La memoria è il diario che ciascuno di noi porta sempre con sé” (Oscar Wilde)

Quando sentite i tifosi avversari inneggiare a motti come “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta” mandateli orgogliosamente a cagare perchè è una menzogna detta da chi non avrà alcun posto nella Storia del calcio, quella con la “S” rigorosamente maiuscola. Sia chiaro, nessuno nega l’importanza di una vittoria ma tracciare solchi nella memoria della gente rende immortali molto più di qualsiasi successo.

Per avvalorare questa tesi penso all’Olanda di Cruijff, Neeskens, Rep e Krol, l’Arancia meccanica sconfitta due volte nella finale Mondiale ma ricordata da tutti come la squadra del “calcio totale” e divenuta leggenda molto più della Germania Ovest o dell’Argentina che, nel 1974 e nel 1978, le tolsero l’alloro.

Noi milanisti, fortunatamente, per prenderci il posto nella gloria eterna del pallone, abbiamo abbinato al gioco anche le vittorie. Eppure, in Europa, il primo solco indelebile della nostra epopea più recente fu tracciato con un pareggio, quello scaturito dopo la semifinale di andata della Coppa dei Campioni, giocata esattamente 30 anni fa a Madrid. A mia memoria la più bella partita di sempre giocata dal Milan.

Dopo la rimonta scudettata del maggio precedente che stupì l’Italia intera meritandosi gli applausi di 90.000 napoletani appena sconfitti, il Milan di Sacchi, quel giorno, fece brillare gli occhi di tutta Europa mettendo a ferro e fuoco il Santiago Bernabeu. In quei 90 minuti si condensò tutta la magnifica utopia di Arrigo Sacchi, profeta dell’estetica applicata al calcio, maestro del pressing e vate dei ritmi indiavolati, idolo incontrastato per milioni di calciofili che si fecero ammaliare da quel modo di interpretare il più bel gioco del mondo.

Era il 5 aprile 1989 ed il Milan Campione d’Italia, come detto, faceva visita al grande Real, nella semifinale della Coppa più importante. Affrontare gli spagnoli in trasferta, in quegli anni, era considerato un vero e proprio spauracchio poichè difficilmente si riusciva ad uscire vivi da quello stadio. Ne sapevano qualcosa le grandi italiane degli anni ’80: l’Inter di Beccalossi e Altobelli, la Juventus di Platini e Laudrup ed il Napoli di Maradona e Careca, tutte irrimediabilmente sconfitte ed eliminate dalle merengues negli anni addietro.

Pertanto, secondo l’immaginario collettivo dell’Italia non rossonera la sola speranza di quella notte era limitare la sicura disfatta. Nessuno, infatti, avrebbe mai immaginato di assistere ad un monologo rossonero proprio lì, nella tana dei blancos che, sospinti da oltre 90.000 tifosi, erano sicuri di fare un sol boccone del Diavolo, credendolo dedito al catenaccio come tutte le altre squadre italiane.

Sacchi si presentò in formazione tipo, con la sola eccezione di Rijkaard schierato al centro della difesa in coppia con Baresi, vista l’assenza di Filippo Galli e la giovane età di Costacurta, con Donadoni ed Ancelotti nel centro nevralgico del gioco e gli altri due olandesi, Gullit e Van Basten, in attacco. Leo Beenhakker, connazionale dei nostri tulipani ed allenatore del Real, contava di arrivare alla finale di Barcellona puntando sulla fenomenale sfornata di campioni giunti dritti dritti in prima squadra dalle giovanili, la famosa Quinta del Buitre, letteralmente la “Corte dell’Avvoltoio”, composta dallo stesso Buitre, al secolo Emilio Butragueño, e da Michel, Sanchis e Martin Vazquez, cui si andavano ad aggiungere altri grandi calciatori del calibro di Schuster, Hugo Sanchez e Gallego.

Insomma era uno scontro tra titani.

Non appena si alzò il sipario gli spagnoli vennero travolti dall’asfissiante pressing rossonero che, come un onda prorompente, li inchiodò nella loro metà campo, rendendoli incapaci di reagire. Maldini ed Evani a sinistra, così come Tassotti e Colombo a destra, stantuffarono incessantemente mettendo a soqquadro la difesa avversaria, Ancelotti e Donadoni diedero fosforo e fantasia a quella magnifica idea di gioco. Ne scaturirono decine di potenziali occasioni da gol malauguratamente non sfruttate a causa dell’insolita imprecisione di Van Basten e della scarsa incisività di Gullit.

Il crudele Dio del calcio punì tanto spreco non premiando l’incantevole sinfonia rossonera ma provando, addirittura, a frustrarne morale e ambizioni grazie alla spietata freddezza di Hugo Sanchez che, pochi minuti prima dell’intervallo, portò immeritatamente in vantaggio il Real con una semi rovesciata sugli sviluppi di un calcio d’angolo. D’altronde quando i protagonisti sono di livello mondiale è lecito aspettarsi il colpo gobbo.

Il Profeta di Fusignano ed i suoi ragazzi non si persero d’animo ed anzi, consapevoli della propria forza e galvanizzati da quei primi 45 minuti, ricominciarono lì da dove avevano finito ossia pressando, attaccando e mettendo alle corde il Real Madrid. Sanchez e compagni, nonostante qualche occasione da gol nata più che altro dallo squilibrio tattico dovuto alla foga con cui il Milan si buttò alla ricerca del pareggio, vennero letteralmente annichiliti dalla ferocia dei rossoneri e, quelle rare volte in cui riuscirono a giocare il pallone, caddero miseramente nella trappola fuorigioco (alla fine saranno oltre 20 gli off-side fischiati agli attaccanti madridisti!) con la difesa milanista che scattava come una molla sul portatore di palla avversario, telecomandata dal suo condottiero con la maglia numero 6.

I miei occhi di giovane tifoso furono letteralmente rapiti da una simile dimostrazione di superiorità e piansero lacrime di rabbia quando, intorno alla metà del secondo tempo, il guardalinee annullò il gol del pareggio sbandierando un fuorigioco imbarazzante a Gullit che, partito da dietro la linea della palla, appoggiò in rete il passaggio di Donadoni. Fu il terzo clamoroso torto arbitrale subito in quell’edizione della Coppa dei Campioni, dopo i due gol “fantasma” non concessi contro Stella Rossa e Werder Brema. Qualsiasi altra squadra sarebbe crollata. Ma il Milan di Sacchi era troppo occupato a tracciare solchi nella Storia per farsi turbare da simili quisquiglie e tornò, nuovamente, a macinare gioco ed occasioni.

Ad ogni modo si sa che, per rendere leggendaria qualsiasi piece teatrale, all’abilità del regista deve accompagnarsi la bravura degli attori che ne interpretano il copione. Quella lontana sera di aprile il grande spettacolo del Milan sarebbe, quasi certamente, rimasto incompiuto senza l’intervento del suo artista più dotato: Marco Van Basten.

Al minuto 78 il Cigno di Utrecht decise di regalare al mondo la sua personale interpretazione dell’arte di far gol. Tassotti prese palla nella nostra metà campo e la portò sino alla trequarti per poi scodellarla in area, a mezz’altezza. Se prima della partita era utopico pensare di andare a dominare il Real sul suo campo, in quel momento era altrettanto impensabile andare a prendere quel pallone di testa, vista la traiettoria leggermente arretrata del cross. Marco, invece, si inarcò all’indietro per colpire la palla e, come un angelo in volo, la spedì con una frustata contro la traversa interna. Il Dio del calcio, evidentemente incantato dal superbo gesto tecnico e stanco di non rendere merito agli interpreti di cotanta bellezza, fece prima rimbalzare la sfera sulla schiena del portiere Buyo e poi la lasciò rotolare lentamente in porta.

Pizzul, cantore di quelle serate di coppa, dai microfoni RAI gridò all’Italia intera: “Giustizia è fatta!“.

Il Milan, alla fine, non solo uscì indenne dal Bernabeu ma ripartì per l’Italia con il concreto rimpianto di non aver (stra)vinto quella partita.

I colleghi spagnoli del Bruno nazionale, solitamente tronfi ed altezzosi rispetto a tutto ciò che attiene alla Casa Blanca, all’indomani titolarono emblematicamente “Empate, y gracias“, che potremmo liberamente tradurre con “Pareggio, e grazie a Dio“, a dimostrazione di quanta differenza ci fosse stata in campo tra le due squadre. Sulla stessa linea d’onda i giornali di tutto il mondo resero onore all’undici di Sacchi, sottolineandone la prestazione mostruosa e la mentalità spiccatamente offensiva, novità assoluta per chi, da sempre, legava il nome dell’Italia alla sola fase difensiva.

Il resto della Storia è noto a tutti: nella semifinale di ritorno il Real Madrid fu spazzato via dalla cinquina secca uscita sulla ruota di San Siro che spalancò le porte all’esodo del popolo rossonero verso il Camp Nou di Barcellona, altro teatro di prim’ordine dell’Europa pallonara, dove i rossoneri misero in scena l’atto finale, massacrando lo Steaua di Bucarest ed alzando al cielo la Coppa dalle grandi Orecchie. Ma mi piace pensare che il primo solco di quella grande Storia europea fu tracciato a Madrid e venne metaforicamente impresso nella memoria collettiva dal volo del Cigno.

Se siamo qui a raccontare la storia di un pareggio di 30 anni fa è perchè il gioco ed i gesti tecnici di quel Milan ci rendono fieramente diversi dagli altri, da allora e per sempre. Se siamo qui a ricordare quell’incontro è perchè, ancora oggi, in tempi non proprio luminosi per i nostri colori, siamo comunque abituati a non guardare solo al risultato della partita ma, anzi, storciamo il naso se non arriva la prestazione.

Come una mamma con il proprio cucciolo così quell’utopia calcistica divenuta realtà ha dato l’imprinting ad un’intera generazione di tifosi rossoneri, educandola all’idea che, da noi e per noi, vincere non sarà mai l’unica cosa che conta. Siamo milanisti, vogliamo l’impossibile.

“Il Milan è sempre stata una squadra di alti e di bassi, siamo andati in Serie B ma abbiamo toccato dei vertici che le altre squadre non hanno mai toccato. Io preferisco questa mentalità qui, dove si può sbagliare veramente tutto, sfiorare il fondo per poi rimbalzare più in alto possibile“. (Paolo Maldini)

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