, una figura amata da tutti, lo sportivo italiano del momento accusato di doping: argomento golosissimo per il gossip e il giornalismo di bassa lega. Fu l’inizio della fine e Marco piombò nella malattia silenziosa più brutta che ci sia: la depressione. Mi dicevano “cosa continui a difendere Pantani? E’ un dopato!”. E io: “no, non è vero. Non l’hanno mai beccato col doping!”. “E’ un debole, è un esempio sbagliato”.

E invece, bimba mia, devi sapere che il mondo è fatto di eroi fortissimi che non sbagliano mai, che nascono con caratteri di ferro e fisici eccezionali (tipo il nostro Paolo Maldini o Michael Jordan); oppure di ragazzi che da bambini si ritrovano in ambienti sfortunati, ma che decidono di sfidare il destino già scritto a tal punto da diventare i migliori (Cristiano Ronaldo). Oppure è fatto di persone umane che non ce la fanno proprio o che stanno per farcela, ma alla fine crollano.

Il nostro Pirata sembrava una roccia: uscito vivo da un paio di incidenti da ragazzino; nel ’95 fu coinvolto in altri incidenti stradali, l’ultimo dei quali – durante una Milano-Torino –  sembrò troncargli la carriera; nel ’97 ci si mise pure un gatto a tagliargli la strada! Cosa fece lui dopo questi stop? Via in sella!

Ma quella volta del ’99 gliela confezionarono troppo grossa. Marco ci lasciò il giorno di San Valentino del 2004. Lui, che ci ha fatto innamorare del ciclismo, ci ha lasciato nel giorno dedicato all’amore. La sua mamma iniziò una battaglia legale. Dicevano che rischiava di diventare una sorta di Don Chisciotte, ma lei, vero cuor di leone, venne aiutata da un bandito moderno, Vallanzasca. Suo figlio doveva essere fermato per le scommesse clandestine camorriste!

Giustizia fatta, ma lui non lo saprà mai.

Non meritava di morire solo, Marco. Sono stati scritti fiumi di inchiostro cattivo, inchiostro letto e giudicato dalle solite capre che costituiscono la massa. Lo hanno ucciso prima come uomo e poi come essere vivente. Le parole sono armi, ricordati di usarle nel modo giusto perché potresti ferire la dignità di una persona.

E ora tappati le orecchie perché la mamma deve gridare una cosa poco elegante:

parecchi devono andare affanculo!

 

 

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