(di Lisa Musetti)

Che stia per succedere qualcosa di strano è quasi percettibile. Sono seduta su una panchina sul lungomare con alle spalle Piazza Unità d’Italia e stringo fra le mani un bicchierone di cioccolata calda take away. Quello che è davvero strano è che mi trovo a Trieste e non c’è un filo di vento. Nessun segno di quella Bora famosa per rendere questa una vera a propria città ciclone.

Un uomo sta cercando di attraccare la propria barca ad un molo ma con scarsi risultati ed una voce, la voce di un uomo che si è appena seduto glielo fa notare urlando.

Quel mona li non dovrebbe neppure avercela una barca! Incapace!

L’uomo in carne accanto a me da un sorso ad una fiaschetta poi me la offre. Rifiuto l’offerta sorridendo e scuotendo la testa.

Buonasera signor Rocco.”

Buonasera a lei. Oggi questa città è particolarmente calma.

Già, perfino il mare sembra una tavola.”

Male, molto male. Mi creda signora, ciò che non si muove…muore. Senza cambiamenti non si va da nessuna parte e vale per ogni cosa.”

E come mai questa cosa è detta da uno che è considerato sulla panchina calcistica come uno dei primi <<catenacciari>> ?

Perché vede signora fare <<catenaccio>> in campo non significa non fare nulla o non muoversi, ma impedire agli avversari di fare qualcosa e muoversi.

Faccio spallucce.

“Non mi crede?

Non condivido il pensiero tutto qui.”

Non l’hanno condiviso in tanti.”

Forse è per questo che è diventato uno dei più importanti allenatori della storia del calcio italiano: per dimostrare a quelli come me che si sbagliavano.

Sorseggio la mia confortante cioccolata calda.

O forse perché mi bastava che fossero i miei calciatori a crederci. Per me contava solo quello. È proprio sicura di non volere un goccio di liquore? Giuro che è molto buono.

Le credo, ma davvero, no. Purtroppo non ho tutto il tempo che vorrei per chiacchierare, ho solo la possibilità di farle tre domande.

Allora le scelga attentamente signora, le occasioni perse per poca riflessione sono le peggiori. E si rivoltano contro, come un contropiede.

Mi prendo qualche secondo e Nereo rispetta il mio silenzio.

Come si diventa Nereo Rocco?

In parte le ho già risposto: credendo. Ma non a Gesù Cristo, alle proprie idee. Credendo che un uomo come Kurt Hamrinperennemente infortunato potesse giocare quasi indenne con una calzatura che inventai apposta per lui, credendo che un signorino di diciannove anni con i modi da principino potesse trasformarsi in uno dei più grandi giocatori di calcio italiano, credendo in un catenaccio tanto odiato, ma soprattutto CREDENDO IN QUELLI CHE NON CREDONO IN TE. Così ti porti a casa i trofei. Con la fede, ed il Milan, il MIO Milan, non era una squadra ma una fede.

In effetti, strappare a Wembley la prima Coppa dei Campioni di una squadra italiana con il suo Milan sembra davvero un atto di fede. La chiamavano <<El Paron>>  perché aveva sempre tutto sotto controllo è vero?

Il signor Rocco scoppia in una risata quasi esagerata che mi spiazza. Quando si riprende, quasi con le lacrime agli occhi mi risponde:

Beh si, avevo sempre tutto sotto controllo tranne una cosa, anzi una persona: Josè Altafini!

Quel mona me ne combinava di tutti i colori, aveva una vita sregolata fuori dal campo, passava il tempo a studiare sberleffi per me e compagni ma era un gran centravanti. Quello che mi faceva andare in bestia è che nel Milan spesso rendeva la metà di quanto facesse con la nazionale brasiliana, fino alla sua naturalizzazione. Ma quando è sua la doppietta che ti porta a battere a Wembley il Benfica di Eusebio e vincere la Coppa Campioni…si insomma <<el Paron>> su tutto tranne che su Josè.

Sorrido anche io. Sentendo le telecronache di Altafini per una nota televisione privata non mi stupisce questo suo essere, per così dire, godereccio della vita ed avevo l’impressione che il signor Rocco in quella parte di Josè ci si rivedesse. Avevo un’ultima freccia nella faretra eppure neppure un dubbio sull’ultima domanda.

Il principino diciannovenne di cui mi ha parlato prima immagino fosse Gianni Rivera.

Per un attimo i suoi occhi si rabbuiano, come se quel ricordo gli procurasse dolore.

Gianni per me era un figlio. Lui era i miei occhi in campo, vedeva quello che non potevo vedere io. Non credo potrà più esistere in Italia un giocatore con la sua intelligenza calcistica. Capiva tutto prima ancora che finissi di spiegarglielo. Avevamo un’intesa speciale perché lui era speciale.Calcisticamente parlando avevo intuito da subito tutta la sua classe ed il suo potenziale: dribbling incredibili, lanci perfetti, senso della posizione, passaggi fatati. Lui era il futuro, in lui avevo visto il calcio del futuro e non mi ero sbagliato.  Spesso ho sentito dire che lui è stato il Johan Cruijff italiano…beh io penso il contrario, che Cruijff sia stato il Gianni Rivera olandese.

Avrei riflettuto un po’ su quest’ultima affermazione. Mi alzai e lui fece altrettanto.

Se le piacciono le gesta calcistiche signora perché non andiamo in un locale serio a bere qualcosa e continuare a parlare.

Purtroppo non posso, ho a disposizione solo tre domande a chi non c’è più.

Ridacchiò.

Allora facciamo così, io le racconterò un sacco di aneddoti , lei non mi farà domande né metterà il punto interrogativo alla fine delle sue frasi. Così non saranno più domande ma si potrà continuare a discutere…la prego, non sa quanto mi manca parlare di certe cose.

Ridacchiai e, incamminandomi accanto a quel robusto signore verso il centro della piazza, mi resi conto che aveva risposto in quel momento alla domanda : Come si diventa Nereo Rocco?

Comments

  1. …meglio di così, difficile renderlo…(da parte di chi è nato vent’anni dopo la prima Coppa Campioni, poi…!!!)- condivido in pieno!
    tanti tanti complimenti, Lisa Azzurra Musetti

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