Che fatica, anche stavolta! Ma che bello portare a casa una semifinale dopo una partita che, a pochi secondi dal termine, ci vedeva eliminati e che abbiamo prima riacciuffato per i capelli e poi vinto con merito.

Il primo tempo lo abbiamo dominato per lunghi tratti guidati da un Rebic straripante quando si allargava a sinistra e puntava gli avversari. Da uno dei suoi spunti, infatti, è arrivato il gol di Bonaventura che si è fatto trovare pronto a spingere in rete il servizio del croato. Per mezz’ora il Milan ha giocato davvero bene, in maniera fluida e corale, pressando sulle fasce, in particolare sulla sinistra, e pungendo anche centralmente. Nonostante questo non siamo riusciti a trovare il raddoppio vuoi per la poca cattiveria nei metri finali, vuoi per la mancanza di un centravanti vista la prestazione da “Chi l’ha visto?” di Piatek, vuoi per Sirigu che si è disteso bene sul tiro di Castillejo. Conseguentemente il Torino, al primo affondo, ha trovato il pareggio, infilzando l’impreparata difesa rossonera dopo un pallone perso malamente da Krunic a centrocampo, con Bremer che ha chiesto e ottenuto l’uno due da Verdi, presentandosi da solo davanti a Donnarumma e superandolo con un preciso rasoterra. Proprio Krunic ha avuto sulla testa il pallone del 2-1, ottimamente imbeccato da Theo, ma ha colpito scoordinato la palla che si è alzata sulla traversa. 1-1 bugiardo al 45’ ma bisogna ammettere anche che Rebic ha rischiato seriamente il rosso per una gomitata tanto stupida quanto inutile su Izzo.

Nella prima parte del secondo tempo il Toro ci ha preso le misure e noi abbiamo rallentato clamorosamente fin quando ancora Bremer (la nostra capacità di esaltare i semi-sconosciuti resta unica) è sbucato alle spalle dei nostri centrali e ha trafitto di nuovo Donnarumma. A quel punto Pioli, che aveva già fatto entrare Ibra, ha buttato dentro anche Leao per Bonaventura, giocandosela con gli uomini d’attacco che tanto bene avevano fatto contro l’Udinese. A differenza di 10 giorni fa, però, il gioco non è che ne abbia giovato chissà quanto visto che anche Zlatan è sembrato spento come il Fu Pistolero di cui aveva preso il posto, sbagliando molto e dando un contributo davvero misero alla fase offensiva della squadra. Fatto sta che, proprio quando tutto lasciava pensare che non l’avremmo mai potuta pareggiare, Hakan il turco, che era subentrato a Krunic, ha trovato il pertugio giusto per impattare il risultato quando il cronometro segnava il minuto 91. Nei 4 che ne mancavano al triplice fischio finale, Ibra si è prima mangiato un gol ancor più clamoroso di quello di Brescia dopo una gran giocata di Leao e poi ha chiamato Sirigu alla respinta con un destro secco e potente.

Data la stitichezza della rosa, fatta di alcuni giocatori inutili e di altri ormai fuori da qualsiasi progetto, visto che scaldano la panchina da un mesetto in attesa, mi auguro, di salutarci a breve, i supplementari erano proprio l’epilogo meno sperato. Tuttavia, come d’incanto, abbiamo ricominciato a spingere forte, con Castillejo e Rebic sugli scudi e Calhanoglu che è salito prepotentemente in cattedra in mezzo al campo, andando vicino alla doppietta dopo l’ennesimo spunto di Leao e, poco dopo, imbucando splendidamente per Theo che, a tu per tu con Sirigu, si è fatto ipnotizzare dal portiere granata. Dopo l’ennesimo spreco il turco ha, quindi, deciso di fare da solo e, agli albori del secondo tempo supplementare, ha scaricato un gran sinistro nell’angolino, riportandoci in vantaggio. Lì la partita è finita, il Toro non ne aveva più e noi ne abbiamo subito approfittato con Ibra che si è fatto perdonare l’errore madornale commesso in precedenza e, allargando il piattone sulla palla acchittatagli da Leao, ha chiuso i giochi con il 4-2 che ci ha porta in semifinale contro quelli là, ci regala la quinta vittoria consecutiva tra campionato e Coppa Italia e, soprattutto, ci fa sentire finalmente una squadra.

Il migliore è stato evidentemente Calhanoglu, che ha spaccato la partita con due gol e tante belle giocate. Molto positivo anche Rebic, costante per tutti i 120 minuti. Bene Castillejo, cresciuto, però, solo quando gli altri sono calati. Leao è entrato molle ma si è acceso quando ha messo Ibra davanti alla porta e, da allora, non si è più spento. Ibra ha fatto l’allenatore per 65’ dalla panchina poi è entrato male, sbagliando, tra le altre cose, un gol clamoroso, ma la differenza tra i fuoriclasse, seppur trentottenni, e gli altri sta proprio nella capacità di non abbattersi ma, anzi, di autocaricarsi dopo l’errore. Capacità che non ha affatto Piatek, scomparso clamorosamente dai radar mesi or sono, e attualmente assolutamente inutile nel campo.

Bennacer sta diventando la cartina tornasole di questa squadra: quando gira lui il gioco è fluido, quando abbassa il ritmo il Milan si inceppa. Benino Krunic e, udite udite, ottimo Kessie che ha addirittura imbeccato Calha in campo aperto sul 3-2. Bonaventura ha fatto il gol e poco altro.

La difesa è stata sufficiente nei laterali (ma da Theo quel gol me lo aspetto) e molto buona nei due centrali, che mostrano un’evidente crescita nel loro affiatamento. Gigio incolpevole sui gol, sempre attento tra i pali, ancora rivedibile in qualche uscita.

Insomma è stata una vittoria combattuta ma, proprio per questo, ancor più soddisfacente. Mi piace pensare che sarebbe piaciuta a Kobe Bryant, visto il sangue rossonero che scorreva nelle sue vene ed il carattere pugnace con cui ha condotto la sua vita, raggiungendo la vetta riservata ai più grandi.

San Siro, prima del match, lo ha ricordato commosso mentre la povertà d’animo di qualche formalissimo dirigente federale ha impedito l’omaggio di un misero minuto di silenzio che tutti, ma proprio tutti, gli avrebbero voluto tributare. Ma Kobe, sono sicuro, se ne fregherebbe di simili bassezze, guardando tutti dall’alto, come faceva quando saltava e schiacciava nei campi di basket di tutto il mondo.

Lui che, come molti di noi, si era innamorato di questa squadra grazie a Van Basten. Lui che, differentemente da noi, aveva raggiunto Marco tra i supereroi dello sport.

Gli eroi son tutti giovani e belli, cantava Guccini. L’essere anche milanisti non può che aggiungere uno spessore particolare alla loro immortalità. Ciao Kobe, ci mancherai.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *