(di Lisa Azzurra Musetti)

La vista della Chiesa della Grande Madre, ricoperta e circondata, come il resto della città, dalla candida neve, mi regala uno strano senso di quiete. Il traffico alle spalle del Ponte Vittorio Emanuele I, su cui sto passeggiando sembra, seppur rumoroso, non intralciare questa sensazione. I fiocchi cadono noncuranti di chi sbuffa indispettito passandomi accanto. Mi piace questo spettacolo.

Un massiccio signore dal dolce sorriso mi si avvicina, stretto in un lungo cappotto simile al mio se non fosse che il mio cappotto è nero e con il pellicciotto ecologico intorno al collo, il suo è una specie di montone con collo autentico di Lapin.

“Lei deve essere Lisa, colei che può parlare e porre a tre domande a chi…”

“Si esatto sono io.”

Alzo lo sguardo e per quanto la sua introduzione su di me mi abbia leggermente infastidita mi lascio andare ad un mezzo sorriso. La stretta di mano è decisa ma cordiale.

“Fa freddo non trova? Sarebbe meglio parlare in un posto più accogliente.”

Annuisco, lui da galantuomo d’altri tempi mi offre il braccio ed io accetto.

Entriamo in un cafè di  Piazza Vittorio Veneto e la cameriera ci accompagna in un piccolo tavolo appartato con una panca foderata a forma di ferro di cavallo, non prima di aver preso i nostri soprabiti.

Noto che l’uomo accanto a me, non molto alto ma dalle gambe ed il torace ben sviluppati mi fissa. Non in modo malizioso, quasi incuriosito.

Poi inizia a palare, prima che io possa dire qualsiasi cosa:

“Sembra più giovane della sua età.”

“Grazie, è sempre un bel complimento per una signora.”

Sospira.

“Mi chiedo come sarebbe stato vivere anche solo cinque anni di più, arrivare ai suoi trentacinque anni…”

Non ha il tempo di finire la frase che un forte terremoto si scatena sotto i nostri piedi, sento le orecchie fischiare, la pressione scendere di colpo, tutto tremare, per poco non perdo i sensi. Poi, all’improvviso tutto finisce.

Silenzio.

Non riesco neppure a sentire se non in modo lontano ed ovattato le parole della cameriera che chiede le ordinazioni. Ancora stordita percepisco che l’uomo accanto a me ordina due classici “bicerin” alcolici.

Quando i miei sensi tornano alla loro normale frequenza lo guardo negli occhi e comprendo.

“Signor Mazzola, questo è quello che ha sentito lei pochi secondi prima di schiantarsi con tutta la sua squadra a Superga vero? Mi ha fatto rivivere suoi  ultimi secondi.”

“Esatto, ma diamoci del tu…infondo hai quasi sei anni più di quanti ne avevo io quando sono morto.”

Sorrido. Ha ragione, senza contare che lui è nato il 26 Gennaio il 28…di anni diversi è ovvio.

“Vero, due acquari sospesi fra Inferno, Paradiso e Terra.”

“E dove pensi che io sia?”

“Valentino, le domande qui le faccio io.”

Accenna un ironico inchino con la testa ed arrivano i nostri bicerin.

“Tre come i fischi di una partita se non ricordo male.”

“Esatto.”

Infila due dita in bocca e fischia. Un fischio.

Tante le cose che vorrei chiedergli, ma la prima viene dal mio lato più umano.

“Sei orgoglioso dei tuoi figli? Sandro e Ferruccio. Il fatto che entrambi abbiano seguito le tue orme, dovrebbe averti reso orgoglioso.”

“Lo sono infatti. Mi fece male il polverone sul doping che venne fuori attorno a mio figlio Ferruccio, sollevato da lui stesso. Ma quello non era più il mio calcio, ancora faccio fatica a comprendere certe cose. Noi non eravamo calciatori, noi eravamo giocatori. Giocavamo appunto. Durante la guerra se qualcuno faceva uso di certe sostanze era per sottrarsi alla fame e di certo non era così facile procurarsele. Mi fa male sapere che i miei figli siano cresciuti in un calcio che implica quasi in modo sottointeso certe pratiche. Sandrino era il mio angelo…o così credevo, alla fine sono stato io a diventare il suo

Ma sai cosa mi rende orgoglioso di Sandro? Davvero orgoglioso? Della sua carriera, dei suoi riconoscimenti , è ovvio, ma non sono queste le cose più importanti. C’è una cosa che mi rende estremamente orgoglioso: Il fatto che fosse felice.

Perché un vero genitore, da un figlio, vuole una cosa sola: che sia felice.”

Sorseggio il mio bicerin e mi accorgo che quello del mio compagno di conversazione è terminato. Il velo spazio-temporale si taglia per dargli l’opportunità di ordinarne un altro che arriva in pochi minuti

“Mi mancava troppo…” sussurra  “Sai, quando eravamo in campo e si doveva decidere a chi far tirar una punizione iniziavano le scommesse. Se la mettevi in rete pagavi l’aperitivo a tutti in centro. Stupidaggini….immagino che oggi i calciatori scommettano perfino voi signore per una punizione. Non prendermi per un retrogrado ma detesto certi squallori.”

Alzo due dita della mano e lui fa due fischi con la bocca: seconda domanda.

“Cos’erano davvero i quindici minuti granata?”

Sorseggia il suo bicerin, pensoso e pensieroso prima di rispondermi.

“La gente si ricorda di me come quello che entrava in campo con le maniche arrotolate ma non era così. Le arrotolavo proprio in quel momento, quando decidevo che la mia squadra doveva cambiare marcia: od asfaltare gli avversari o , poco probabilmente, farsi battere. Le arrotolavo, guardavo i miei compagni negli occhi, TUTTI, e da qual momento potevamo solo dare il massimo. Un assedio solitamente. Siamo stati la squadra più forte d’Europa per anni.

Tu sei di La Spezia, vero? Ecco, solo i vostri giocatori, o meglio, la squadra dei Vigili del Fuoco di La Spezia riuscì a batterci. Ancora non mi spiego come, ma non smetterò mai di far loro i complimenti. Eravamo i migliori e loro ci sconfissero…”

Ho finito la mia consumazione e, tristemente anche il mio tempo con questo gentiluomo sta per terminare. Penso e ripenso all’ultima domanda. Fra sacro e profano, sportivo ed umano, terreno e divino…

Questa volta sono io che porto le dita alla bocca e fischio tre volte. Lo sguardo velato di tristezza che attraversa gli occhi di Valentino. So che gli piacerebbe correre di  nuovo su un campo erboso e vellutato, ma so anche che vuole raggiungere di nuovo i suoi compagni. La mia terza ed ultima domanda quindi non potrebbe che essere la seguente.

“Tu eri un capitano Valentino, e, fino a qualche anno fa, era compito dei capitani prendere le decisioni più difficili. Devo quindi chiederti, con estremo dispiacere: se potessi salvare una, ma solo una vittima, di quel disastro aereo del 4 Maggio1949, chi sarebbe?”

Valentino beve l’ultimo sorso del suo secondo bicerin e mi risponde senza quella esitazione che avevo dato per scontata.

“Nessuno che era con noi sull’aereo. Vittorio Pozzo. Fu lui a doverci riconoscere, a dover riconoscere le nostre salme. Riconobbe alcuni di noi dalle scarpe, dai vestiti, dallo stile. Svenne prima delle ultime due identificazioni. Non meritava questo. Il più grande allenatore italiano ad identificare salme ridotte a brandelli fino a svenire.

Certo, non potevano chiederlo alle nostre signore, a quei tempi sarebbe stato impensabile. Ma proprio a lui, che al Torino, alla sua Torino, aveva dato tanto. Perché?

Sai io ai tifosi di oggi, indipendentemente dalla fede calcistica, ma anche ai non appassionati di calcio, chiederei di prendere un fiore, e, un giorno qualsiasi della loro vita, recarsi a Superga e leggere i nomi scritti sulle lastre. Non solo noi calciatori, ma anche tecnici, giornalisti, equipaggio. Leggerli ad alta voce:

Bacigalupo Valerio

Ballarin Aldo

Ballarin Dino

Bongiorni Emilio

Castigliano Eusebio

Fadini Rubens

Gabetto Guglielmo

Grava Revelli Ruggero

Grezar Giuseppe

Loik Ezio

Maroso Virgilio

Martelli Danilo

Mazzola Valentino

Menti Romeo

Operto Piero

Ossola Franco

Rigamonti Mario

Schubert  Giulio

Agnisetta Arnaldo

Bonaiuti Andrea

Civalleri Ippolito


Cortina Ottavio

Egri Erbstein Ernest

Lievesley Leslie

Casalbore Renato

Cavallero Luigi

Tosatti Renato

Bianciardi Cesare

D’Inca Celeste

Meroni Pier Luigi

Pangrazzi Antonio

Ecco, dite loro di leggerli ad alta voce e poi continuare a dire che il calcio non è Epica Moderna.”

Provo a ribattere ma Valentino appoggia dolcemente due dita sulle mie labbra,

“Tu non puoi più farmi domande ed io ora devo andare. Ma ricorda questo: l’errore più grande che l’umanità possa fare, in qualsiasi ambito del mondo e della società e DIMENTICARE.”

Si alza, e senza salutare oltre si fa portare la sua giacca, la indossa ed esce. Decisamente serve anche a me un altro bicerin…

 

Comments

  1. Io che li vidi giocare non li dimenticherò. Mai. Il mio papà, con la sua moto Sertum, fu tra i primi ad arrivare dopo il frastuono dello schianto. Non mi rivelò mai quello che vide. Mio padre e tutti i caduti a Superga sono nel mio cuore. Dai campioni! dott. Tommaso Acchiardi.

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