Bene, Giada, oggi finalmente si ricomincia! A dire il vero l’ex campionato più bello del mondo è iniziato ieri, perché – come ben sai – il calendario è organizzato come una frittata mal riuscita: chi anticipa, chi posticipa nel giorno dell’anticipo, chi gioca la domenica, chi di lunedì.

Tu ti chiederai perché scrivo “finalmente”.

Di fatto, dal termine della scorsa stagione a ieri sera la mamma ha dormito placidamente, non si è arrabbiata nei fine settimana, non ha imprecato benevolmente contro i Ragazzi. Insomma, una pacchia! Invece da oggi c’è il rischio che i week end assumano una piega tragica. Ennesimo nuovo assetto societario, ennesimo nuovo allenatore, ennesimi nuovi giovani innesti, ennesimo pre-campionato senza infamia e senza lode.

Eppure, è questo il bello del tifo, almeno per la mamma: la voglia di vedere di nuovo i Ragazzi giocare, di provarci; la voglia di andare allo stadio o la frenesia di attendere il fischio d’inizio davanti alla tv; gli sfottò al lavoro, al bar, in palestra, sui social.

Certamente dal 1987 al 2012 mi lasciavo cullare dai sogni di gloria e il “primo giorno di scuola” non mi provocava il mal di pancia, anzi, non vedevo l’ora che la “campanella” suonasse. Oggi invece qualche disturbo allo stomaco c’è, ma la febbre a 90 (come la chiama il buon Nick Hornby) continua a bruciare perché “puoi cambiare religione o fidanzato, ma non puoi cambiare né la mamma né la squadra di calcio”. Dal 1985 al 30 luglio 2017, cioè quando sei nata, il Milan era uno dei primi tre pensieri del giorno: prima di andare a scuola o all’università acquistavo sempre la Gazzetta oppure Forza Milan e il Guerin Sportivo. Quando mi ritrovai nel mondo del lavoro, erano due i calendari che scandivano il passare del tempo: il calendario fieristico e quello delle trasferte e il calendario del campionato. Il problema era quando si intersecavano per cui, se potevo, spostavo la trasferta in base al giorno del derby o della gara fondamentale per la classifica. Non sono mai stata un’assenteista, anzi, ma quando c’erano gare di Coppa con squadre del calibro di Barcellona, Ajax o Manchester, era immediata la richiesta di permesso di uscita anticipata. Per non parlare dei due giorni di ferie per le finali di Coppa dei Campioni. Nel 2007 mi feci Rimini-San Siro a 140 km/ora per assistere all’esordio di Ronaldo (per la cronaca, a Rimini c’era una fiera, ma il capo decise di rientrare prima del previsto perché ultimammo gli appuntamenti nell’arco della mattinata). Appena diventi un po’ più grande, spero che non ti dispiaccia se ogni tanto torno nella tana del Diavolo. O vieni con me?

Ti ho mai spiegato perché sono diventata milanista?

Il nonno non ha mai cercato di inculcarmi il suo interismo perché ero una femmina e perché era troppo preso dalle sue partite di basket. Cugini e amichetti di scuola tifavano per lo più Juve, qualcuno Inter. La zia, appassionata di Cabrini e Platini, cercava di inculcarmi la simpatia per la squadra in cui militavano. Francamente non avevo ancora una squadra nel cuore, ma tutto lasciava presagire all’ovvio: la Gobba! Mi salvai in corner da questo rischio. Nell’estate del 1985 il nonno ottenne 3 biglietti per Parma-Juventus al Tardini. Ovviamente un tagliando era suo in qualità di accompagnatore. I rimanenti due vennero dati a mia sorella (cioè alla zia) e a mio cugino. “E io?”, chiesi al nonno. Risposta: “Ne ho solo tre, perché? ti interessava questa partita?”. Risposi con gli occhi delusi ma orgogliosi: “Io? No! Non sono juventina e mai la sarò. Io tifo Milan! Sono circondata a scuola da gente bianconera e nerazzurra che urla e che parla sempre di Platini e Rumenigge o di Zoff e non ne posso più. A me piace la squadra rossonera, ci sono pochi tifosi ma non rompono!”. Il nonno si mise a ridere. Un po’ aveva capito che mi sarebbe piaciuto vedere quella gara, un po’, da buon Bauscia, pensava ai milanisti che in quel periodo ancora proprio non si sentivano. Rise meno quando si accorse che davvero presi il Milan sul serio, che adoravo Paolo Maldini, che avevo appeso il poster nell’armadio e rise ancor meno quando Sacchi e Berlusconi plasmarono la Squadra Perfetta.

Quindi, oggi si ricomincia. Tutto nuovamente nuovo, tranne le strisce rosse e nere. Quelle restano. Si allargano, si assottigliano secondo gli studi di marketing, ma sono sempre lì e devono essere sostenute. Che la 9 sia sulle spalle di Van Basten o su quelle di Piatek, che Donnarumma licenzi o si tenga Raiola, che il modulo sia il rombo o l’albero di natale, dalle 18,00 si fa sul serio: si tifa allo stadio, al bar, da casa, da sotto l’ombrellone. Piedi in terra, gola che brucia, speranza che vola.

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