Il primo pallone che rotola in Italia dopo l’inferno del coronavirus, ahinoi, porta allo stesso risultato di sempre: passano quelli là. Immeritatamente se si considerano le due prestazioni che non ci hanno visto affatto sfigurare (più a febbraio che ieri, a dire il vero) al cospetto dei pluridecorati avversari, i quali, in realtà, nei 180’ si sono limitati a gestire al meglio gli episodi a loro favorevoli che, alla fine, hanno spostato l’ago della bilancia, materializzandosi dapprima sotto forma di rigore all’ultimo minuto a San Siro e poi, a Torino, sotto forma di espulsione nelle prime battute di gioco. Nessuna polemica, sia chiaro. Solo dati di fatto.

Dopo oltre 90 giorni colmi di inquietudine e tristezza si è, quindi, tornati in campo. La vita continua, il calcio la segue. L’attesa della partita non è stata certo delle più spasmodiche ma, signori miei, già solo l’idea di sedersi sul divano per vedere 22 ragazzi in pantaloncini che rincorrono un pallone invece degli ormai soliti, angoscianti, salotti televisivi pieni di numeri, curve, virologi e politici, beh è sicuramente un gran bel passo avanti dal punto di vista dell’umore.

Nonostante l’atmosfera e la forma fisica da calcio di agosto, la posta in palio per noi era altissima: il passaggio in finale di Coppa Italia ci avrebbe garantito ottime probabilità di entrare in Europa, anche in questa tribolata stagione. L’ennesima, peraltro. Certo, presentarsi senza tre titolari squalificati, e che titolari, dopo tre mesi di riposo forzato non era il massimo della vita ma speravo che, sotto sotto, l’assenza di pubblico avrebbe potuto favorirci, visto che lì, a Torino, non abbiamo mai portato a casa nemmeno un pareggio da quando hanno costruito lo stadio nuovo. Non mi aspettavo, quindi, un avvio così timoroso. Dopo 70 secondi potevamo essere già sotto di un gol se solo il diagonale di Douglas Costa non fosse sfilato fuori di un niente. La Juve, padrona del campo, spingeva forte e noi, impauriti come scolaretti al primo giorno di scuola, eravamo fermi, in attesa di crollare.

Il saliscendi emotivo dei 180 secondi trascorsi tra il 12’ ed il 15’ ha, di fatto, segnato l’esito dell’incontro e della qualificazione: prima l’amarezza per il gomito di Conti allargato verso la palla, con il VAR inflessibile nel mostrare ad Orsato il rigore solare, poi l’euforia  per il palo colpito dagli 11 metri da Cristiano Ronaldo, infine la disperazione per l’inopinata, e quanto mai inopportuna, spaccata volante di Rebic che ha colpito Danilo in pieno petto, rimediando l’inevitabile cartellino rosso.

La flebile speranza di andare in gita a Roma mercoledì, per noi milanisti, si è spenta in quel momento. Da lì in poi la partita si è messa sui binari più comodi per i nostri avversari che, forti del vantaggio numerico e del gol segnato in trasferta, si sono limitati a gestire il risultato per i restanti 80 minuti, complice la nostra imbarazzante pochezza offensiva.

Ed infatti non è successo più niente di importante: nel silenzio irreale della serata (che brutto vedere il calcio così) ricordo un buon intervento di Donnarumma su Matuidi, un paio di pericolose spizzate di testa di Calhanoglu e Kjaer, buone solo a far aumentare i rimpianti, un tiro al volo, alla fine, di Douglas Costa. Per il resto si è giochicchiato, come accade nelle inutili amichevoli di inizio stagione: loro non avevano bisogno di accelerare, noi siamo stati ordinati ed attenti a non sfigurare.

Anche il giudizio sui singoli risulterebbe assai poco realistico vista la prestazione prettamente difensiva che tutti sono stati chiamati a svolgere. Ad ogni modo, visto che in teoria avremmo dovuto giocare per fare almeno un gol, mi limito ad evidenziare quella degli attaccanti: Rebic è indifendibile e Leao è entrato con l’ardore di un bradipo. Saluto, invece, con il solito in bocca al lupo l’esordio di Colombo, centravanti della primavera buttato nella mischia nella speranza, rivelatasi inutile, di trovare un “Paloschi moment“.

Lo 0-0 finale premia quindi la Juve, con il Milan che esce sì a testa alta ma con la consapevolezza di non essere riuscito, nemmeno questa volta, a ribellarsi al destino crudele che, come spesso capita, premia i più forti.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *