Giornata di auguri nostalgici quella di pochi giorni fa per chi ama la chitarra e il pallone, o perchè no entrambi.

Non c’è stata redazione infatti che non abbia, giustamente, celebrato due mostri sacri del nostro paese. Roberto Baggio ha spento, chissà dove, le sue 53 candeline, Fabrizio De Andrè ne avrebbe spente ottanta.

Il ricordo di Faber è indelebile e ce lo ritroviamo anche al cinema in questi giorni per un documentario–concerto curato da Walter Veltroni, che dicono essere bellissimo.

Mentre dell’altro 18 febbraio, quello più giovane, si sono quasi perse le tracce tanta è la sua impermeabilità alla vita pubblica.

È noto che il divin codino non ami salotti televisivi e pagine di giornale tant’è che sfugge a telecamere e taccuini proprio come quando saltava come birilli i difensori della Cecoslovacchia.

Silenzio rispettabilissimo e per certi versi anche affascinante invasi come siamo da instagram, pubblicità e hashtag. Un campione Roberto Baggio che veramente come in pochi altri casi ha rappresentato l’intero stivale.

Alcuni l’hanno paragonato negli anni all’affetto e alla stima di cui gode Gigi Riva. Ma se in quel caso la storia di Riva incantava anche per la sua lealtà ed amore al suo Cagliari, piccolo per gli altri ma immenso per lui, qui siamo davanti ad un amico fragile, per usare parole dell’altro nato il 18 febbraio, che non ha trovato mai una fissa dimora. Un talento vagabondo che ha incantato tifosi, polemizzato con quasi tutti i suoi allenatori ma che indubbiamente ha lasciato il segno in tutte le sue squadre in cui ha giocato.

Un segno magari non vittorioso, perchè guardi la sua bacheca ed un po’ ci rimani male. Due scudetti, una coppa Italia ed una coppa Uefa. Ma come tutto qui? Si tutto qui.

Poi però ecco il Divin Codino, capace di vincere il pallone d’oro nel 1993 e di conquistare ad ogni mondiale il plebiscito totale di tutti i sessanta milioni di commissari tecnici che vivono in Italia.

Perchè la vittoria più grande di Baggio è quell’incondizionato amore dei tifosi, ma proprio tutti, che un tempo pagavano il biglietto anche solo per vedergli stoppare un pallone o battere una punizione.

Un talento sbocciato a Firenze, città che ha potuto godere delle sue prime meraviglie. E’ il Baggio delle scampagnate solitarie palla al piede senza difensori che riuscissero a fermarlo. Aveva l’argento vivo addosso Roberto e andava via veloce non curante delle sue fragili ginocchia. Uno spettacolo anche atletico oltre che tecnico.

Due perle su tutte con la maglia da trasferta della viola. Prima si prende gioco del Milan a San Siro, irridendo quella che sarebbe diventata una delle difese più forti della storia del calcio, ma ancora più bello lo slalom gigante a Napoli al cospetto di Re Diego. Il San Paolo che per una volta si inchina, e lo farà pochissime volte, ad un altro numero dieci.

Finito il campionato è il momento per Roberto di affacciarsi anche al grande palcoscenico mondiale: Italia 90.

Ma quello non è un mondiale, pare più un’opera teatrale che fa innamorare gli Italiani con una nazionale azzurra che più azzurra non si può. Bergomi e Baresi, uno straripante Maldini, Berti e Donadoni, Vialli e Mancini, Baggio e Giannini. Una sfilza di campioni che alla loro bravura aggiungeva una tenacia ed un cuore che non si vedrà mai più in nessun’altra nazionale.

E sono davvero notti magiche, perché la difesa è una roccaforte, Giannini a centrocampo è di felliniana regia e Schillaci, il ventiduesimo, è baciato dalle stelle, segna con tutte le ossa del corpo e ci porta avanti di partita in partita.

E Baggio?

Parte spesso dalla panchina ma incanta una nazione intera replicando una delle sue perle fiorentine il 19 giugno 1990. L’Olimpico è tutto in piedi e fa la ola, il gol alla Cecoslovacchia è da antologia calcistica come dice, giustamente, un Bruno Pizzul in estasi.

La triste fine dei mondiali ai rigori contro gli argentini è l’inizio di un’altra storia complicata. Forse una storia sbagliata. Baggio diventa quello che non vuole essere. Una prima donna sbattuta sui giornali per tutta la sessione estiva di calciomercato perchè sta passando dalla Fiorentina alla Juventus della famiglia Agnelli. La città di Firenze schiuma rabbia per la perdita del suo figliol prodigo e mai gli perdonerà il passaggio agli storici rivali bianconeri. Un trauma vissuto male da tutte e tre le parti in causa perchè Baggio, non scordiamocelo, è amico fragile e nutre sentimenti veri verso il popolo viola.

Al suo primo incrocio contro la sua ex squadra realizza una…doppietta: prima si rifiuta di calciare un rigore contro Mareggini ed al momento della sostituzione raccoglie una sciarpa viola lanciata dalle tribune. Roba da libro cuore. Firenze piange come una donna tradita che vuole perdonare, ma piangono anche quelli della Juve perchè sanno che Baggio non li amerà mai come quelli della Viola.

Tuttavia anche se privi di quell’amore così intenso i tifosi juventini, sono probabilmente quelli più fortunati perchè vedono un Baggio ai massimi livelli.

Il suo codino è più prolifico che mai, eppure per una volta la vecchia signora non è all’altezza di uno dei suoi fuoriclasse. I successi di squadra in cinque anni sono pochi: uno scudetto, una coppa Italia ed una coppa Uefa.

Nel frattempo mentre il mondo si inginocchia dinnanzi al numero dieci col codino: nel 1993 vince il pallone d’oro ma soprattutto è l’estate del 1994 a vederlo protagonista assoluto quando vince quasi un mondiale.

Perchè se ad Italia 90 era stato uno dei migliori attori non protagonisti, nel mondiale a stelle strisce questa volta Baggio è uno dei candidati al premio oscar ma da protagonista.

In panchina Sacchi prova a militarizzare il talento del codino, ma gli schemi del CT non imprigionano la classe e la personalità di Roberto. Anzi.

Italia-Norvegia, seconda partita del girone, è già decisiva e Baggio, clamorosamente sostituito a seguito dell’espulsione di Pagliuca, dà del matto al commissario tecnico in mondo visione. Guerra fredda alla terza partita col Messico, ma poi una volta superato in modo carambolesco il girone Roberto Baggio prende in braccio una nazione e la porta avanti una magia dopo l’altra in finale a Pasadena.

Ancora oggi rivedere quelle immagini è emozionante e youtube è fonte inesauribile di gioie.

Il gol allo scadere alla Nigeria è un colpo di biliardo che all’ultimo minuto riesce solo ai fuoriclasse, cui segue un pesantissimo e decisivo rigore ai supplementari.

Quarti con la Spagna ed ecco un altro capolavoro thriller, siamo quasi al novantesimo quando Signori lo lancia in campo aperto e Baggio evita Zubizarreta in uscita disperata. L’angolo a disposizione di Roberto è veramente piccolo per segnare e seguiamo tutti quella palla infilarsi lentamente in porta. E’ il gol che ci porta in semifinale contro la Bulgaria dove una sua doppietta nel primo tempo ci regala il biglietto per la finale di Pasadena.

Finale maledetta e maledetti rigori ancora una volta. In molti ancora oggi hanno negli occhi il suo errore nella lotteria finale contro la Selecao. Un errore quasi inspiegabile per uno che dal dischetto era veramente un cecchino.

In pochi però ricordano che l’eventuale trasformazione del rigore molto probabilmente non sarebbe bastato perché dopo il Brasile avrebbe avuto a disposizione un altro tentativo che se realizzato non avrebbe cambiato l’esito della finale.

Passato anche questo mondiale, Baggio torna alla Juve in tempo per vedere esplodere il talento di Alessandro Del Piero sotto la mole. Ma Roberto non è e non si sente secondo a nessuno, così prepara le valigie e mette in scena con la regia di Silvio Berlusconi un pirotecnico passaggio dalla Juventus al Milan.

È l’estate del 1995 ed i tifosi rossoneri sono appena diventati orfani dell’addio al calcio di un certo Van Basten. Capello in panchina avalla l’arrivo del fuoriclasse azzurro ed amalgama un tridente qualitativamente mostruoso: Baggio e Savicevic ai fianchi di Weah.

Anche se il Baggio rossonero non è l’esatta copia di quello ammirato con la maglia della Juventus la stagione si conclude con lo scudetto del campionato 95-96, mentre sarà la stagione successiva a segnare definitivamente il percorso milanista di Baggio. La stagione comincia malissimo per Roberto e per il Milan con Tabarez in panchina ma prosegue ancora peggio con il ritorno di Sacchi a metà stagione.


I due non riescono a seppellire l’ascia di guerra che si portano dietro dal mondiale americano ed affondano con tutto il Titanic rossonero. A fine anno Sacchi viene congedato ma per Baggio non ci sono novità migliori visto che viene fatto fuori durante il ritiro pre-campionato dal Capello-bis.

Anche se quello che succede nell’estate del 1997 è qualcosa di cinematografico.

Il Milan vende Baggio al Parma, ma all’ultimo minuto un Carletto Ancelotti alle prime armi, e forse condizionato dal maestro Sacchi, blocca il trasferimento: “Baggio non mi serve nel 4-4-2”.

Ma possibile che il giocatore che fino a pochi anni prima era stato uno dei più grandi talenti della storia del calcio italiano sia diventato un problema o peggio ancora un bidone?

No, non può essere ovviamente.

E allora a mettere le fiches sul tavolo ed incassare l’intero jackpot è il presidente Giuseppe Gazzoni Frascara che porta Baggio al Bologna consegnandolo ad uno degli allenatori più preparati ma complessi del calcio nostrano: Renzo Ulivieri.

Le due personalità sono molto forti tant’è che si scontreranno più volte nel corso della stagione ma questo non impedisce al Bologna di fare una bellissima stagione e a Baggio di segnare addirittura il suo record di marcature in un campionato con ventidue reti.

Quella di Baggio a Bologna è una rinascita a tutti gli effetti e spinto a furor di popolo non può mancare il suo terzo mondiale, quello di Francia 98 dove ritrova una sua vecchia conoscenza, quel Del Piero che lo aveva fatto sloggiare dalla Juventus.

Il mondiale francese è un ottovolante per Roberto. La nazione intera lo vuole in campo al posto di Del Piero ed in effetti le prime due partite le disputa non solo da titolare ma anche da protagonista. Ci salva la pelle contro il Cile e convince anche alla seconda contro il Camerun dove però comincia la staffetta con Del Piero.

Alla terza gara contro l’Austria parte dalla panchina e questa volta subentra lui al collega juventino, realizzando comunque la rete del 2-0.

Sparisce dai tabellini negli ottavi contro la Norvegia ed entra invece nei quarti contro la Francia.

A questo punto è chiaro il disegno del Dio mondiale che vuole Baggio non solo sconfitto ma anche beffato. Siamo nel secondo tempo supplementare, Albertini illumina con un lancio dei suoi da centrocampo e Baggio defilato sul lato destra dell’area piccola si coordina magistralmente e accarezza la palla al volo di esterno destro. Sarebbe stato un gol capolavoro, l’ennesimo della sua carriera. Ma il pallone anziché trasformarsi in un golden gol diventa un sasso che sfiora il palo e butta giù il castello dei sogni mondiali di Roberto e di tutti gli italiani.

La rassegna mondiale dunque riconsegna alla platea un Baggio tirato a lucido e le sue prestazioni non lasciano indifferente un presidente che ha un debole per i fuoriclasse. Massimo Moratti regala all’Inter e ai suoi tifosi Baggio ed il fantasista ricambia regalando al suo nuovo presidente una serata delle sue.

Ultima partita del girone l’Inter affronta in casa il Real Madrid e deve vincere per passare il girone.

Baggio parte dalla panchina ma rileva Zamorano per gli ultimi venti minuti della partita quando le squadre pareggiano per una rete a testa.

Le speranze sono davvero ai minimi termini quando ai minuti ottantotto e novanta Baggio tira fuori una doppietta dal suo cilindro magico e regala una vittoria storica ai tifosi nerazzurri.

Moratti però sembra gettare alle ortiche quanto fatto da Baggio e combina un disastro licenziando il tecnico Simoni e dando il via ad una girandola senza senso e senza alcun precedente. Saranno ben quattro gli allenatori di Baggio nella sua prima stagione interista che non può non finir male.

L’anno successivo, se possibile, andrà anche peggio per Robi. Sulla panchina interista arriva Marcello Lippi e come già successo con Sacchi e Capello sono guai.

Allenatori così rigidi e esibizionisti poco si sposano con l’anarchia calcistica di un Baggio sempre più in difficoltà fisicamente e quasi mai in campo per tutta la stagione.

Ma il codino sembra avere risorse infinite, anche qui quando la sua carriera sembra essere giunta al termini ecco il finale che non ti aspetti.

Lippi ha la rosa ai minimi termini ed è forse obbligato ad affidargli le chiavi dell’attacco nello spareggio Champions contro il Parma. E la risposta di Baggio è al solito, da campione. Due magie a Buffon per la doppietta nel 3-1 finale.

Siamo giunti all’estate del 2000 e Baggio è per l’ennesima volta sul punto di ricominciare.

Lo fa da Brescia, dove a trentatré anni Baggio è capitano e leader della formazione lombarda che vede in panchina un altro gigante: Carlo Mazzone, uno dei pochi tecnici che sposerà appieno il talento del fantasista veneto costruendo le fortune del Brescia sui suoi piedi.

La prima stagione si conclude con un memorabile ottavo posto ma soprattutto con l’ennesima gioia per i nostri occhi.

Sensazionale il lancio di un giovanissimo Pirlo dal cerchio di centrocampo ma ancora più sensazionale è quello che combina il nostro eroe. Addomestica il pallone, dribblando un incredulo Van der Sar per poi depositare a porta vuota. È un gol pazzesco, tanto difficile quanto bello ma che entra nelle pinacoteche della nostra serie A in un Juventus-Brescia che per Roberto sa anche di rivincita.

https://m.youtube.com/watch?v=owN0W1c90zw

La stagione seguente è minata da un infortunio al ginocchio ma l’impronta del campione nel Brescia ormai c’è, tant’è che le rondinelle sotto il regno di Baggio centrano la salvezza per ben quattro stagioni consecutive (Balotelli se vuole può prendere appunti).

Siamo agli sgoccioli quando nel dicembre 2003 Baggio annuncia l’addio al calcio a fine campionato e così succede in un caldo pomeriggio di maggio. Teatro della sua ultima apparizione non può che essere la scala del calcio e se il tributo di San Siro è da brividi lo è ancor di più l’abbraccio ed il saluto con Paolo Maldini, altra leggenda vivente del nostro pallone.

E la nazionale? Siamo rimasti a Francia 98 e a quel pallone che si prendeva gioco di lui.

Il 28 aprile 2004, a pochi giorni dal suo ritiro viene organizzato un incontro amichevole contro la Spagna per permettere alla Nazionale e alla nazione di salutare questo immenso campione.

Baggio abbandona il campo al minuto 87 esce e raccoglie l’abbraccio dello stadio e di una intera città.

Quale? Ce lo dice Fabrizio De Andrè che avrà sorriso da lassù vedendo il sipario azzurro del Divin Codino calare nella sua Genova.

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