Non passa mai quella settimana.
Sembra interminabile, le ore a lezione, le ore dietro a lavorare, le corse per la città, gli appuntamenti, le pause e gli amici.

Sette giorni infiniti.
Sette.

Per alcuni sono anche 365 dal giorno dopo. O un paio di mesi in atteso del ritorno.
Mamma mia il giorno dopo, quanti giorni dopo abbiamo vissuto?
Quanti giorni prima abbiamo vissuto?
Sembra non arrivi mai, ogni mattina la Gazzetta trova una tematica diversa e questo sembra avvicinare il match ma allo stesso tempo allontanarlo.
Ognuno poi con i suoi gesti scaramantici, i classici gesti scaramantici del “giorno prima”.
Chissà Milano questa settimana, chissà i colori, le sfumature dei bar mentre già si iniziano a mettere le mani avanti su una ipotetica vittoria dell’avversario.

“Ma sì, siete nettamente più forti! Giocate anche in Champions!”
“Ma l’hai visto Higuain? Ci farà 3 goal, avete già vinto!”
“Vecino infortunato, brutto segno.”

E via, si continua, in mezzo alle cose da fare con il pensiero costante a quella notte così lontana ma così vicina.

La cosa più semplice che ti viene da fare in questi casi è ripensare a qualche derby giocato.
Pensi a Cutrone e all’impronta di Gattuso su questo Milan, pensi a quel fallo così banale di Rodriguez su Eder, ma poi pensi a Cordoba che neanche con un fucile è riuscito a tirare giù Sheva, pensi al primo goal in serie A di Kakà, pensi anche a quello di Ronaldinho (entrambi di testa tra l’altro), pensi al tiro a giro di Sheva e i fumogeni, pensi a quel 4 a 2 che ancora ti fa soffrire, pensi al Mou e che forse un po’ ti manca il suo far polemica, pensi a Zanetti e a Maldini, pensi che in casa loro sono 8 anni che non vinci, pensi che San Siro dopo tua moglie/fidanzata sia la cosa più che bella c’è.

Le pensi tutte, ma tutte.
Pensi al tempo perso di questi anni soprattutto, ai trofei che mancano da troppo. Quelli veri eh.
Pensi che il calcio è una cosa bellissima. Si perché è un rito. Ognuno ha il suo, ogni anno ognuno ha il suo ma penso a quello più bello (vissuto anche io stesso).

Metro lilla, sguardi e occhiatacce sui colori delle sciarpe e ci si gira dall’altra parte, oggi non siamo sicuramente amici. Si esce dal tunnel, Zanetti da una parte Maldini dall’altra. Ci sono tutto l’anno quelle foto eppure quel giorno contano più di ogni altro istante, momento, vissuto sotto terra.

Scalini due a due, birra ghiacciata fuori dallo stadio. Paninaro, il solito perché se cambi al derby porta sicuramente sfortuna.

Iniziano i discorsi pre-derby, chi gioca chi non gioca, altro panino?, qualcuno sarà stanco per la nazionale, chissà le coreografie, altra birra?, ho messo la maglietta da derby oggi: super Pippo e altri aneddoti, altri milioni di piccoli gesti.
Poi il flusso procede, 80mila persone attese allora ci si dirige verso il tornello.

Ogni volta che passi il tornello comunque è un sospiro: son dentro.

C’è chi sale fino al terzo, chi si ferma al primo o chi sta nel mezzo, eppure tutti quanti, tutti dal primo all’ultimo, quando sono entrati e quando entreranno, sentiranno lo stesso identico odore.
L’odore di erba bagnata, quella milanese, che sa di naviglio e Madonnina, che sa di rosso e di nero, che sa di azzurro e di nero, che sa di Sud e di Nord, che sa di generazione in generazione, che sa di casa sia all’andata che al ritorno, che sa di luci accese, che sa di riscaldamento, insomma, che sa di calcio di inizio.

Questo è il derby di Milano.
Questo è il tempio del calcio.
Onore e gloria per questi colori, ora e sempre.
Forza lotta vincerai
Non ti lasceremo mai
.

di Simone Orom Samorani

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