Stasera, Giada, ti racconto di un altro grande acchiappasogni. Dopo Marco Van Basten e Paolo Maldini mi sembra doveroso che tu venga a conoscenza di un altro super che ha fatto la storia del calcio. Lo chiamavano per la sua pettinatura il Divin Codino, al secolo Roberto Baggio da Caldogno.

 

E’ in assoluto il calciatore che più ha fatto discutere e che più ha diviso gli italiani.

Pensa, non ha mai vinto né una Champions né un Mondiale né tanto meno la classifica dei capocannonieri, eppure è riuscito ad aggiudicarsi il Pallone d’Oro, il premio personale più prestigioso per un calciatore. E’ stato il secondo italiano ad aggiudicarselo, prima di lui il nostro Rivera. Da qui capirai che si tratta di una persona speciale.

Riservatissimo, è sempre stato molto legato alla famiglia. Sposò la sua Andreina a 22 anni, padre di tre figli, fervente buddhista fin dai tempi della Fiorentina, ha aperto un centro di meditazione considerato il più grande d’Europa. Fan degli Eagles e cacciatore incallito, nelle pause campionato volava in Argentina per ritemprarsi con questo hobby.

Robertobaggio, tutto attaccato, è la fantasia che indossa il numero 10, seconda punta o trequartista, a volte centravanti, tanto che Platini lo definì “un 9 e mezzo”, non per ironizzare ma perché era un 10 particolarmente votato all’attacco. Rapidissimo nel dribbling, assist ai compagni, fiuto del gol, fortissimo nei calci piazzati, il tutto condito da classe ed eleganza. All’epoca della Fiorentina fece un gol al nostro Milan che ne ebbe dell’incredibile. Si bevve tutta la difesa (Baresi, Galli, Tassotti e Maldini, mica robetta)! Anche contro il Napoli si rese similmente protagonista e la sua rete ai partenopei è considerata la più della sua carriera da parecchi giornalisti.

Ma allora, ti chiederai, perché ha diviso gli italiani? Quante volte i giornalisti hanno portato alla ribalta i suoi litigi con i suoi Mister: da Eriksson alla Fiorentina a Trapattoni nella Juve, da Capello nel Milan a Ulivieri nel Bologna. Storici il suo rapporto teso con Arrigo Sacchi ai tempi della Nazionale e le incomprensioni con Marcello Lippi in bianconero e in nerazzurro. Era tacciato da allenatori (e da qualche tifoso) di non essere un leader, di non tornare in difesa, di non avere carattere. Ricordo il famoso rigore che non volle battere contro la Fiorentina ai tempi della Juve. Dichiarò sempre di amare Firenze, la sua cessione era cosa voluta dal patron, non da lui. Troppe emozioni in quella gara contro i Viola nel 1991, ma il tifo non perdona questi comportamenti e il suo rapporto con gli juventini sarà sempre un crocevia di luci e ombre.

Gli si attribuirono presunti dualismi sempre smentiti: con Giannini, con Savicevic, con Del Piero. Fu Giannini a lanciarlo verso il suo famoso gol contro la Cecoslovacchia a Italia ‘90; con Dejan si frequentavano anche fuori dal campo e con Ale c’era un rapporto a dir poco fraterno.

Quante volte ho sentito “bisogna costruire la squadra intorno a lui”; “quando le cose si mettono male, con lui si gioca in 10”. Ma il coniglio bagnato, come lo chiamava l’Avvocato Agnelli, trascinò la Juve alla vittoria della coppa Uefa (quando questa era una coppa avvincente, non come oggi) e si aggiudicò il Pallone d’Oro alla faccia dei criticoni. Io non vedevo l’ora che giocasse la Nazionale per tifare finalmente per Lui, mica potevo diventare juventina! Ti ho già parlato in precedenza delle Notti Magiche del 1990, di Vicini e della magia di Italia ’90. Beh, ci lustrammo gli occhi col Baggino, certi di avere in casa nostra un futuro fuoriclasse. La sua consacrazione doveva naturalmente essere USA ’94: lui, il detentore del pallone d’oro doveva tassativamente diventare l’eroe azzurro. L’inizio non fu dei più belli: sostituito da Sacchi a causa dell’espulsione del portiere Pagliuca, le sue prestazioni all’inizio furono opache, per poi trasformarsi improvvisamente in magie.

Storica la gara con la Nigeria, in cui divenne quel leader che tutti volevamo che fosse, poi sull’onda della ritrovata classe portò l’Italia in finale a spese di Spagna e Bulgaria. E sai cosa accadde? La cosa più bastarda che il destino potesse provocare. Finale da sogno: Italia-Brasile. Al termine dei supplementari la roulette dei rigori. I nostri indomabili Baresi e Massaro ne sbagliarono uno ciascuno. Toccò a Lui. Se avesse realizzato il gol, si sarebbe proseguito, se avesse sbagliato, il Brasile avrebbe vinto. Roberto era fortissimo nei calci piazzati. Io avevo una brutta sensazione, non so perché. Di fatto, se paragono tuttora l’espressione di Baggio di fronte a Taffarel e quella di Sheva di fronte a Buffon, c’è una differenza abissale.

Tirò centrale, alto, troppo alto, tre metri sopra il cielo. Sopra il suo cielo perché se avesse centrato la porta, gli si sarebbero aperte le porte del paradiso.

Eppure quell’errore fatale, trasformò Roberto in un grande. Nel senso che quell’errore lo fece crescere come uomo. Infatti l’amarezza per il rigore non passò mai, ma le sue magie continuarono. A Torino, pur infortunato e pur non rientrando sempre nei piani di Lippi, vinse lo scudetto e la Coppa Italia. Ricordo che nonostante l’esplosione di Del Piero e i mugugni con Vialli e Lippi, decisivi furono i suoi gol e assist al rientro dell’ennesima operazione al ginocchio. Segnò finalmente anche un rigore contro la Fiorentina… quindi di carattere ne aveva da vendere!

1995: standing ovation! Arrivò al Milan!!! Ricordo gli juventini che mi dicevano con livore: “E’ un mercenario, sono tutte balle i litigi con Lippi”; “Vedrai che ora vi rompe lo spogliatoio, non convivrà col Genio”. Io purtroppo partii per l’Erasmus in Germania e vidi i suoi gol solo in TV quell’anno. Ma so che arrivò nello spogliatoio di una squadra infarcita di campioni e fuoriclasse in punta di piedi. La maglia numero 10 era di Savicevic, non si sognò neppure di chiedergliela, come accade al giorno d’oggi. Ricordo la soddisfazione di Maldini e Costacurta per averlo in squadra e finalmente vidi sorridere anche Seba Rossi: poteva dormire notti più tranquille prima dei vari Juventus-Milan.

Si fece voler bene sia nello spogliatoio che sugli spalti, tanto che più volte dichiarò che noi rossoneri siamo tifosi speciali.

A novembre ’96 andai a Milanello. Pioveva forte ed ero senza ombrello. Aspettai Baggio, che fu l’ultimo a uscire. Eravamo rimasti in quattro, io, un’altra ragazza e un bambino col nonno. Eravamo bagnati fradici; lui si fermò, scese dall’auto e fece una foto con tutti e quattro dicendo:” ma siete impazziti ad aspettarmi qua con la pioggia?”. Certo che no, pure con la grandine!

Purtroppo non restò a lungo, complici due annate difficili e i rientri di Sacchi e Capello. Se ne andò prima a Bologna, trampolino di lancio per il terzo Mondiale: figuriamoci se Cesarone Maldini lo lasciava a casa! Ricordo l’emozione di Vieri e Inzaghi per trovarsi il Pallone d’Oro come punto di riferimento in azzurro. E Baggio tirò e siglò il rigore contro la Francia durante l’ennesima roulette finita male.

Se ne andò all’Inter, ma noi lo perdoniamo, vero? Nonostante i dissidi con Lippi portò lui l’Inter in Champions nella combattuta gara col Parma! Professionale e orgoglioso, altro che giocatore permaloso! Terminò la carriera nel Brescia di Mazzone, l’allenatore con cui ebbe il maggior feeling. Il grande Carletto dichiarò: “Sempre silenzioso, puntuale ed educato. Non l’ho visto una volta far pesare ai compagni che lui fosse Baggio […] è come il cacio sugli spaghetti”. La mamma (e pure Baggio) sperò nel suo quarto Mondiale, ma Trapattoni non lo convocò. Si era smobilitata pure l’Alitalia, che acquistò una pagina della Gazzetta con una gigantografia di Roberto e uno slogan che diceva: “noi ci mettiamo le ali, tu porta il pallone”. Niente da fare! E poi venne quel 16 maggio 2004 a San Siro: la mamma c’era, in piedi e commossa insieme a tutto lo stadio. Il giorno del suo addio al calcio fu proprio alla Scala contro il Milan. Il commiato della Poesia; il sipario sulla Magia. Maldini che lo abbraccia commosso ringraziandolo per ciò che ha dato al calcio. Caro Roberto, so che non leggerai mai queste mie parole su di te. Sei riuscito a fare due cose incredibili, una conseguente all’altra: la prima è che tu sapevi come far danzare il pallone; la seconda è che grazie a questa tua dote hai vinto un pallone d’oro senza champions o vittorie mondiali. Lucio Dalla diceva che eri una nevicata che scende da una porta in cielo; per me eri un ragazzo semplice che sapeva fare cose divine. Come una tua magia in campo sei scomparso dal palcoscenico del calcio, peccato, perché questo mondo, specie il settore giovanile, avrebbe ancora bisogno della tua figura! E, Totti mi voglia perdonare, uno esattamente come te io non l’ho più visto.

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