Arrivo al ristorante “Con Gracia” di Barcellona con qualche minuto di ritardo. Perdonabili ad una signora. L’uomo che mi ha invitato a cena ha gli occhi azzurrissimi, sulla settantina e passa , con capelli che sembrano non volersi imbiancare del tutto, lasciando quella sfumatura di biondo che è un filo col passato. L’uomo che mi ha invitato a cena è morto due anni fa, lo sa benissimo. Uno come lui sa sempre tutto, ma non gli importa.
Si alza al mio arrivo ed accenna un inchino con la testa. Gli sorrido ed entrambi ci sediamo.
Il cameriere arriva stappando una bottiglia di Cava Brut Trepat Rosato DO “Moltó Negre”. Ordinato senza neppure riflettere su i miei ipotetici gusti. Lui non è uno a cui importa molto cosa pensano le altre persone. Lui pensa anche troppo.


Si chiama, anzi, si chiamava, Johan Cruijff, ed è stato uno dei migliori calciatori del secolo scorso…e anche un discreto allenatore.


– A cosa devo l’invito a cena?
– Mi hanno assicurato che puoi parlare con chi è dall’altra parte ed io avevo voglia di parlare con qualcuno che sia ancora in carne ed ossa.
– Non è proprio esatto. Posso dialogare ed ascoltarti ma ho il permesso solo fare tre domande a chi ha giocato a calcio. Tre come i fischi dell’arbitro. La prima d’inizio partita, la seconda d’intervallo, la terza di fine match.
– Cosa sei una specie di genio della lampada?
– Forse
.

Scrutiamo entrambi il menù e mentre io ordino un crudo di pesce lui si concede un antipasto di gamberi al vapore ed una frittura mista. Chiede al cameriere se può fumare. Il ragazzo un po’ in imbarazzo gli fa notare che non si potrebbe ma che per il “Signor Cruijff si può fare un’eccezione” e dopo pochi secondi arriva con un posacenere di cristallo.
Johan mi chiede se il fumo mi disturba ed io scuoto la testa.
Alziamo i calici senza scontrarli. Finalmente qualcuno che conosce il galateo.

Fischio d’inizio.

Cos’è stato davvero il “calcio totale” di Rinus Michels che tu, più di qualsiasi altro giocatore dell’Ajax , hai saputo applicare?
– Curioso che me lo chieda una donna. Di solito siete voi che vi vantate di saper fare tante cose contemporaneamente. Il calcio totale che Michels è una galassia di stelle intercambiabili. Tutti dovevano avere almeno una capacità media di saper giocare in qualsiasi punto del campo. Tutti utili, nessuno indispensabile, come l’oliva nel Martini hai presente? Ovviamente vi era qualcuno più talentuoso degli altri ma questa non era considerabile una scusa per nessuno. Tutti dovevano conoscere la posizione dei propri compagni in ogni momento della partita. Quella di Michels è stata realmente una rivoluzione tecnica, purtroppo lontana mille miglia dal calcio di oggi dove un giocatore si va a lamentare con la stampa se lo spostano di mezzo metro dal suo ruolo. Non so se ridere o se piangere di fronte a questo. Ad ogni modo dopo alcuni anni Michels lascia l’Ajax e, da buon narciso quale sono decido di abbandonare la squadra per un motivo a mio parere gravissimo ma non subito. Da sempre il Capitano dell’Ajax veniva scelto democraticamente dai compagni di squadra. Io fra il 1972 ed il 1973 gioco in modo divino, eppure all’inizio della stagione nello spogliatoio io perdo quel confronto. Non sono più il capitano. Mio suocero ed agente, Cor Coster mi suggerisce di cambiare aria, in Spagna possibilmente. Dopo una serie d’assurde vicissitudini legali approdo qui, a Barcellona, dove ritrovo il mio allenatore: Rinus Michels
.

Doppio fischio, seconda domanda. Noto nel frattempo che ha già fumato almeno cinque sigarette. Arrivano i piatti ordinati
.

– Barcellona. Per te una città speciale, sei diventato uno degli idoli della principale squadra di questa città e non solo per quello che hai fatto in campo…
– Volevano vendermi al Real, anzi mi avevano venduto segretamente al Real Madrid, ma quando chiesi al Barcellona di fare un’offerta maggior per di non andare a Madrid essi la fecero. Non avrei mai potuto giocare per la squadra di Francisco Franco. Mai. Non so se il più grande smacco a quella nazione dittatoriale lo diedi vincendo la Liga lo stesso anno del mio arrivo e riuscendo a chiamare il mio primogenito Jordi. Era vietato in quel momento in Spagna chiamare i propri figli con nomi non ispanici, ma io me ne fregai. Era mio figlio, era stato concepito il Olanda ed avevo il diritto di chiamarlo come volevo. Avevo mantenuto il mio vizio scaramantico di masticare una gomma prima di entrare in campo fino a renderla tonda e poi calciarla ad occhi chiusi. Se fosse finita dentro l’area avversaria la vittoria sarebbe stata nostra ed aveva portato fortuna. Io e Rinus avevamo spostato il calcio totale nella penisola iberica guadagnando la stima dei tifosi, un campionato vinto e il terzo dei miei tre Palloni D’Oro . E avevamo umiliato Franco.

Notai che fumava molto, beveva poco e mangiava ancor meno. Sospirai. Avevo di fronte il più cerebrale giocatore della storia del calcio. Forse mi stava dicendo poco di lui, forse più di quanto avrebbe voluto, o semplicemente aveva solo voglia di parlare con qualcuno da questo lato.

Triplice fischio. Terza ed ultima domanda.

Quel Barcellona che hai guidato come calciatore lo hai fatto anche come allenatore e divinamente. Quattro campionati, una Coppa del Re, una Coppa delle Coppe ed una Coppa dei Campioni…anche se sarebbero potute essere due queste ultime.

Una risata arrocata dal troppo fumo sgorgò dalla sua voce. Non una risata cupa o malinconica, piuttosto spontanea come quella di un ragazzino scoperto a non dire una verità mancata.


– So benissimo che sei una tifosa del Milan e so a cosa ti riferisci. Mi crederesti se ti dicessi che quella finale di Atene, vissuta dalla panchina è il mio più grande rimpianto. Eravamo favoriti al sessanta percento, Guardiola e Stoičkov erano quasi matematicamente i sollevatori accreditati per quella Coppa…e voi avete rovinato tutto. Un vero sportivo però sa perdere meglio di come sappia vincere e prendere quattro goal senza segnarne solo uno era il segnale. Il segnale del fatto che avevo buttato delle solide fondamenta ma che forse avrei dovuto iniziare a pensare ad un futuro del Barcellona senza il sottoscritto in panchina. Ho lasciato un erede, Pep Guardiola e so che sta facendo bene tutto ciò che gli ho insegnato. Sai, quando allenavo, a fine partita, rientravo negli spogliatoi una quarto d’ora dopo i miei calciatori. Davo loro il tempo di insultarmi per gli errori che pensavano avessi commesso. Quella sera, rientrammo tutti insieme con ad accompagnarci solo il silenzio delle nostre anime. Sono un uomo che quindici minuti prima di entrare in sala operatoria cardiaca aveva spiegto al professore come condurre l’operazione. Puoi ben immaginare come mi sentissi quella sera. Al tempo stesso non mi importava. Sono sempre stato uno a cui bastava andare a dormire guardandomi prima allo specchio con la certezza di aver fatto tutto il possibile per me ed i miei compagni. In quel caso i miei calciatori.
Ho sempre calcolato tutto nella vita, ogni millimetro di ogni mio passaggio

Guardai il posacenere. Il numero di sigarette aveva superato il mio conteggio. Non era tanto diverso dal mio amico George forse. Chi per l’alcool , chi per il fumo. Due operazioni cardiache non lo avevano fermato dal continuare ad accendere una sigaretta dopo l’altra, fino all’arrivo di quel dannato male a quei polmoni che avevano esaurito la tolleranza alla nicotina. Ma la sua lucidità, la sua cerebralità, ciò che lo ha portato ad essere definito “il Pitagora in scarpe da calcio” era ancora davanti a me. Brillante come i suoi occhi blu olandesi, così intelligente che mi sarebbe piaciuto poter continuare la chiacchierata per altre due ore. Il nostro tempo era finito. Mi alzai dalla sedia e feci per salutarlo, ma lui, letteralmente svanì nel nulla, con sul tavolo i soldi per pagare il conto ed un biglietto:


«Ogni allenatore parla di movimento, dice di correre sempre. Io dico: non correte molto. Il calcio è un gioco in cui si gioca con il cervello. Bisogna trovarsi nel posto giusto nel momento giusto, né troppo tardi, né troppo presto.»

Grazie Johan, alla prossima.

– Lisa –

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