Alla fine degli anni ’80 l’Italia era il centro del mondo calcistico. In Serie A giocava il più grande calciatore di tutti i tempi, Diego Armando Maradona, e la squadra di club più forte di tutti i tempi, il grande Milan dei tre olandesi. Visto l’impatto dei Tulipani, si era diffusa la convinzione, tra i dirigenti delle altre contendenti, che acquistare più calciatori della stessa nazionalità potesse portare vantaggi alla squadra, vista la minore difficoltà che gli stranieri – potevano essere al massimo tre per squadra – avrebbero incontrato nell’ambientarsi nel belpaese.

In quegli anni il Napoli mise i brasiliani Alemao e Careca in squadra con “el Diez“, la Juventus decise di importare una coppia di russi dal dubbio talento, Zavarov e Aleinikov, la Roma volò oltreoceano per acquistare i brasiliani Renato Portaluppi, decisivo solo in discoteca, ed Andrade, ribattezzato “er moviola” alla fine della sua breve esperienza giallorossa, il Genoa affidò alle cure del Professor Scoglio il trio uruguayano Pato Aguilera, Ruben Paz e Perdomo, l’Atalanta schierò due svedesi, Prytz e Stromberg, il Pescara ben tre brasiliani, Junior, Tita ed Edmar e l’Ascoli due slavi, Cvetkovic e tale Arslanovic. Insomma, diciamo che, per la maggior parte delle squadre, la scelta non si rivelò azzeccatissima.

Alla moda del momento partecipò anche la seconda squadra di Milano che, per combattere lo strapotere rossonero, pensò di far varcare l’italico confine ai calciatori tedeschi. E così, nel giro, di due anni, arrivarono alla corte del Trap prima Lothar Matthäus ed Andreas Breheme poi, l’anno successivo, il centravanti Jurgen Klinsmann. I tre panzer vinsero molto in carriera, sia a livello di club sia con la nazionale, laureandosi Campioni del Mondo nel Mondiale di casa nostra battendo in finale l’Argentina con un discusso calcio di rigore dello stesso Breheme. Con l’Inter, invece, i primi due vinsero lo scudetto nel 1988/89 conquistando 58 punti in 34 partite (record nell’era dei 2 punti a vittoria) poi, tutti insieme, contribuirono alla conquista della Supercoppa Italiana nel 1989 e della Coppa Uefa nel 1991.

Il più forte dei tre fu, senza dubbio, Matthäus capace, nel 1990, di interrompere il dominio incontrastato dei nostri olandesi e di aggiudicarsi il Pallone d’Oro davanti all’eroe delle notti magiche Schillaci ed al connazionale e compagno di squadra Brehme. Centrocampista dai piedi buoni e dal destro potente, arrivò all’Inter dopo essersi laureato per ben tre volte consecutive campione di Germania con il Bayern Monaco. In carriera fu spesso utilizzato anche come difensore o marcatore (celebre la sua marcatura ad uomo su Maradona nella finale del Mondiale messicano del 1986) ed, infatti, a fine carriera spostò il suo raggio d’azione proprio in difesa, ricoprendo il ruolo di libero. Recordman assoluto di presenze nelle fasi finali dei Mondiali (ben 25), nel corso della sua carriera italiana Lothar incontrò 6 volte il Milan, vincendo ben 3 volte e perdendo una sola.

Il suo esordio nel derby meneghino avvenne l’11 dicembre 1988 quando il Milan di Arrigo Sacchi uscì sconfitto grazie al gol di Aldo Serena, uno a cui, in quella stagione, bastava toccare il pallone per fare gol. Il suo unico gol stracittadino lo segnò, su rigore, il 18 marzo 1990 trafiggendo Pazzagli con un rasoterra angolato nella partita terminata 3-1 in favore dei ragazzi di Trapattoni.

L’ultimo derby, invece, lo giocò all’inizio di dicembre 1991, quando l’Inter di Orrico impattò 1-1 contro il primo Milan di Capello lanciato verso lo scudetto. Nell’aprile successivo Matthäus subì un gravissimo infortunio al ginocchio e, alla fine della stagione, complice la pessima annata dell’Inter ed i problemi personali, decise di tornare al Bayern Monaco, dove ritrovò Trapattoni e fece incetta di campionati e coppe prima di chiudere la carriera negli Stati Uniti con i New York Metrostars. Nella sua splendida carriera rimane, comunque, la macchia di non aver mai alzato la Champions League, pur essendoci andato vicinissimo: nella finale del 1999, infatti, venne sostituito pochi minuti prima del fischio finale ma, soprattutto, prima che Sheringham e Solskjaer ribaltassero il risultato nel giro di 2 minuti regalando la Coppa al Manchester United a discapito del suo Bayern Monaco.

Nell’estate 1988 Andreas “Andy” Breheme fece lo stesso percorso di Matthäus passando dal Bayern Monaco campione di Germania alla seconda squadra di Milano. Il biondo difensore, mancino naturale, sin da piccolo venne allenato dal padre ad utilizzare entrambi i piedi visto che, per sua stessa ammissione, a chi non è nato fuoriclasse un piede solo non basta. Ciò gli permise, in carriera, di occupare ottimamente la fascia destra nella sua esperienza al Bayern Monaco e, con altrettanta facilità, di spostarsi a sinistra nel suo periodo nerazzurro. Andy sviluppò così un sinistro al fulmicotone e, contestualmente, un destro precisissimo e ciò gli permise di essere ricordato come l’autore del gol decisivo della finale di Italia ’90 contro l’Argentina, quando, stupendo tutti, decise di calciare di destro il penalty contro il pararigori Goycochea dopo che il rigorista designato, Matthäus, si tirò indietro a causa del cambio degli scarpini che, a suo dire, non gli davano sicurezza.

Breheme incrociò 6 volte il Milan sulla sua strada, con un bilancio definitivo in perfetto equilibrio: 2 vittorie, 2 pareggi e 2 sconfitte. L’esordio avvenne il 30 aprile 1989 in uno scialbo 0-0 stracittadino giocato all’indomani della mitica semifinale di Coppa Campioni che ci vide demolire il Real Madrid,  pareggio che contribuì a rinsaldare la vetta della classifica per l’Inter del Trap, con il Milan ormai concentrato solo ed esclusivamente sulla finale di Barcellona.

Le due sconfitte avvennero il 19 novembre 1989, quando l’Inter scudettata guidata proprio da Brehme venne superata dal Milan di Sacchi con un rotondo 3-0 firmato Van Basten, Fuser e Massaro, ed il 18 aprile 1992, quando i rossoneri di Capello sconfissero 1-0 l’Inter di Suarez nell’ultimo derby giocato da Andy il biondo. Al termine di quella stagione, infatti, Brehme decise di migrare in Spagna, nel Real Saragozza, prima di tornare definitivamente a casa sua, nel Kaiserslautern con cui riuscì, nel 1998, nella memorabile impresa di vincere un campionato da neopromosso in Bundesliga.

Jurgen Klinsmann doveva essere la risposta nerazzurra a Marco Van Basten. E detta così, fa già ridere di suo. Centravanti molto prolifico in patria, non rispettò le attese qui in Italia, tanto da meritarsi il soprannome di “Pantegana Bionda” affibbiatogli dalla Gilappa’s Band per via di qualche errore di troppo sotto porta. Prima di approdare all’Inter giocò una finale di Coppa Uefa nel 1989 con il suo Stoccarda, perdendo contro il Napoli di Maradona.

Giunse, quindi, alla corte del Trap per sostituire l’argentino Ramon Diaz e, come detto, con l’Inter riuscì a conquistare 1 Coppa Uefa ed una Supercoppa Italiana. Klinsmann, in carriera, incontrò ben 9 volte il Milan, 6 vestendo la maglia nerazzurra, 1 con quella del Monaco e 2 con quella blucerchiata della Sampdoria.

La prima volta coincise con la sonora sconfitta per 3-0 del novembre 1989, mentre l’unico gol di “Klinsi” contro i rossoneri è datato 1 dicembre 1991 quando, con il Milan in vantaggio grazie al solito gol del Cigno di Utrecht, Jurgen trafisse Rossi con una bella semirovesciata che permise alla derelitta Inter di Orrico di portare a casa un punto.

Ad ogni modo la partita più importante giocata da Klinsmann contro il Milan non fu un derby. Il 27 aprile 1994, infatti, a San Siro andò in scena l’atto unico (all’epoca era così) della semifinale di Champions League. Per ottenere il pass per Atene il Milan di Capello doveva superare il Monaco di Scifo, di Djorkaeff e di Klinsmann. Non ci fu partita, nonostante l’inferiorità numerica dei rossoneri dopo l’espulsione di Costacurta al 40′: Desailly, Albertini e Massaro demolirono l’undici monegasco, lanciandosi alla conquista della quinta Coppa dei Campioni della nostra storia.

Dopo l’esperienza francese Jurgen volò in Inghilterra per giocare nelle fila del Tottenham con cui si rese protagonista di una grandissima stagione segnando ben 21 gol, tanto da essere proclamato giocatore dell’anno e meritandosi una statua di cera nel celebre Museo londinese di Madame Tussaud. La seconda giovinezza di Klinsmann proseguì con il Bayern di Monaco con cui, nei due anni successivi, conquistò una Coppa Uefa nel 1996  ed una Bundesliga nel 1997.

Alla fine della carriera, tuttavia, tentò nuovamente fortuna in Italia approdando alla Sampdoria che lo tesserò per provare a rimpiazzare Roberto Mancini. L’esperienza blucerchiata, invero, durò solo pochi mesi ed in entrambe le occasioni in cui incrociò il Milan (a novembre, sia in campionato che in Coppa Italia) Jurgen venne sonoramente sconfitto prima per 3-0 poi per 2-1.

A gennaio tornò quindi in Inghilterra e contribuì a salvare i suoi amati Spurs dalla retrocessione prima di abbandonare il calcio giocato e dedicarsi alla carriera di allenatore nel corso della quale conquistò una semifinale di Coppa del Mondo guidando la Germania, con l’Italia che gli fu ancora indigesta eliminandolo ad un passo dalla vittoria.

Questa è la storia di tre Panzer, tre ottimi giocatori chiamati per sovvertire le gerarchie calcistiche di Milano che, tuttavia, fallirono nell’intento di avvicinarsi alla leggenda dei tre Tulipani rossoneri.

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