(di Ilaria Dallaturca)

Giada, sono certa che un giorno capiterà anche a te di chiedere ai tuoi compagni di classe o amici di cortile, ovvero gli amichetti vicini di casa, di poter giocare a calcio con loro. Grazie al boom del calcio femminile tu sarai più fortunata che la mamma, perché in pochi si permetteranno di dirti che sei una femmina e che quindi non puoi giocare.

Era sempre la stessa storia: o non giocavo proprio oppure, sbuffando, acconsentivano solo se accettavo di stare in porta o in difesa. Erano quelle squadre tutte sbilanciate in avanti in cui la maggior parte dei bambini giocava nelle giovanili della squadra locale e la palla era sempre sui piedi dei più bravi. Per cui io là dietro me ne stavo praticamente a guardare insieme ai quei pochi meno atletici, furbetti e scattanti. Avevo sei-nove anni e dato che il difensore più ammirato d’Italia era Scirea, solo il centrale difensivo era considerato un ruolo tanto figo quanto quello dell’attaccante. Per cui io mi accomodavo di lato.

Non potevo certo leggere nel futuro, altrimenti me li sarei mangiati tutti. Sarebbe stato bellissimo rispondere: “Ok, mi sacrificherò: vorrà dire che io farò Maldini!”. Sorrido se penso che oggi ci sarà già qualche bambino che si propone come Theo Hernandez …

Ebbene, sì, Giada, noi milanisti vantiamo dei terzini da fare invidia a chi sfonda là davanti.

Te ne cito solo alcuni, ma andiamo con ordine.

Fra i terzini del passato, che la mamma non ha vissuto personalmente per questioni di anagrafe, ci sono Trebbi e il tedesco Schnellinger. Il tuo nonno bauscia li decanta entrambi, protagonisti di un calcio che non c’è più. In modo particolare ricorda, come tutti gli italiani, il tedescone per la storica partita delle partite, quell’Italia-Germania in Messico in cui proprio lui pareggiò il vantaggio azzurro.

 

Inutile che mi soffermi su Paolo Maldini, di cui già ti parlai lo scorso anno nella storia intitolata “3: il numero perfetto”. La sua bravura, forza e classe sono tuttora riconosciute a livello mondiale. Esordì il 20 gennaio ’85 al posto dell’infortunato Mauro Tassotti, un altro big per noi rossoneri.

Tassotti è un romano di scuola laziale adottato da Milano. 17 anni sulla fascia, poi viceallenatore e dirigente. Formò con il Kaiser Franz, Paolino e Billy “LA DIFESA”. Prima Liedholm e poi Sacchi riuscirono a tirare fuori il meglio da lui, tanto che aumentò pure il suo supporto in attacco. Non so quanti km percorse sulla fascia destra, ma ricordo ancora quando gli cantavamo “Tasso, nessuno ha il tuo passo”. Giocatore molto “sanguigno”, Oriali e Luis Henrique furono due storiche vittime del suo agonismo, ma non dimenticherò mai la dolcezza con cui abbracciava la Coppa prima di alzarla al cielo da capitano quel maggio del 1994.

In squadra col Tasso giocò Christian Panucci; rifacendomi alla gara di cui sopra, pure lui giocò magistralmente quella finale contro il Barcellona e aveva solo 21 anni. Stoichkov ne è testimone!  Amicissimo di Andrea Fortunato (erano di fatto i due gioiellini del Genoa) Panucci fu un terzino con il vizio del gol, ne realizzò ben 34, di cui uno molto bello in Coppa Campioni contro l’AEK. Fu il primo italiano a vestire la maglia del Real Madrid, con cui vinse anche la Champions… battendo chi? Ma la Juve! Pessimo il suo rapporto con la curva, reo di un brutto gesto ai tifosi che lo stavano fischiando; fischi incrementati col passaggio all’Inter.

Un terzino a cui la mamma è molto affezionata è Thomas Helveg e sai perché? Perché fu protagonista del mio scudetto preferito, quello insperato del 1999. Era lui che volava sulla fascia e crossava al centro per Oliver Bierhoff, con cui ebbe una grande intesa. Sempre nel Milan di Zaccheroni arrivò un certo Sérgio Cláudio dos Santos detto Serginho. Fondamentale per Sheva, Bierhoff e Weah, qualche anno dopo Ancelotti lo arretrò a terzino sinistro. Lo chiamavano Concorde, come lo storico aereo, perché era velocissimo. A lui sono legati bellissimi ricordi, in primis la finale di Manchester e i tanti gol nei derby (non solo quello fantomatico del 6 a 0, ma anche l’1-0 con assist di Rivaldo; ricordo anche la sua gara perfetta in un 4-2, con Farinós completamente ubriacato). Peccato per il rigore sbagliato a Istanbul, ma lì sbagliarono tutti tutto…

Per antonomasia, quando di solito si pensa a un difensore, si pensa alla scuola italiana. Quando si pensa a un attaccante, si pensa a quella brasiliana.

Noi milanisti, che siamo degli innovatori,

oltre a Serginho puntammo su Cafù. Se Serginho era il Concorde, Cafù era il Pendolino. Uno dei migliori difensori della storia che disputò tre finali mondiali di fila. Grazie alla sua velocità e alle sue incursioni in attacco, venne impiegato anche come ala. Giocò contro di noi nel ’93 una coppa Intercontinentale e pochi mesi modo la finale del Mondiale USA. Vedemmo i sorci verdi con lui. Quando lo acquistarono fui felice perché per lo meno non ce lo trovammo più contro.

Dopo la super difesa di fine anni ‘80 e inizio ‘90, quella del primo decennio del 2000 non fu da meno: Cafù-Stam-Nesta-Maldini. Così per dire, visto che c’è gente che cita la BBC come ideale difensivo…

Altri terzini che ricordo con piacere: Jankulovski, uno dei protagonisti di Atene 2007 o il buon Abate, tanto cuore che colmava le lacune difensive; il campione del mondo Zambrotta ha invece chiuso la carriera da noi.

E oggi ci godiamo un bel Theo Hernandez, convinto niente poco di meno che da Paolo Maldini a giocare da noi. Ha tutto per far bene, almeno finora ha dimostrato di meritare la maglia e il consenso del pubblico. E, diciamocelo, finalmente i bambini hanno un nuovo supereroe con cui sognare.

Se il miglior attacco è la difesa, ricordati che anche i difensori sanno fare magie. Per cui, se fra quattro anni ti lasceranno là dietro, tu grida pure: “Ok, come un vero terzino da Milan!”

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