Lo psicodramma continua. Senza soluzione di continuità.

Il calendario, proponendo il Lecce a San Siro, sembrava perfetto per bagnare con una vittoria l’esordio del nuovo allenatore. Ed invece, così come accadde con Gattuso che, alla sua prima panchina, impattò con il derelitto Benevento, a distanza di quasi due anni siamo riusciti nell’impresa di farci pareggiare in pieno recupero da una neopromossa pur dopo aver disputato un tempo, il primo, in cui qualsiasi altra squadra di medio-alta classifica avrebbe segnato almeno due/tre gol. Ci siamo risparmiati il gol beffa del portiere stavolta, ma la presa per il culo finale da parte del resto d’Italia rimane. Significa che non è cambiato niente? Si, esattamente. Non è cambiato niente. Eravamo mediocri e lo siamo ancora, soprattutto nella testa.

Eppure, come detto, i primi 45 minuti del Milan di Pioli sono stati davvero belli, pieni di intensità, di coraggio nelle giocate, di linee di passaggio finalmente fluide e, soprattutto, di occasioni da gol a raffica merito anche della nuova disposizione tattica, un 4-2-3-1 che ha portato Calhanoglu e Paquetà a giocare praticamente a ridosso di Leao, con Hernandez libero di spingere come un dannato a sinistra mentre a destra, il solito Suso era lasciato nella sua solita mattonella. La scelta pareva azzeccata visto che, finalmente, il gioco del Milan non dipendeva esclusivamente dallo spagnolo ma, anzi, sgorgava felice soprattutto dall’altro lato.

Ecco, se proprio dobbiamo trovare una pecca nel nostro primo tempo è proprio la classica, stantia prestazione dello spagnolo che, pur essendo andato vicino al gol in un’occasione, è stato l’unico tra gli 11 titolari a non aver minimamente cambiato il suo modo di giocare. Quando risolveremo questo problema, probabilmente le cose potrebbero davvero cambiare. Dicevamo che avremmo meritato di andare al riposo con un vantaggio sicuramente più corposo ma Leao, pur essendosi mosso molto bene, ha dimostrato di essere ancora acerbo sotto porta e ciò ha permesso ai salentini, confusionari e tecnicamente imbarazzanti in alcune occasioni, di chiudere sotto di un solo gol, arrivato dopo un gran destro di Calhanoglu che ha trovato Gabriel poco reattivo sul suo palo.

Liverani, nell’intervallo, ha messo a posto alcune cose e si è ripresentato in campo con più ordine e, evidentemente, minore paura. E’ bastato questo per mandare in tilt il Milan che si è abbassato tantissimo ed ha iniziato a sbagliare tutto quello che si poteva sbagliare, in particolare sulla destra con Conti che, dopo aver provocato il rigore, è andato completamente in bambola. Il pareggio di Babacar ha dato una piccola scossa alla squadra che si è riversata in attacco sfruttando la freschezza del neo entrato Krunic e, soprattutto, la vena particolarmente ispirata di Calhanoglu che ha tirato fuori una grandissima giocata in occasione del gol del Pistolero.

2-1 a 10 minuti dalla fine, con Piatek finalmente decisivo. Sembrava essere il dolce epilogo della serata ma la condizione atletica di alcuni dei nostri (Biglia su tutti) unita alla scarsa propensione alla sofferenza di altri (Suso, in particolare, che ha perso due palloni incredibili nei minuti di recupero ed ha provato a chiudere con l’aggressività  e la ferocia di un Mini Pony su Calderoni in occasione del gol del pareggio) hanno contribuito a fissare il risultato finale sul 2-2, facendo ripiombare la squadra nel baratro di una stagione da incubo.

Sui singoli detto di Calhanoglu nettamente migliore in campo, autore della miglior prestazione da quando veste il rossonero, va sottolineata la partita di Theo Hernandez, vera e propria spina nel fianco della difesa leccese per tutti i 90 minuti. Con le dovute differenze tecniche e fisiche, quando attacca mi ricorda il primo Gareth Bale, quello che giocava terzino con il Tottenham. Purtroppo anche quando difende ma in questo può e deve migliorare. Buono anche l’apporto di Romagnoli e Musacchio mentre Conti è lontanissimo parente dell’esterno che prendemmo dall’Atalanta. Dopo il fallo di mano che ha mandato Babacar sul dischetto è stato capace di sbagliare persino i falli laterali.

A Gigio non si può rimproverare nulla: ha parato il secondo rigore consecutivo (il terzo contro di noi se consideriamo anche quello neutralizzato da Reina) ma sfiga ha voluto che la palla tornasse a Babacar per il comodo tap-in. Incolpevole sul bolide di Calderoni.

A centrocampo sufficiente Kessie al fianco di un incisivo Lucas Biglia che, per un’ora, ha gestito trame e palloni con grande tranquillità. Peccato che le partite durino 90 minuti. Passato il 60′, infatti, l’età lo ha abbandonato, ha iniziato a perdere palle sanguinose e si sono aperte voragini nel nostro centrocampo. Benino Paquetà, autore di grandi giocate nel primo tempo mentre nel secondo è praticamente sparito.

Su Suso sono iper ripetitivo, lo ammetto: resta il più grande problema del Milan visto che, pur cambiando gli allenatori e pur passando le stagioni, lui sembra essere impermeabile a qualsiasi mutamento. Monotono al limite  dell’indisponenza.

Krunic è entrato molto bene in partita a differenza di Rebic che, se continua così, il campo lo vedrà molto poco, mentre Piatek è tornato a fare quel che sa fare, ossia trasformare in gol le occasioni che gli capitano. Che saranno sempre poche, visto il suo modo di giocare in questo sistema tattico. Personalmente gli affiancherei Leao, giovane sbarazzino che ama svariare su tutto il fronte d’attacco e che rappresenta, ad oggi, l’unica vera novità cui possiamo affidare qualche speranza di classifica.

Già, la classifica. Oggi recita Milan a 10 punti, a -12 dalla vetta, -6 dal quarto posto e +4 dalla serie B. Numeri impietosi dopo sole 8 giornate e con un calendario che ora si fa davvero duro visto che, in un mese, incontreremo Roma, Lazio, Juve e Napoli. Così come tremendi sono i numeri con cui abbiamo imparato a convivere, quelli dell’ormai cronico rosso in bilancio. Insomma, viviamo da anni un vero e proprio incubo sportivo, e pare che nessuno abbia intenzione di svegliarci.

 

 

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