Oggi, Giada, ti racconto di uno dei motivi per cui la mamma è diventata milanista. Avevo circa 11 o 12 anni e mi piaceva il calcio. I miei compagni delle medie parlavano sempre di Inter e Juve, Platini e Rumenigge. Il nonno interista, i cugini juventini. Dovevo solo scegliere. Ma che palle! Tutti per queste due squadre!

Ancora non lo sai perché sei piccola, ma io amo il rosso. Il rosso è fuoco, è vita. Vuoi mettere la maglia del Milan con quella smorta della Juve e quella blu-spirituale (noiosissima) dell’Inter? E poi da noi giocava un super figo giovanissimo, moro con gli occhi blu. [E qua gli animali da tastiera si scateneranno in grasse risate: “eccola qua la donna tifosa, quella che guarda solo l’aspetto fisico!”].

Paolo Maldini esordisce il 20 gennaio 1985, quando l’allora allenatore, l’ex grande attaccante svedese rossonero Nils Liedholm decise che “il sedicenne figlio di Cesare” doveva giocare contro l’Udinese perché aveva stoffa. Paolo è figlio di Cesare Maldini e fin da piccolo ha lottato contro la nomea di raccomandato (tu sei fortunatissima: mai ti capiterà una situazione di questo tipo. Lo dico ovviamente con ironia e amarezza). In effetti non deve essere stato facile: il padre, pluripremiato ex capitano del Milan, lo porta a fare il provino da piccolo nelle file delle giovanili e finisce a fare il difensore come lui… i pettegoli si sono scatenati. Per anni è durata la storia del “figlio di Cesare”, fino a quando lo stesso Cesare dichiara “Una volta Paolo era mio figlio; ora sono io suo padre perché molti nel vedermi mi dicono: ‘ecco Cesare, il padre di Paolo’ ”.

Fantastico, che soddisfazione! Ma sai perché come è arrivata questa grande svolta?

  1. Paolo è alto, forte e calcia sia di destro che di sinistro.
  2. Nonostante un fisico snello ma possente è elegantissimo: sembra un purosangue, quando corre veloce sulla fascia sinistra. Nasce terzino destro, lo mettono a sinistra dove fa una porca figura e finisce la carriera al centro della difesa. Ricordo con gioia e goduria il suo primo impiego al centro del muro difensivo in coppia col grande Filippo Galli: in finale di Coppa ad Atene nel 1994 per l’assenza di Baresi e Costacurta.
  3. Se ti elenco quello che ha vinto, non ci credi, anche perché sei abituata a sentire il babbo decantare Del Piero che, con tutto il rispetto, ha un palmarès inferiore. Allora, dall’85 al 2009 Paolino ha vinto in rossonero: 7 scudetti, 5 Champions League, 1 Coppa Italia, 5 Supercoppe italiane e 5 Supercoppe Europa, 3 Intercontinentali. Ha disputato 8 finali di Champions!! E non è finita: dal 1988 al 2002 è stato Capitano della Nazionale. Il suo record di presenze in azzurro è stato superato solo da Fabio Cannavaro. Tuttora possiede però il record di presenze in serie A.
  4. Ha raggiunto le 1000 presenze in campo in carriera.
  5. E’ cresciuto e ha giocato solo nel Milan. Ha rifiutato milionari contratti con Chelsea, Manchester e Real Madrid durante le annate più buie perché voleva impegnarsi e vincere solo con la nostra maglia!
  6. Difensore sì, ma ottimo anche in fase offensiva. Veloce, carismatico e corretto (e qua qualcuno mi ricorderà il litigio con espulsione con Casiraghi…) forma con Baresi, Tassotti, Galli e Costacurta prima, con Nesta, Stam e Cafù poi le difese più forti di sempre (diteglielo alla gobba BBC… imparagonabili).
  7. E poi dai… bello, elegante, italiano perfetto, spagnolo e inglese ottimi, intelligente, divertimento dosato in base agli impegni sportivi, appassionato anche di altri sport, stimato dagli avversari. Una persona speciale.

La mamma ha iniziato a tifare Milan con Paolino. E’ diventata adolescente con lui che galoppava sulla fascia sinistra del Milan di Sacchi, con lui che alzava Coppe dalle grandi orecchie a Barcellona e Vienna. Si è diplomata con lui che perdeva la finale a Monaco, ma che vinceva il secondo scudetto dell’era Capello. C’era lui nel Milan quando la mamma giocava ancora a basket, imparava a nuotare e partecipava alle prime feste. C’era lui nel Milan, quando preparava i primi esami all’università e c’era lui capitano nel 1999, quando si è laureata dopo la vittoria dello scudetto più inaspettato.

Quante volte ho soffocato delusioni d’amore e d’amicizia sugli spalti guardando lui e il suo Milan per 20 lunghi anni. E’ per questo che ho pianto quel giorno di maggio a San Siro, quando ha disputato la sua ultima gara in casa: si chiudeva un cerchio, una fase anche per me. Ho realizzato di aver trascorso le tappe più importanti della mia vita vissuta fino a quel momento insieme a lui. Qualcuno ha cercato di rovinarmi il momento di commozione, ma io non ho ascoltato quegli squallidi fischi, sono andata oltre. Sai, devi sapere che Paolino non era uno che taceva e stava al suo posto. Era una persona schietta e orgogliosa e le sue risposte non potevano piacere a tutti. Ad ogni modo a me piacevano! Conservo e indosso ancora la maglia che mi è stata data allo stadio quel giorno, con tutto il suo palmarès. Non so come abbiano fatto a riassumerlo in una maglia, ci voleva una tunica.

Paolo indossava la maglia numero 3, ritirata dalla società al termine della sua carriera. 3 non è un numero a caso: da sempre esoterico è il simbolo della perfezione sia nel mondo occidentale che orientale: quale numero più adatto a uno che ha vinto dall’Europa al Giappone? Paolo Maldini 3 per sempre!

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