Giada, questa sera è speciale: mezzo mondo si prepara a festeggiare la festa celtica per eccellenza. Gran Bretagna, Stati Uniti e Australia in primis, ma anche altri paesi si dilettano a esorcizzare quella che si chiama All Hallows’ Eve, meglio conosciuta come Halloween. Magia, spiriti, la festa gaelica di fine estate… il compleanno di Marco Van Basten!

Sì, Lui – magia pura – non poteva che nascere nel giorno più magico dell’anno.

Non vedevo l’ora di parlarti di Lui. Intanto si chiama Marcel, Marco è il suo soprannome e guarda caso suona italiano, come italiana è la squadra che lo consacrerà. E’ un lanciere! Mi chiederai cosa significhi: il lanciere è un cavaliere che, armato di lancia, attacca il nemico in sella al cavallo. Lanciere è anche il soprannome dei giocatori dell’Ajax, squadra storica di Amsterdam, per intenderci quella in cui giocò un certo Cruijff. Marco esordì entrando in campo a 17 anni al posto del grande  Johann e subito infilzò i suoi “nemici”. Per farla breve, si laureò capocannoniere nei tre anni successivi vincendo anche la Scarpa d’Oro. Indovina dove giocò in Italia?

Uno che nasce nella notte della magia non poteva che giocare col Diavolo.

Arrivò nel 1987 insieme a Ruud Gullit e segnò immediatamente sia in Coppa Italia che in campionato. Da subito spiccò il suo modo di tirare i rigori: saltino, rincorsa e gol. Era altissimo, con un fisico possente, ma ciò nonostante leggero ed elegante come un ballerino. Per questo da subito lo soprannominarono Il Cigno di Utrecht. Io avevo 13 anni, quando arrivò in Italia. Mi stavo appassionando al calcio già da un annetto; tutti tifavano Juventus e Inter e io mi innamorai di questo ragazzone nordico. Ma come si faceva a non innamorarsi di lui? Suo il gol decisivo al San Paolo di Napoli, che decretò lo scudetto al Milan dopo anni bui; sue le prestazioni superbe che portarono l’Olanda a vincere l’Europeo, dove siglò contro la Russia il gol più bello che io abbia mai visto. E contribuì a riportare la Coppa dei Campioni e l’Intercontinentale a Milano. Se non segnava, lanciava i compagni in gol con assist da numero 10.

A proposito di Coppa dei Campioni, contro il Göteborg segnò quattro volte in una sola partita (memorabile il gol in rovesciata) e pochi giorni dopo si aggiudicò il terzo Pallone d’Oro. All’epoca solo Cruijff e Platini riuscirono nell’impresa di accaparrarsene tre.

Ogni volta che segnava si esibiva in una mini lambada; ok, forse esagero col termine: correva verso il pubblico, si fermava e dimenava i fianchi un paio di volte. (Poteva fare di meglio, ma era già tanto quello che faceva in campo). Storica la sua lambada irrisoria su un Pasquale Bruno steso a terra:  il miglior modo per prendere in giro il classico difensore italiano antisportivo.

Il ’92 fu il suo anno più prolifico in Italia. Io lo vidi a Parma contro i Gialloblù di Nevio Scala l’8 marzo 1992. Giocò malissimo, ma lo perdonai. Anche gli angeli mangiano fagioli …

Però, Giada, ti devo raccontare anche l’altra metà della verità sul nostro Cigno, il cui destino si rivelò davvero una leggenda di Halloween:

fin qui la parte “dolcetto”. La parte “scherzetto” ha un gusto amaro e salato come le lacrime che io personalmente versai quell’estate del 1995. Ma non fui la sola.

E’ vero che Marco vinse la scarpa d’oro e subito dopo andò al Milan. Ma fra l’86 e l’87 iniziarono anche i suoi guai con la caviglia. La cartilagine è una brutta cosa, io pure ho un buco alla cartilagine del ginocchio e non c’è rimedio perché la cartilagine non cresce più, una volta che si squarcia. Quando arrivò al Milan, Lui segnò, sì, nelle prime gare, ma fra queste e la gara di maggio col Napoli passarono praticamente due gironi di campionato senza poterlo vedere in campo. Tornò nella gara decisiva. Dopo la conquista del terzo Pallone d’Oro decise di farsi operare alla caviglia (se non ricordo male sconsigliato da parecchi). Nel 1993 siglò gli ultimi gol della sua carriera, prima di farsi operare di nuovo dal famoso prof. Mertens, lo stesso che gli consigliò di smettere, se voleva continuare a camminare. Non lo vedemmo più in campo. Io c’ero quella maledetta sera piovosa del 18 agosto 1995 a Milan-Juventus, Trofeo Berlusconi.

Indossava jeans, una camicia rosa e una giacca di renna.

Doveva dare lui il calcio d’inizio come personale addio al gioco. Non ci riuscì. Scappò claudicante piangendo negli spogliatoi accompagnato dagli applausi del suo pubblico e dei tifosi avversari. E’ stato fra i momenti più tristi della pagina sportiva a livello mondiale.

La sua magia resta nella memoria di noi tifosi e degli estimatori, intrappolata in qualche videocassetta o dvd che di certo ti farò vedere quando sarai più grande.

Marco non era solo una gran giocatore: bello, famoso, ricco e ciò nonostante una vita a fianco della stessa donna! Mai una parola di troppo, sempre molto riservato. Insomma, un personaggio da notte incantata, per cui tanti auguri, CAMPIONE!

Se mai si racconterà della mia storia di tifosa, si dica che ho tifato all’epoca di Basic, l’Olandese Volante, il Tulipano Bianco, il Cigno di Utrecht.

Si dica che ho vissuto all’epoca di Marco Van Basten.
Aneddoti e ricordi dei tifosi:

Edoardo Maturo, autore di Papà Van Basten e altri Supereroi: “Il primo ricordo è la notte in cui mi sono innamorato di lui, la notte col Göteborg. Inoltre ricordo la mia prima partita a San Siro, Milan-Cremonese, e il suo gol. Poi ricordo l’attesa post operatoria: chiedevo sempre a mio padre se aveva notizie”.

Irene Artibani, redazione papavanbasten.com: “C’è un’abitudine che mi porto dietro fin da bambina: usare Marco Van Basten come termine di paragone per giudicare gol e palloni d’oro. Quel gol è più bello del suo contro l’Unione Sovietica? Quel pallone d’oro è più meritato dei suoi? Ad oggi la risposta è NO”.

Luca Ruzzoni, redazione papavanbasten.com: “Di ricordi ne ho tanti, quello più legato alla mia infanzia è la foto scattata da un amico fotografo di mio padre allo stadio di Verona, mentre Marco si stava allacciando gli scarpini. Quella foto è ancora appesa nell’armadio di casa mia in Italia e quando ho la fortuna di tornare a casa, torno indietro di 30 anni e riprovo le stesse emozioni. E poi le mie prime scarpe da calcio erano dello stesso suo modello!”.

Gianluca, tifoso bianconero e papà di Giada: “Un giocatore unico, come il mio Platini. Ricordo la notte col Göteborg, il gol alla Russia e il gol al Napoli nell’88”.

Fabrizio, cuore milanista emigrato negli States: ”Ricordo un Milan-Sampdoria di aprile 1990 nel cuore della Fossa. Avevo portato mia sorella con me allo stadio e le avevo anticipato di un certo Pietro Vierchowod, stopper alquanto tosto. Anche quel giorno infierì su ginocchia e caviglie di Marco, ma l’arbitro Longo manco lo ammonì. All’ennesimo fallo mia sorella si lanciò in una serie di improperi irripetibili verso lo zar e l’arbitro e innescò una divertente reazione a catena in curva”.

Elisa, fisioterapista: “Era il 1988 ed ero una ragazzina. Mio padre mi portò a Soragna a vedere il Milan di Sacchi in amichevole. Non ero fra il pubblico bensì fra i raccattapalle! Un’emozione unica vedere quel Milan e quel fenomeno chiamato Van Basten: cos’ elegante, così micidiale e cinico davanti alla porta. Quello che io definisco la vera punta e quello che per me rimane uno dei più grandi di sempre”.

Francesco, secondo anello rosso: “ Due episodi in due diverse interviste a 90esimo minuto. Nella prima gli chiesero le condizioni fisiche a seguito di uno scontro di gioco e lui rispose che aveva preso solo una botta al “genöcc”, usando il termine milanese. Nella seconda intervista dedicava un gol a Filippo Galli che si era infortunato in uno scontro di gioco con lui in allenamento. Anche in questo caso usò un termine gergale: “è stato un po’ sfigato. “Sfigato”…si dice così, vero”?”.

Andrea, ex-abbonato al terzo anello rosso: “Aprile ‘88, Marco rientra dopo sette mesi di infortunio. Siamo in piena lotta col Napoli e giochiamo con l’Empoli già retrocesso. Al primo della ripresa entra lui e quando tutto sembra perduto segna un grandissimo gol da fuori area. Era la prima volta di mio fratello allo stadio, 12 anni. Anni dopo mi confessò di essere ancora spaventato dal boato”.

Giuliano, ex-abbonato al terzo e secondo rosso: “26 maggio 1993, Monaco di Baviera. Marco è appena rientrato dopo l’operazione dello scorso dicembre. Seguo il suo riscaldamento, lo vedo correre, sembra tutto ok, ma appena arriva un pallone, incespica. Fu una brutta sensazione materializzata, poi, in una brutta sconfitta e a parte quello fu l’ultima volta che vidi Marco in campo. Ho visto spegnersi una stella e con lei una parte di me”.

Massimo, secondo anello verde: “Milan-Atalanta, 1° marzo 1992: la mia prima a San Siro!! Tripletta di Marco. La partita finì 3-1. Ulteriori commenti non sono necessari”.

Marco, ideatore dello striscione MARCO NICO: “Ho 1000 ricordi, ma il più bello risale al 1989, finale di Coppa dei Campioni, dove è stato esposto per la prima volta lo striscione diventato storico. Van Basten fece due gol”.

Angelo, ex presidente Milan Club Alseno: “Ha vinto la Coppa Campioni da capocannoniere, ha vinto l’Europeo da capocannoniere. Ha segnato il suo primo gol in campionato e il suo ultimo al portiere Nista.”

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