(di Lisa Azzurra Musetti)

Il sole scende su una Milano vivace e sgualcita al tempo stesso, un ponte congiunge le due parti dei Navigli. 

Mi siedo su una panchina alla metà del ponte assaporando sul mio viso il sole che cala. Accanto a me si siede un bell’uomo biondo, alto e prestante.

Lui sa.

Io so. 

“A metà fra un Naviglio e l’altro. Quasi matematico per una come te.”

Faccio spallucce.

“Non mi piacete voi <<cugini>> ma quando mi hanno riferito che avrei incontrato lei non potevo certo rifiutare.”

Contemporaneamente due camerieri, uno proveniente da una parte del ponte, uno dall’altra ci portano due cocktail.

Siamo pur sempre sui Navigli di Milano al tramonto.

“<<Giacinto>>, il nome di un fiore bellissimo e delicato per un uomo fatto d’acciaio…”

Il bel signore biondo accanto a me ridacchia sommessamente fra un sorso e l’altro del suo drink.

“Eh già.”

Il sole è quasi totalmente sceso ma non c’è freddo a Milano in questo inizio di Primavera.

Mi giro verso il suo volto che mi sembra un po’ sperso inizialmente, ma poi percependo il mio sguardo lo incontra senza esitazione.

“Ho solo tre domande per lei.”

Giacinto Facchetti raddrizza la schiena, mi sorride e mi risponde senza dubbi, con la stessa decisione che era parte integrante dei suoi interventi sugli attaccanti avversari.

“Avanti signorina, non abbia remore.”

“Suo figlio Gianfelice è oramai un noto attore di teatro. È contento di questo?

Prima di rispondere Giacinto si prende qualche secondo. Ma non uno di troppo.

La tempistica, altra sua caratteristica anche sul campo.

“Certamente. Un figlio non deve per forza ripercorrere le vie lavorative del padre. Sono orgoglioso di Gianfelice, è un artista, un ragazzo educato, ben voluto da tutti e gentile. Cos’altro potrebbe volere un padre?”

Continuo a sorseggiare il mio drink, un mojito davvero buono e lui fa lo stesso con il suo anche se non riesco a capire di che cosa si tratti…

La seconda domanda esce di getto, forse fa parte di quel bagaglio di domande che avresti sempre voluto fare a personaggi così.

Scontata probabilmente, ma indubbiamente curiosa.

“Chi è il suo erede?”

La sua risata quasi mi contagia, rido di rimando ed in quel momento stesso mi accorgo di aver inconsapevolmente posto una domanda di cui sapevo già la risposta.

“Secondo lei signorina? Pensa che potrebbe essere stato qualcun altro se non Javier Zanetti? Un uomo che ho sempre ritenuto di gran classe, senza stupidaggini per la testa. Ha presente Icardi?”

“Certo”

“Ecco, l’esatto opposto. A volte quando lo vedevo giocare, vedevo il suo modo di atteggiarsi nei confronti degli avversari, dei tifosi e dei giudici di gara rivedevo un po’ me stesso.”

Milano sta per farsi abbracciare da una notte fatta di mille luci. “Le mille luci di Milano”, parafrasando il titolo di un bellissimo libro di Jay McInerney.

Ho un’ultima domanda a disposizione e incredibilmente, come se entrambi conoscessimo il gesto successivo dell’altro, scontriamo un “cin- cin” fra i nostri bicchieri.

“E di qualcuno di noi? Di noi rossoneri dico, quale ricordo porterai sempre dietro?”

Quella che riscontro non è sicurezza, ma mancanza di esitazione. Mi fa una carezza sulla testa con fare quasi paterno.

“Signorina, quando l’episodio che le sto per raccontare è accaduto lei era ben lontana dal nascere.

Siamo in Messico, durante i Mondiali di calcio del 1970. 

Messico e nuvole.

A causa dell’infortunio di Anastasi la nostra nazionale portò due calciatori in più:Roberto Boninsegna e Pierino Prati. Eravamo comunque uno di troppo e quando la federazione dovette scegliere chi rispedire a casa scelse uno dei vostri, Giovanni Lodetti. In realtà non so perché scelsero lui, era un ottimo sprinter e sarebbe potuto esserci di aiuto.

Quello che ricordo però è che nel momento in cui gli comunicarono la loro decisione non fu il vostro capitano ad andare a parlargli, cosa che sarebbe dovuta essere più naturale che respirare. Ci andai io. Bussai alla sua porta, gli dissi che non avrei potuto avere influenza sulla decisione presa ma gli lasciai il mio numero di telefono. Magari tornati a Milano si sarebbe potuto prendere un caffè insieme o parlato un po’.

Non credi però che sarebbe toccato al vostro Capitano? Ma non importa. La <<C>> è non solo una fascia è uno stile do vita e se lo sei, lo sei sempre. Anche per gli altri. 

Questo è il mio ricordo più bello legato al Milan.”

Arriccio il naso pensando,purtroppo, che ha ragione, che il compito di consolare e parlare a Giovanni Lodetti sarebbe spettato a Gianni Rivera, che nel 1970 vestiva la fascia di capitano del Milan.

Mi alzo e lui fa lo stesso. Ci stringiamo la mano, a metà fra i due navigli. La serenità del suo sorriso mi fa quasi dimenticare che non fa più parte di questo mondo.

“Grazie per la chiacchierata e per il rispetto…ah, ho saputo che l’ultimo derby…”

Lo interrompo sorridendo.

“No signor Facchetti, questo non lo permetto neppure a lei.”

Riprendo la mia strada, dalla mia sponda del naviglio come si dice da queste parti. 

Quando incontri un nemico lo capisci e non ti interessa più di nulla.

Quando incontri un avversario alzi la testa e lo affronti con rispetto.

Grazie Giacinto. Testa alta e rispetto.

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