(di Michele Coletti)

Forse non è un bravo allenatore.

Forse il suo calcio è superato, legato al numero 8 che aveva sulla maglia e che una volta identificava subito chi era il combattente della squadra, quello che faticava per i compagni e non aveva paura dei contrasti in mezzo al campo, laddove rimaneva sulle zolle sollevate il segno dei tacchetti.

Forse non ha stile, non è un gran comunicatore (ha sempre preferito far parlare il campo) e quasi sicuramente dopo le ultime quattro partite non sarà più l’allenatore del Milan.

Però so chi è: è un milanista, è uno che ha sempre onorato la maglia e chi ha macinato chilometri e fatto sacrifici per seguire il Milan; è uno che ha sempre giocato con il cuore, che ha sputato sangue per la maglia, che si è preso le offese delle curve avversarie senza mai chinare la testa, senza mai indietreggiare.

Era in campo quello che avrei voluto essere io, era il primo baluardo difensivo del Milan e dei suoi tifosi.
Gli ho voluto bene quando era in maglietta e pantaloncini, quando speravo che a ogni suo tackle la palla tornasse al Milan, e gliene voglio adesso che veste in giacca e pantaloni e lo vedo soffrire per il Milan.

Perché tutto si potrà dire ma non che Gattuso non ami il Milan, che non soffra per il Diavolo.

Offenderlo da milanisti non come allenatore ma come uomo mi ferisce, sentire contro di lui parole che ho ascoltato solo dalla curva nemica è una cosa penosa e forse è davvero giunta l’ora di dire basta con “il Milan ai milanisti”.

Perché se un giorno dovessero allenare il Milan uomini come Franco Baresi o Marco Van Basten ci sarebbe qualche milanista capace di offenderli, di trattarli come fossero nemici del Milan.
Basta così, sarebbe troppo.

Gennarino Gattuso olè, per sempre nel cuore 

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