Potrebbe suonare strano di chiedere ad un Genio di esprimere un desiderio, ma probabilmente ieri, giorno del suo compleanno, qualcuno glielo avrà chiesto un attimo prima di spegnere le 54 candeline sulla torta.

E chissà se fra i suoi desideri non ci fosse una di quelle nuove divise da trasferta con il numero 10 ed il suo cognome stampato dietro, maglia away tra l’altro orgogliosamente condivisa nei social negli ultimi giorni prima dai due Capitani leggendari e successivamente dal numero 7 più forte della storia rossonera, Andriy Shevchenko.

A questo punto sarebbe cosa buona e giusta che la Società, magari leggendo questo articolo, infiocchetti un pacco e spedisca la divisa in Montenegro, con destinazione casa Savicevic.

Perché Dejan è stato senza dubbio uno dei massimi rappresentanti di quella maglia bianca immortalata in più foto durante le premiazioni della vecchia Coppa dei Campioni, oggi Champions League.

Una diapositiva in particolare lo ritrae di bianco vestito dipingere un arcobaleno nel cielo di Atene il 18 maggio del 1994 e questo è uno scatto che rimane nella storia della massima competizione continentale, per svariati motivi, primo fra tutti la grande bellezza.

Difficilmente si rivedrà in una finale di Champions League una delizia balistica di tale intensità. Quale esercizio di trigonometria abbia fatto il piede sinistro del nostro genio è mistero calcistico ma ancora più affascinante è stata la velocità di quel pallonetto perché i secondi che passano dal rimpallo col difensore catalano, all’esecuzione del tiro e alla parabola del pallone in rete sono una sequenza da cineteca. Nuovo cinema paradiso rossonero. Il tutto con un commento difficile da dimenticare, un emozionato Bruno Pizzul che narra con genuino stupore la prodezza di Dejan.

 

Ma l’estetica non è tutto nel calcio ed allora giova ricordare anche il peso morale di quel gol ad inizio secondo tempo. Subire il terzo gol all’inizio della ripresa è stato per il Barcellona un passaggio metafisico dallo stato moribondo, leggasi doppietta di Massaro nel primo tempo, allo stato annichilito. Un altro nato in settembre, quella diga umana di nome Marcel Desailly, completerà l’opera arando come un trattore quel che restava della truppa di Crujff. Tutti a festeggiare all’Acropoli un 4-0 che replicava per punteggio l’impresa contro lo Steaua di pochi anni prima.

Tornando al profeta olandese, molte volte si è narrato della foto con la Coppa del giorno prima e di come avesse urlato ai quattro venti come la sconfitta del Milan in quella finale data l’assenza della coppia titolare Baresi-Costacurta al cospetto dei marziani Stoichkov-Romario. L’arrogante Crujff aveva sottovalutato non solo l’orgoglio e l’organizzazione del Milan inteso come squadra, ma anche le individualità fantastiche di cui Capello poteva disporre, fra cui spiccava sicuramente Savicevic. Perché senza voler nulla togliere agli altri dieci campioni d’Europa scesi in campo quella sera, il genio quello che la sera di Atene poteva trovare, e l’ha fatto più volte, una giocata decisiva.

Concluso il giusto omaggio al momento culmine della sua carriera rossonera, restano a disposizione sul web e nella nostra memoria dribbling, stop volanti, finte, controfinte e colpi da biliardo come questo alla Reggiana nella stagione 1994-1995.

Tante giocate ad effetto con l’obiettivo non tanto di schernire l’avversario quanto la voglia di divertirsi e divertire lo spettatore. Savicevic in campo era al servizio dello spettacolo.

Ma lo era anche fuori quando riusciva nell’impresa di far incazzare mister Capello e divertire i giornalisti. Famosa una sua espressione scappata fuori dalle mura di Milanello durante una delle tante visite mediche “Dottore macchina non vede dolore”.

Questo perché i muscoli di Dejan erano rivestiti di seta, motivo per il quale le sue stagioni in rossonero non sono mai state nel segno della continuità ma sempre caratterizzate da show estemporanei. Un genio talvolta pigro, sicuramente poco innamorato della corsa, che decideva lui quando uscire dalla lampada.

Ma quelle uscite sono state così belle e decisive da fare breccia nel cuore di uno dei più vincenti allenatori della storia del calcio, quel Fabio Capello che, sollecitato più volte sull’argomento Savicevic, ha dichiarato: “è stato un giocatore fondamentale per il Milan di allora, aveva una classe cristallina, era unico.

Dichiarazione d’amore che nasconde anche una ferita, esattamente la stessa che fece saltare al campione montenegrino la finale persa contro l’Ajax per 0-1 nel maggio 95 a Vienna.

Perché con Savicevic in campo, il Savicevic di Atene per intenderci, le coppe dalle grandi orecchie in via Aldo Rossi sarebbero state quasi certamente otto. Un pensiero che attraversa la mente di Don Fabio ogni qual volta ripensa a quella finale.

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