Non serve essere romanisti per provare un po’ di nostalgia e rammarico all’annuncio che dall’anno prossimo Daniele De Rossi non giocherà più nella Roma: la società ha deciso di non rinnovargli il contratto. E questo sentimento condiviso al di là della propria fede è già di per sé una notizia, in un calcio che sembra da un lato sempre più incattivito, dall’altro quasi asettico.

Ormai si parla tanto di bilanci, di plusvalenze, clausole contrattuali, tribunali, e quelli che si ritengono più tecnici si accontentano di discutere di schemi e medie stagionali, soffermandosi perdipiù su poche squadre e su ancor meno giocatori (leggi: Juventus, a tratti Atalanta, e Cristiano Ronaldo).

I grandi esclusi del calcio moderno sembrano essere due: i tifosi e gli Uomini.

E Daniele De Rossi rientra a pieno titolo in entrambe le categorie: un giocatore che per 18 anni ha vestito con onore e devozione la maglia della squadra per cui ha sempre tifato, rifiutando le numerose offerte da società che avrebbero potuto garantirgli trofei e ingaggi maggiori. Ma questo non è bastato ai dirigenti della Roma, che hanno deciso di non rinnovargli il contratto: a 35 anni non si è più importanti, non conta più quello che hai dato e che potresti continuare a dare, non conta l’opinione dei tifosi che ti vedono come un punto di riferimento, non conta la Storia. Contano solo le misere logiche societarie e finanziarie, tra l’altro non lungimiranti, che dicono che non si guarda in faccia a nessuno e che, semplicemente, non rientri nei loro piani. Punto.

Al di là della poca stima che, personalmente, ho sempre provato nei confronti di Pallotta, sia chiaro che questo non vuole essere un attacco alla Roma, o quantomeno non solo alla Roma. È il calcio italiano nella sua interezza a non prestare più attenzione alle bandiere, e non ci si può accontentare di ex giocatori nel ruolo di dirigenti-velina o allenatori-parafulmini. Quando la Juve ha salutato Del Piero non ha avuto questo stesso impatto, perché da quelle parti si sa che ragionano così: prima la ragion di Stato, poi (semmai) il resto. Ma se la Roma, che ha sempre avuto come punto di forza l’amore per i propri figli, non rinnova il contratto a De Rossi vuol dire che il calcio che amavamo non c’è proprio più, e oggi abbiamo perso tutti qualcosa. La Roma, che saluta la sua bandiera, noi milanisti, che perdiamo un avversario rispettoso in primis di noi tifosi, gli appassionati che vedono andar via un uomo che anche per la Nazionale ha dato tutto, sul campo e fuori.

E soprattutto perdiamo noi tifosi, perché oggi come poche altre volte ci è chiaro che contiamo ben poco in questo famoso calcio moderno, in cui la parola “Rispetto” è comparsa sulle fasce da capitano ma è sparita dalla realtà dei fatti.

E ne un’ulteriore prova il fatto che Milan-Frosinone non può essere posticipata per questioni legate ai diritti televisivi; dovremmo indignarci a queste parole non tanto per l’ennesima genuflessione della Lega Serie A davanti alla Juve, ma perché il calcio è dei tifosi, non di chi ne decide le sorti puntando solo alla mera convenienza economica. È vero, i soldi rendono le società vincenti, ma un tempo si affiancavano ad altri valori, ad altri Uomini.

È un processo reversibile? Probabilmente no, sarebbe necessario un brusco cambio di rotta, di cui al momento non si vede alcuna avvisaglia. Oggi non ci resta che rendere onore a Daniele De Rossi, per la passione che ha sempre mostrato; per aver mostrato cosa vuol dire essere capitano; per le parole cariche di dignità con cui oggi ha salutato la sua squadra.

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