Ci risiamo, Giada! L’estate porta con sé non solo l’afa, ma anche le canzoncine-tormentone. Quando ascolto la radio in macchina, capita che ne trasmettono una dal titolo Maradona y Pelé. Anche le canzoni raccontano e citano personaggi ed episodi calcistici e il Pibe de Oro e O Rey sono considerati da tutti il non plus ultra dei calciatori.

Il nonno adora Pelé e ha avuto la fortuna di vederlo giocare nel 1961 a Torino in occasione di una gara storica, Juventus-Santos. Pelé era marcato da Cervato, il quale ci provò a fermare la Perla Nera, ma l’impegno spesso non è sufficiente. Ricorda ancora le finte e il pallone che danzava sui suoi piedi. Se chiedi al nonno chi sia meglio fra Pelé e Maradona, lui risponde: “Johann Cruijff”! Ti ricordo che il tuo beneamato nonno è in realtà un nonno beneamato, cioè è un Bauscia, un interista per farla breve. Poco fa mi ha detto: ”Sì, vedere Pelé fu un sogno, ma tutti gli opinionisti lo additano insieme a Maradona come il migliore e nessuno ricorda Cruijff”. E io: “Cosa ti ricordi di Cruijff?” e lui: “Dovresti fare questa domanda a Lele Oriali, ne sa più che me!” (riferimento alla partita di Coppa Campioni persa con l’Ajax). D’altra parte, se Gianni Brera soprannominò l’olandese il Pelé bianco, un motivo ci sarà: elegante ma forte, ottimo e velocissimo dribblatore. Il suo scatto con la palla al piede era veloce come quello di Ronaldo il Fenomeno, giusto per spiegarlo alle generazioni più giovani.

Sempre secondo il nonno, un altro che meriterebbe una menzione speciale è Puskas, il cui primato europeo di gol in nazionale è stato battuto da Cristiano Ronaldo. Basso e tozzo era l’incubo di tutti i difensori. Era agilissimo e la velocità dei suoi dribbling ricorda quella di Maradona.

E poi George Best, il quinto Beatle. Veloce, abile con la palla, tanto forte in campo quanto fragile nella vita. Uno dei più famosi calciatori pur non avendo mai partecipato a un mondiale. Fantastico, Georgie. “Ho speso gran parte dei miei soldi per donne, alcool e automobili. Il resto l’ho sperperato”. “Ho sempre voluto essere il migliore in tutto: in campo il più forte, al bar quello che beveva di più”.

Ti chiederai chi sia il mio preferito. Ti ho parlato di Van Basten, di Baggio, di Maldini, di Kakà. Ancora non ti ho parlato di Ronaldo o Batistuta, né di Raúl. Di CR7 e Messi evito perché al contrario degli altri ne senti parlare ogni giorno.

Oggi è un giorno speciale, è il 10 luglio. Di 10 ce ne è uno e tutti gli altri son nessuno. Il 10 luglio 2006 mi svegliai con il miglior cerchio alla testa di sempre, occhi ancora gonfi e capelli intrigati e crespi dai bagni in fontana della notte prima.

Perché se il giorno dopo una sconfitta è peggio, il giorno dopo una vittoria è tanto godoso quanto la sera prima.

9 luglio 2006: l’Italia si laureò campione del mondo contro la Francia su suolo tedesco. Il cielo sopra Berlino da blu notte si colorò azzurro. Quella sera in campo non ci fu un unico eroe, un unico fantasista, un unico goleador. Quella sera Buffon, Grosso, Zambrotta, Cannavaro, Materazzi, Gattuso, Pirlo, Camoranesi, Perrotta, Toni, Totti e tutta la panchina da Del Piero a De Rossi, da Inzaghi a Iaquinta, da Oddo a Zaccardo, da Gilardino a Amelia a Barzagli furono “il Calciatore preferito”. Un tutt’uno. La mamma visse la maggior parte del mese mondiale in Germania per lavoro e assistette anche alla gara Italia-Ucraina, con il nostro Sheva fresco di contratto al Chelsea e temibile avversario. Mi ricordo tutto di quelle partite, dal girone eliminatorio agli ottavi fino alla galoppata verso il titolo. Calciopoli imperversava nello stivale e Lippi riuscì a costruire un muro di gomma intorno alla squadra, creando un gruppo compatto e sereno. Neanche i giornalisti più maligni riuscirono a scalfire la concentrazione dei ragazzi. Nemmeno la Bild e il suo imbarazzante articolo che paragonava gli italiani a parassiti pizzaioli. Fu il Mondiale dei difensori: Materazzi titolare per l’infortunato Nesta (e sinceramente andò bene così. Scusa, Sandro!); Grosso incredibile; Cannavaro…beh gli diedero poi il Pallone d’Oro. Fu il Mondiale degli italiani emigrati in Germania, che a seguito dell’eliminazione della nazione ospitante fecero simpaticamente sconti ai tedeschi su cibo e capi di abbigliamento.

 

Il girone non fu una passeggiata: vittoria + pareggio + vittoria (in quest’ultima contro i cechi il nostro Pippo siglò il gol della tranquillità, uscendo in lacrime di gioia). Poi la famigerata gara contro l’Australia, sulla quale gli australiani ancora ci ricordano il generoso rigore regalatoci. Seguì la partita contro l’Ucraina, giocata in un clima di disperazione per il tentato suicidio di Pessotto.  Sorridiamo tutti al ricordo del gol di Grosso e del raddoppio di Del Piero contro la Germania: “chiudiamo le valigie, amici, si va a Berlino”. E poi la notte magica. Materazzi, sostenuto da tutti (milanisti e juventini compresi), diede il meglio di sé e riuscì a raggiungere l’obiettivo principale: gol a parte – perché segnò pure una rete di testa – portò Zidane al limite della sopportazione in modo tale che l’algerino sferrò a Matrix un colpo di testa allo stomaco. Fuori, rosso, espulso. La roulette dei rigori ci fece due regali: in primis la coppa; poi Pirlo in lacrime. Lui, che secondo Gattuso dormiva placido prima delle gare decisive, si sciolse nel pianto più liberatorio e allo stesso tempo più dolce:

il pianto di un bambino che nelle caldi notti d’estate sogna la Coppa più bella con la maglia del suo paese.

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