Tra una squadra forte e una più scarsa, di solito, vince la prima. La seconda raramente la spunta e, quando lo fa, è perché butta il cuore oltre l’ostacolo, con grinta e cattiveria. Milan-Lazio non ha fatto eccezione. Dopo un’ora decente, soprattutto dal punto di vista della voglia più che della manovra, abbiamo colpevolmente lasciato campo e iniziativa ai nostri avversari che non hanno avuto difficoltà a sfruttare la loro maggiore organizzazione tattica e la migliore tenuta fisica, oltre che la superiorità tecnica, per portare a casa i tre punti. La supponenza con cui sono entrati in campo Rebic e Leao, in particolare, meriterebbe un articolo a parte: ciucci e presuntuosi, mi pare si dica.

Gli infortuni di Musacchio e Suso hanno spinto Pioli a confermare Duarte e Castillejo nell’undici iniziale, con Bennacer ancora in regia e Krunic al posto dello stralunato Kessie di questo periodo. Il primo tempo è stato sostanzialmente equilibrato, sia nel gioco che nelle occasioni: Paquetà e Rebic ne hanno avute due colossali, mentre Donnarumma ha detto no a Correa e la traversa ha fermato Immobile. Sfortuna ha voluto che, dopo mezzora, il migliore dei nostri fino ad allora, ossia Castillejo, si sia infortunato, privandoci della spinta e della imprevedibilità che stava fornendo. Tra i biancocelesti, invece, Luis Alberto da subito sugli scudi con giocate sontuose e passaggi illuminanti che ci hanno creato molti grattacapi. Duarte si è perso il capocannoniere del campionato sul vantaggio laziale, nato da uno sfortunato passaggio di Krunic che ha colpito Piatek e ha permesso la loro ripartenza proprio sul lato in cui gravitava il bosniaco, con Lazzari che ha sfruttato a dovere il contropiede mettendo una gran palla sulla testa del 17 laziale. La fortuna, tuttavia, ci ha sorriso in occasione del pareggio quando il tocco impercettibile di Piatek è stato deviato da Bastos nella propria porta.

Nella ripresa, come detto, abbiamo giocato per 15 minuti scarsi, senza nemmeno ripetere quello che di buono avevamo fatto nei primi 45′. Poi, con l’uscita di Paquetà (anche meritata, per quanto mostrato in campo) e l’ingresso di Leao ci siamo praticamente fermati e, fatta eccezione per una bomba centrale di Calhanoglu su punizione, non abbiamo creato praticamente nulla. La Lazio ha preso in mano il pallino del gioco, con Luis Alberto nettamente migliore in campo, il quale ha inventato calcio ad ogni tocco di palla. Il raddoppio di Correa è stata la logica conseguenza del dominio biancoceleste nell’ultima parte del match. Fa male prenderlo sull’ennesima sbandata difensiva, proprio pochi minuti dopo che loro erano rimasti senza centravanti di ruolo, visto l’infortunio di Caicedo, che in precedenza aveva sostituito Immobile. Eppure Correa, che centravanti non è, è riuscito a infilarsi nello spazio lasciato libero da Romagnoli e, sull’ennesimo passaggio illuminante di Luis Alberto, si è presentato davanti a Donnarumma e non ha avuto difficoltà a freddarlo.

I migliori dei nostri sono stati Castillejo e Calhanoglu: il primo aveva iniziato davvero bene, mettendo spesso in crisi Lulic, poi l’infortunio muscolare lo ha messo ko. Il turco ha confermato di essere in un ottimo momento di forma, fornendo una prestazione maiuscola sia dal punto di vista tecnico che da quello volitivo. Romagnoli, fino all’azione del gol laziale, era stato perfetto sia negli anticipi, sia nei contrasti. Poi ha macchiato tutto con l’amnesia clamorosa, in compartecipazione con Duarte, che ha spalancato una prateria a Correa. Il difensore brasiliano, chiamato a confermarsi dopo la buona prestazione con la Spal, ha fallito clamorosamente contro un attacco nettamente più forte di quello di giovedì sera, facendosi anticipare da Immobile sul primo gol e non chiudendo correttamente lo spazio sul secondo. Molto male anche Calabria che continua a sbagliare passaggi e cross come mai aveva fatto nella sua carriera. Anche Donnarumma ha mostrato parecchie incertezze nelle uscite alte, pur confermandosi un mostro tra i pali. Theo Hernandez ha sofferto Lazzari, ma lo ha fatto anche soffrire.

A centrocampo Bennacer deve imparare ad entrare in partita prima del ventesimo minuto perché, da lì in poi, ha lottato e provato a cucire il gioco in maniera importante. Paquetà rimane un’incognita: alterna buone giocate ad errori clamorosi e, davanti alla porta, non segna nemmeno sotto tortura. Bene Krunic per un’ora: ha annullato Milinkovic Savic, proponendosi spesso anche in fase offensiva. Poi è crollato come il resto della squadra. Piatek ha avuto un gran culo sul gol ma l’avere il fato dalla sua non ha certo contribuito a sbloccarlo visto che ha sì lottato ma non è riuscito a tenere un pallone contro Acerbi, sbagliando anche una marea di appoggi e non arrivando praticamente mai al tiro. Su Leao e Rebic ho già detto all’inizio: inguardabili, inesistenti, a tratti indisponenti. Il giovane portoghese, in particolare, è entrato in campo con lo stesso entusiasmo di chi deve pagare una cartella di Equitalia. Leggermente meglio, ma davvero poco poco, il croato che, quanto meno, ha contenuto Lulic in fase difensiva ma lì davanti non l’ha praticamente mai vista.

Ora ci aspettano la Juve a Torino e poi il Napoli a San Siro. Alzi la mano chi si aspetta di fare punti nei prossimi 180 minuti. Quanta amarezza…

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