Facile scrivere quando si vince, vero?
Può essere, ma vi giuro che non starò qua a sbrodolare parole al miele per questi ragazzi che oggi finalmente hanno riconquistato i 3 punti (anche se sicuramente per l’amore che provo per questi colori qualche goccia di nettare delle api cadrà su questo schermo).
È stata una partita veramente difficile su un campo dove bisogna lottare. Bisogna lottare da sempre lì, ma quest’anno un po’ di più.
Non nego che a vedere il Prince con la 27 non mi sia venuto in mente l’anno dello scudetto.
Non nego che a vedere Loca (ho la sua maglietta ma questo non vuol dire che ne capisco di calcio, si chiama affezione e preferenza del singolo) mi si è stretto un po’ il cuore pensando a quel tiro sotto la sud in una notte di fine ottobre di un paio di anni fa.
Non nego che visto il momento di crisi a livello di risultati e quindi di punti abbia pensato a quelle quattro caramelle di Berardi di qualche anno fa e al cambiamento su una panchina che da quel giorno ad oggi non è mai stata doma.
Ad oggi.
Si perché non faccio il critico di calcio, nè il giornalista sportivo, nè quanto meno il telecronista. Però chi ha puntato il dito su Gattuso oggi, per lo meno oggi, dovrebbe chiedergli scusa. Io non ho mai avuto un dubbio, sempre dalla sua: però è giusto sentirsi mettere in discussione dopo 5 partite con 5 punti.
Ne ho lette di tutte i colori.
Oltre al fatto che potrebbe perderne 38 su 38 visto che ha passato una carriera a servire una maglia senza il minimo bisogno/pretesa di riconoscenza. Perché quando si vinceva si abbracciava Sheva, quando si perdeva si incolpava chi non vinceva i contrasti.
E lui non ne vinceva pochi.
Ne ho lette di tutte i colori e oggi comunque ancora una volta ha rischiato e ci ha messo la faccia. Perché quando leggo che giocano Castillejo e Abate intuisco che siamo senza punta per due giornate consecutive e che forse dietro qualcosa non sta andando dal verso giusto.
Già non gli do fiducia.
Però sempre e per sempre con Rino: me la guardo tutta.
Chi l’ha vista sa cosa hanno fatto rispettivamente i due giocatori sopraccitati. Il secondo poi, sembra Ambro che non invecchia mai, ha dimostrato finalmente di averli questi anni in più giocando una partita carismatica.

Ne ho lette di tutte i colori.
Eppure non vi siete accorti di una cosa secondo me molto più importante delle vostre diagnosi da leoni da tastiera.
Non vi siete accorti che i primi a non volere il cambio tanto gridato in questa settimana sono quei giocatori li.
I primi a prendere le sue difese oggi sono loro.
E non parlo delle classiche frasi che a volte bisogna dire per forza davanti alle telecamere.
Nono.
Non ero a Reggio Emilia, ho visto quello che hanno visti tutti da casa (leggermente in ritardo perché sono in Norvegia).
Ma, per usare una massima di Rino, “si tocca con mano” totalmente e indubbiamente che loro seguono lui.
Sennò oggi una partita così non la vinci neanche con 11 Higuain.
Quando si cambia allenatore il primo grosso sentore per cui accade questo fatto rivoluzionario sono i giocatori in campo che non rispondono.
Ma li avete visti?
Oh, non lo so.
Io da dopo la partita con Napoli e Roma a oggi ho visto tanti punti persi per strada, errori evitabili e disattenzioni non all’altezza.
Ma non ho mai visto un giocatore non seguire quel lottatore lì che darebbe via l’anima al diavolo pur di farci gioire.
L’esempio più eclatante di sta sera è l’abbraccio dopo un goal del suoi che ci porta sul 2 a 0.
Non segnava da una vita.
Ma veramente da una vita.
Uno che non segna da una vita, abituato comunque a segnare, di solito esulta come se fosse una liberazione. Comunque pensa a se stesso, pensa al fatto che allora è capace di fare goal, pensa che segnare è una cosa bellissima e che forse se la stava per dimenticare, pensa che vorrebbe farne subito un altro.
Fatto (fortunoso eh).
Ma prima di fare la doppietta fa un gesto, semplicissimo: va ad abbracciare chi gli ha detto che può fare goal. Va ad abbracciare chi gli ha detto che è un giocatore insostituibile. Va ad abbracciare chi gli ha dimostrato nei fatti che crede in lui.
Va ad abbracciare chi avete chiesto di andarsene per tutta la settimana.

Ne ho lette di tutti i colori eppure questa sera, tu che volevi mandarlo via, al goal di Suso hai esultato come un bambino e soprattutto quando si sono abbracciati hai capito cosa vuol dire essere una famiglia: anzi, ti sei ricordato cosa vuole dire essere una famiglia.
Cosa vuol dire sputare sangue per uno che venderebbe l’anima al diavolo per te, seduto sul divano con la sciarpa rossonera.
Forse il problema è che pensiamo che la venderebbe l’anima perchè ci scordiamo che lui gliel’ha già venduta, in una estate del 1999 dopo aver rincorso pecore in campi scozzesi.

E allora abbraccialo Jesús, stringitelo forte al petto perché qualcuno l’ha già fatto con lui: solo così si gioca per i colori.
Solo così, sempre per sempre.

di Simone Orom Samorani

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