Pensavo fosse calcio invece era van Basten“. Lo ricordo ancora oggi, scolpito nella mia memoria di innamorato pazzo, quel titolo di “Forza Milan!” del dicembre 1992 che, parafrasando il film di Massimo Troisi uscito da poco nelle sale, sintetizzava magicamente quel che accadde il 25 novembre di 26 anni fa a San Siro.

Noi che abbiamo avuto la fortuna di vivere al tempo di Marco, anche a distanza di tanto tempo, ricordiamo perfettamente non solo le gesta di quella serata, ma ne rammendiamo anche gli aneddoti, le scaramanzie, gli odori ed i sapori, privilegio che la mente umana di solito riserva solo ai grandi accadimenti della vita.

All’epoca avevo 14 anni e, ormai da quattro, dormivo con il suo metro e ottantotto sulla testa. Dietro il mio letto di adolescente giganteggiavano il suo poster e quello del compagno di squadra con le treccine ed il numero 10. Entrambi ad altezza naturale. I miei genitori, mia sorella, i miei amici gobbi mi davano dell’esaltato. Avevano ragione. Ero completamente esaltato da quei due orange che facevano incetta di coppe e palloni d’oro.

La stagione 1992/93 era iniziata con il turbo inserito. I nuovi acquisti (Papin, Savicevic, Lentini, Eranio e Boban) si erano aggiunti ad una corazzata di per sè già fortissima. Nei primi mesi di campionato il percorso rossonero fu quasi netto, con 7 vittorie in 9 partite e la bellezza di 28 gol fatti, dei quali ben 12 messi a segno dal Cigno di Utrecht che contribuì a modo suo, cioè in maniera decisiva, alle roboanti vittorie contro il Pescara (5-4 all’Adriatico), la Fiorentina (7-3 al Franchi), la Lazio (5-3 a San Siro) ed il Napoli (5-1 al San Paolo).

Dopo l’anno di purgatorio dovuto ai fatti di Marsiglia il Milan era, poi, tornato in Champions League ed anche in quella competizione i numeri erano impressionati – 4 vittorie in altrettante partite, 12 gol fatti (2 di van Basten in 2 partite giocate) e 0 subiti – e ci avevano permesso di superare di slancio Olimpija Lubiana, nei sedicesimi, e Slovan Bratislava negli ottavi di finale. Oltre alle maglie senza sponsor, bellissime, la formula della Coppa dalle grandi orecchie prevedeva, dopo i 2 turni eliminatori, il sorteggio di 2 gironi da 4 squadre. Le due vincenti, alla fine, si sarebbero contese la Coppa. Noi ce la saremmo dovuta vedere contro PSV, Porto e Göteborg. Quella sera, quindi, la partita contro gli svedesi contava molto.

A cena i miei genitori invitarono un vecchio amico di famiglia, simpaticissimo ma assolutamente antimilanista, scatenando la mia rabbia: “Ma come? Conoscete la mia malattia, c’è la partita, e voi mi portate il nemico in casa? Non si fa! Sono pur sempre vostro figlio!” Non immaginavo quanto sarebbe stato salutare per il mio spirito di tifoso quell’invito inopportuno.

La TV era addobbata di rossonero ed accesa su Canale 5. La mia tensione la stessa di sempre. Eravamo talmente forti da poterci permettere il lusso di schierare Provvidenza Massaro terzino sinistro, travestendolo da Maldini, a completamento della storica linea difensiva composta da Tassotti, Costacurta e Baresi. A centrocampo Albertini e Rijkaard centrali e Lentini ed Eranio sulle fasce, davanti Lui e Papin. Roba che a pensarci oggi vengono le lacrime agli occhi.

Dopo una partenza al rilento, il Milan di Capello iniziò a fare sul serio collezionando palle-gol. Il portiere Ravelli disse prima di no ad un colpo di testa di van Basten e poi si oppose a Papin presentatosi tutto solo davanti a lui. Nel mezzo un gol forse valido annullato al Supereroe con la maglia numero 9 ed un palo interno del transalpino dopo una fantastica girata dal limite dell’area (ma quanto era forte Papin balisticamente?). L’amico gufo godeva nel vedermi soffrire, cosa assai rara in quegli anni.

Ma al minuto 34 lo show ebbe inizio. E con lui la mia vendetta. Eranio appoggiò per Marco che, con una geniale finta di corpo, lasciò scorrere la palla invitando Papin all’uno-due. JPP eseguì e permise al Cigno di presentarsi davanti al portiere, superato dal sinistro in caduta del 9 che si insaccò nel sette. Delirio a San Siro ed a casa mia. Ancora oggi riesco difficilmente a contenermi se ho di fianco un detrattore, potete immaginare a 14 anni.

Nel secondo tempo, dopo un altro palo colpito da Lentini, Papin servì un cioccolatino in area per il suo illustre compagno di reparto che venne abbattuto dallo svedesone che doveva marcarlo. Rigore, saltello d’ordinanza e doppietta di Marco, nonostante Ravelli avesse più che intuito. L’amico/nemico, ormai ammutolito, pensò bene di abbandonare la postazione davanti alla TV, accomodandosi a tavola per il dolce. “Eh no, caro mio, ora il dolce te lo servo io“, pensai mentre gli saltavo letteralmente addosso, gridando la mia gioia.

Il tripudio giunse intorno al 70′ quando Re Marco, spalle alla porta, raccolse il cross di sinistro di Eranio innalzandosi in volo e colpendo il pallone in rovesciata con un destro che andò a morire vicino al palo dopo aver toccato terra. In quel preciso momento venne giù tutto: San Siro, casa mia, gli occhi esterrefatti del nemico e dell’intera Europa pallonara. Tutti in piedi ad applaudire quel gesto tecnico tanto bello quanto spontaneo da sembrare una cosa semplice e naturale. Ed effettivamente lo era, semplice e naturale, ma solo per Lui non certo per i comuni mortali.

Nemmeno il tempo di rifiatare e riprendersi da cotanta bellezza ed ecco che, per la quarta volta, van Basten aggirò Ravelli approfittando di un errore difensivo e depositò il pallone in rete, consegnando di fatto quella partita alla Storia ed il suo nome alla Leggenda.

Dopo qualche settimana l’olandese ebbe il tempo di ritirare, in stampelle, il terzo pallone d’oro della sua carriera, per poi giocare da azzoppato qualche altra partita a fine stagione, prima di lasciare, a nemmeno 29 anni, un vuoto incolmabile nei palcoscenici calcistici di tutto il mondo.

Quella contro il Göteborg fu, quindi, l’ultima partita in Coppa dei Campioni di Marco a San Siro e lui, essendo un perfezionista, chiuse questa esperienza nello stesso modo in cui l’aprì contro il Vitocha Sofia, quattro anni addietro, ossia offrendo al suo pubblico una prestazione da urlo condita da un poker di gol, metaforico canto del Cigno della sua straordinaria arte calcistica che ancora oggi ci rende innamorati pazzi di Marco van Basten.

 

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